TIA, la startup che vuole cambiare il modo in cui l’Italia parla di lavoro: “Non siamo una job board, siamo una media company”

Federica Basili 21 Apr 2026
article-post

Si chiama TIA — There Is An Alternative — e il nome non è casuale. È un capovolgimento deliberato del celebre «There is no alternative» di Margaret Thatcher, la frase con cui la Iron Lady chiudeva ogni discussione sul sistema economico. Fabrizio e Marco, i fondatori, quella rassegnazione l’hanno presa e l’hanno ribaltata: un’alternativa esiste, anche nel modo in cui si racconta il lavoro.
TIA nasce come piattaforma di recruiting, ma fin dall’inizio sceglie una strada diversa da quella delle classiche job board: prima i contenuti, poi le candidature. Video, interviste, articoli, racconto del lavoro dall’interno delle aziende. Oggi conta oltre 2 milioni di visualizzazioni, più di 150 interviste prodotte e una community in crescita su più canali — tutto costruito senza un euro di advertising e senza investitori esterni. Li abbiamo intervistati su modello di business, indipendenza editoriale, crescita e futuro.

Il vostro è un marketplace a due lati: le aziende pagano, i candidati accedono gratis. Come si tiene in equilibrio un modello in cui i ricavi vengono tutti da un lato, mentre l’asset vero — i talenti — sta dall’altro?

Fabrizio: È una tensione reale e non la nascondiamo. Il modello funziona solo se la community di candidati cresce, ed è per questo che la nostra priorità non è mai stata vendere un servizio alle aziende, ma costruire qualcosa che le persone volessero davvero seguire: una voce dedicata al lavoro che mettesse le persone al centro del racconto. Da qui la scelta di investire prima nella componente media — video, contenuti editoriali, racconto del lavoro dall’interno. Oggi abbiamo oltre 2 milioni di visualizzazioni totali, più di 150 interviste prodotte, 6.000 follower sui nostri canali. Non sono numeri di una job board: sono numeri di una piccola media company.
Il candidato non viene su TIA perché ha bisogno di trovare lavoro domani mattina. Viene perché vuole informarsi, orientarsi, capire come sta cambiando il mondo del lavoro e cosa c’è davvero dietro le aziende. Questo è l’asset. E le aziende pagano per essere parte di quel contesto, non solo per pubblicare un annuncio.

Avete una componente editoriale attiva — articoli, interviste, contenuti sul lavoro. Non la monetizzate direttamente: come giustificate quell’investimento internamente?

Marco: È una scelta deliberata. Vogliamo costruire un rapporto di fiducia con chi ci segue, e per farlo dobbiamo essere completamente indipendenti: nella scelta delle persone da intervistare, dei temi da trattare, del modo in cui trattarli. Barattare questa indipendenza significherebbe cambiare il rapporto con la nostra audience, e non siamo disposti a farlo. La giustificazione interna è semplice: i contenuti e la nostra linea editoriale sono l’anima del progetto, ma sono anche — e dovrebbero essere — il motivo per cui le aziende vogliono entrare in un contesto con una forte connotazione valoriale.

Le aziende che raccontate su TIA — da Satispay a Banca Etica — sono anche i vostri clienti. Come gestite la tensione tra trasparenza autentica verso i candidati e rapporto commerciale con chi paga per essere lì?

Marco: Partiamo da una distinzione che per noi è fondamentale. Il racconto editoriale è libero, e su quello non accettiamo condizionamenti. Quando parliamo di lavoro lo facciamo con un punto di vista preciso e dichiarato: DEI, benessere psicologico nei contesti lavorativi, riconversione professionale, responsabilità sociale delle aziende, etica. Non sono argomenti neutri e non vogliamo trattarli in modo neutro.
Sul lato business, invece, aiutiamo le aziende a raccontare chi sono — ma con format nostri, uguali per tutti, che non negoziamo. Stesse domande, stessa struttura, stesso approccio narrativo per ogni azienda presente sulla piattaforma. Non è solo una scelta estetica: è una garanzia. Se il racconto segue sempre gli stessi format, le persone possono confrontare, valutare, capire davvero le differenze. È la stessa distinzione che esiste in qualsiasi media serio tra redazione e pubblicità: c’è, è dichiarata, e la rispettiamo.

A che punto avrebbe senso stringere un accordo con un grande partner — un’agenzia per il lavoro, una piattaforma HR, un media di settore? E come evitereste che un partner così strutturato finisca per condizionare la vostra indipendenza editoriale?

Fabrizio: Per un progetto nato da zero e completamente indipendente, la possibilità di accelerare grazie a una realtà più grande sarebbe un’occasione concreta. Se questa accelerazione non comporta snaturare quello che siamo, è qualcosa che potremmo valutare. Ma TIA è nata con un obiettivo preciso: parlare di lavoro mettendo le persone al centro, costruendo una dialettica nuova su un mondo che cambia continuamente e che merita di essere raccontato in modo diverso. Su questo non siamo disposti a derogare. Non per rigidità, ma perché si tratta dell’anima stessa del progetto. Senza quella, non staremmo accelerando TIA: staremmo costruendo qualcos’altro.

La vostra audience — lavoratori, giovani professionisti, persone in cerca di un cambiamento — è esattamente il profilo che partecipa alle campagne di equity crowdfunding. L’avete mai valutato come strumento?

Fabrizio: Sì, è una delle opzioni sul tavolo. Oggi siamo in bootstrapping puro: nessun investitore esterno, tutto costruito con le nostre risorse — non tanto economiche, quanto con il nostro lavoro. C’è qualcosa di bello in questo, ma anche un limite evidente in termini di velocità. Il crowdfunding ci piace come idea perché è coerente con quello che siamo: un progetto spinto dal basso e sentito. Le persone che ci seguono credono che il lavoro possa essere raccontato meglio, e avere alcune di loro come azionisti avrebbe un senso simbolico oltre che pratico. È una possibilità che non escludiamo.

Vi definite una “media company”. Non più career media, non più job board. È solo un riposizionamento di comunicazione o cambia qualcosa nella gerarchia delle decisioni interne?

Marco: Cambia la gerarchia, ed è questo il punto. I contenuti vengono prima, la piattaforma è il luogo in cui si accumula il valore che i contenuti generano. È attraverso i contenuti che costruiamo reputazione, identità riconoscibile, rapporto di fiducia. E quella credibilità la portiamo nel modo in cui raccontiamo le aziende presenti su TIA, con gli stessi standard qualitativi e gli stessi format.
Perché se vogliamo davvero cambiare il modo in cui si parla di lavoro, non possiamo farlo solo raccontandolo dall’esterno. Dobbiamo coinvolgere anche le aziende e aiutarle a raccontarsi in modo diverso: più qualitativo, più onesto, più coinvolgente.

Il nome — There Is An Alternative — è una dichiarazione di valori prima ancora che un brand. Quanto pesa nella comunicazione quotidiana, e come evitate che diventi uno slogan vuoto man mano che crescete?

Fabrizio: Il nome nasce dal capovolgimento del «There is no alternative» di Thatcher, la frase con cui chiudeva qualsiasi discussione sul sistema economico. Per noi quella frase rappresenta il problema: la rassegnazione, l’idea che le cose non possano essere diverse da come sono. TIA nasce per affermare il contrario. Per dimostrare che un’alternativa esiste: al modo in cui si lavora, al modo in cui le aziende si raccontano, e soprattutto al modo in cui si parla di lavoro. In Italia se ne parla ancora troppo poco, e quando lo si fa è in modo burocratico, superficiale, distante — spesso inutile per chi deve davvero prendere una decisione professionale.
Siamo consapevoli che quel nome è una responsabilità. È una dichiarazione d’intenti pubblica, e come tale cerchiamo di onorarla ogni giorno: nei contenuti che pubblichiamo, nelle aziende che scegliamo di raccontare, nei temi che decidiamo di affrontare.

Quanto investite in advertising a pagamento? E nel vostro mercato, dove la fiducia è tutto, quale canale porta gli utenti più qualificati?

Fabrizio: Ad oggi abbiamo investito zero in advertising. I 2 milioni di visualizzazioni, i 6.000 follower sulle diverse piattaforme, i clienti paganti: tutto è frutto di attività organica. Questo ci dice una cosa preziosa — l’idea funziona e piace, alle persone ma anche alle aziende in target. Ora stiamo iniziando a testare i canali paid, ma con un approccio ancora misurato, anche per via delle limitate possibilità di investimento.

Avete una community attiva attorno a TIA o il rapporto con l’utente è ancora prevalentemente transazionale?

Marco: Siamo onesti: siamo ancora in una fase ibrida. Abbiamo persone che ci seguono, guardano i video, interagiscono — e questo non è transazionale. Ma non abbiamo ancora costruito uno spazio in cui queste persone possano confrontarsi tra loro e riconoscersi come parte di qualcosa.
C’è però una cosa che abbiamo scoperto strada facendo e che ci ha sorpreso. Chi appare in un video, chi viene intervistato, chi si riconosce in un contenuto, ricondivide, ne parla, diventa in modo naturale un ambasciatore del progetto. È una forma di viralità che non abbiamo costruito a tavolino, ma che è emersa da subito e che oggi sfruttiamo ancora poco. Costruire una community più strutturata attorno a questo è nella nostra roadmap. L’obiettivo non è un rapporto opportunistico — vado su TIA per trovare annunci — ma di fiducia: far sì che i Millennials e la Gen Z percepiscano TIA come punto di riferimento ogni volta che pensano al lavoro.

Gestite dati sensibili su entrambi i lati del marketplace. Come presidiate la sicurezza di queste informazioni?

Fabrizio: Siamo attentissimi al tema, anche se oggi i dati che raccogliamo sono davvero pochi, soprattutto lato candidati. È una scelta strutturale: TIA si integra con gli ATS delle aziende clienti e funziona principalmente da bacheca. La candidatura vera e propria avviene sulle pagine delle aziende, il che significa che CV e informazioni sensibili non passano da noi. Non è solo una questione di compliance GDPR, ma un approccio che limita il rischio alla radice.

Siete un prodotto italiano. Ma il tema della trasparenza aziendale è universale. Quando — e come — pensate di scalare geograficamente?

Marco: La domanda ci è già stata fatta più volte, e per essere completamente onesto: non è la nostra priorità attuale. Non per mancanza di ambizione, ma perché prima di scalare geograficamente devi avere qualcosa che funziona in modo replicabile nel paese di riferimento. E questa è l’unica vera priorità oggi: validare e scalare il modello in Italia.
È vero che il tema della trasparenza aziendale è universale — realtà come Welcome to the Jungle lo hanno dimostrato in Europa e oltre oceano. Ma ogni mercato ha normative del lavoro diverse, culture organizzative diverse, aspettative diverse dei candidati. Entrare in Germania o in Spagna vorrebbe dire capire nel profondo come si parla di lavoro in quei contesti. Quando, e se, saremo pronti, lo faremo con questa consapevolezza.

Cosa succede se la massa critica di candidati non cresce abbastanza in fretta? Esiste un punto di equilibrio sotto il quale la piattaforma non regge?

Fabrizio: Il problema della massa critica esiste se il tuo modello è quello classico delle job board — fondato sui volumi, con la promessa, spesso non mantenuta, di trovare il candidato giusto tra migliaia di profili. Noi quella promessa, per scelta, non la facciamo.
Quello che offriamo alle aziende è diverso: la capacità di raccontare quello che sono davvero, in modo autentico e riconoscibile, a persone che cercano esattamente quel tipo di contesto lavorativo. È un valore che esiste indipendentemente dal volume di candidature. Detto questo, le metriche contano anche per noi e lavoriamo ogni giorno per farle crescere. Chi sceglie di essere su TIA oggi sta partecipando a qualcosa che va oltre il numero di CV ricevuti questo mese: sta costruendo una presenza in un contesto editoriale che cresce, che ha una direzione precisa e che vuole diventare il punto di riferimento nel racconto del lavoro in Italia.

Avete partecipato a Boost Your Ideas di Lazio Innova. Quanto conta il supporto istituzionale per una startup come la vostra rispetto al capitale privato?

Fabrizio: L’esperienza con Lazio Innova è stata davvero utile: confrontarsi con coach e mentor con decenni di esperienza nel mondo startup ti costringe a mettere a fuoco cose che dall’interno fai fatica a vedere. Per una realtà come la nostra, che fino ad oggi è andata avanti in modo completamente autonomo, il supporto istituzionale è una risorsa concreta — non solo dal punto di vista economico. Il capitale privato, soprattutto quello che porta con sé competenze e network oltre alle risorse finanziarie, resta un’opportunità che potremmo considerare in futuro.

TIA è ancora una startup giovane, in bootstrapping puro, con tutto da dimostrare sul piano della scala. Ma ha già fatto una cosa rara: costruire un’identità riconoscibile in un settore — quello del recruiting — che di identità ne ha pochissima. La scommessa è che le persone non cerchino solo un lavoro, ma un contesto in cui riconoscersi. E che le aziende, prima o poi, capiscano che raccontarsi bene vale più di mille annunci.

Se quella scommessa regge, TIA non sarà ricordata come un’altra piattaforma HR nata e morta nel giro di qualche anno, ma come la voce che ha cambiato il modo in cui in Italia si parla di lavoro. Un’intervista dopo l’altra.