Terapia intensiva e Covid-19: perché l’Italia è andata in crisi?

di Daniele Tempera | 06/04/2020

diffusione coronavirus nelle regioni
  • La nostra inchiesta sulla sanità pubblica italiana parte dalle unità di terapia intensiva: fondamentali nella lotta contro le complicazioni del Covid-19

  • Quante erano in Italia prima dello tsunami da nuovo Coronavirus? E quali sono le regioni più virtuose?

  • E soprattutto, perché la Germania sta gestendo molto meglio l'emergenza?

Una corsa contro il tempo per salvare la vita di molti italiani. È la sfida a cui è chiamato il Servizio Sanitario nazionale ad appena due anni dai suoi primi 40 anni. E se da circa un mese un intero Paese assiste al rito quotidiano dei contagi e, tragicamente, dei decessi da Covid-19, la locuzione “terapia intensiva” usata fino a ieri prevalentemente da sanitari e addetti ai lavori, è diventata ormai lessico quotidiano. Parliamo di interi reparti o singole postazioni dedicate a pazienti che hanno bisogno di assistenza continua per il mantenimento delle loro funzioni vitali. Un’unità di terapia intensiva è generalmente dotata di specifici macchinari come respiratori automatici, sistemi di monitoraggio continuo delle funzioni vitali, defibrillatori manuali e molto altro. Tecnologie che, nelle polmoniti più critiche innescate dal nuovo coronavirus, possono fare la differenza fra la vita e la morte.

Le unità di terapia intensiva disponibili in Italia, prima dello tsunami da Covid-19, erano 5.293, una media di 8.7 ogni 100.000 abitanti non distribuita uniformemente sul territorio nazionale. Dal primato positivo della Liguria a quello negativo della provincia autonoma di Bolzano, il loro numero variava (e varia) da regione a regione.

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«I reparti di terapia intensiva sono essenziali, al di là dell’emergenza da Covid-19, per la cura di patologie critiche come ictus o infarto, ma anche nel caso di eventi traumatici, penso banalmente a gravi incidenti. Sono poi fondamentali come supporto a diversi interventi chirurgici: quando parliamo di liste d’attesa lunghe per specifici interventi, parliamo anche di scarsità di postazioni di terapia intensiva » spiega Carlo Palermo, presidente dell’Anaao-Assomed, associazione di medici e dirigenti sanitari.

I posti di terapia intensiva in Italia erano 7.3 per 100.00 abitanti nel 2008, una media che è arrivata 8.7 nel 2018. Non si può quindi parlare di diminuzione negli anni, ma il loro relativo aumento non è stato certo significativo e non è servito ad arginare le richieste provocate dall’epidemia da nuovo coronavirus. Sono molte le regioni con reparti di terapie intensiva in via di saturazione ed è ormai nazionale la corsa contro il tempo per incrementare le postazioni, una dinamica che sembra purtroppo incidere anche sulla gestione dell’epidemia.

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E anche se non esistono dati aggiornati al 2019, il paragone con l’estero lascia perplessi. “La Germania ha circa 28-29 postazioni di terapie intensive ogni 100.000 abitanti, ovvero 3 volte e mezzo le nostre” argomenta Palermo, citando uno studio del 2012 . Un dato che rende l’idea della diversa gestione della crisi da parte dei due paesi, e dell’enorme costo umano, che la tragedia del Covid-19 sta provocando nello Stivale.