La manovra del popolo taglia l’Iva sui tartufi (come per un bene di prima necessità)

di Gianmichele Laino | 30/12/2018

tartufo
  • Il tartufo subisce una diminuzione dell'iva

  • Diventa quasi un bene di prima necessità

  • La legge di bilancio adegua la sua tassazione a quella in altri Paesi d'Europa

La vera sorpresa della manovra del popolo sta tutta in quello che, in alcune regioni d’Italia, è definito l’oro nero. E non stiamo parlando di petrolio. Nella legge di bilancio che verrà approvata in via definitiva nella giornata di oggi, a 24 ore dalla scadenza del tempo utile, c’è un provvedimento che punta ad abbassare l’iva sul tartufo, trattando il prezioso fungo ipogeo come un bene di prima necessità o quasi.

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Tartufo, precipita l’Iva: il provvedimento in manovra

L’imposta sul valore aggiunto per il tartufo, fino a questo momento, era al 10% per il prodotto fresco, quello appena scavato da cani dal fiuto infallibile e venduto nudo e crudo agli italiani, mentre saliva al canonico 22% per i prodotti lavorati, come creme, sughi, oli, essenze e quant’altro. L’odore forte della manovra del popolo, quello che renderà inconfondibili i piatti di risotto o di tagliatelle, pervade l’aula e la porterà ad approvare un provvedimento che abbassa di molto le due aliquote.

Il prodotto fresco scenderà dal 10 al 5%, mentre i prodotti lavorati subiranno un percorso analogo passando dal 22 al 10%. Una vera e propria gioia per il palato. Insomma, il tartufo diventerà pressoché un bene da paniere, se si considera che gli alimenti di prima necessità (come ad esempio il latte fresco o ancora il pane e la pasta) hanno l’iva al 4%.

Gli altri vantaggi nel settore del tartufo

Ovviamente, c’è tutta una parte dell’Italia che sorride. I tartufai umbri, ad esempio, sono da sempre convinti della necessità di abbassare l’iva sul prodotto che commercializzano, in modo tale da incentivarne il consumo. Ma l’iva non sarà l’unica agevolazione prevista per questa categoria e c’è il sospetto che questi provvedimenti siano stati sponsorizzati in parlamento da qualcuno di molto vicino a quella che, a questo punto, può anche essere definita una lobby.

I piccoli cercatori, quelli che vendono non più di 7000 euro all’anno di tartufi, non pagheranno ulteriori tasse se non quella relativa al tesserino regionale per la ricerca (il cui costo varia da regione a regione) e 100 euro di imposta forfettaria. Ovvio pensare che questo provvedimento potrebbe favorire la vendita del sommerso (o del sotterraneo se volessimo fare un gioco di parole).

Quella sul tartufo è una battaglia che dura da diverso tempo. E che, se vogliamo, ha una logica anche piuttosto stringente, dal momento che l’iva sul tartufo – con questa manovra – è stata adeguata agli standard europei. L’Italia, che pure è un’eccellenza nel mercato del tartufo, caratteristico di diverse ricette regionali, aveva un’iva più alta di altri Paesi europei. A lungo è stata portata avanti questa battaglia, ad esempio, dall’eurodeputato leghista Alberto Cirio che ha salutato con soddisfazione questo provvedimento inserito in manovra.

Curiose, però, le tempistiche. Mentre in manovra si propone un aumento dell’Ires per le società non-profit, mentre si impongono clausole di salvaguardia dell’iva per i prossimi anni, mentre si cerca di raschiare il fondo del barile per trovare i soldi che danno a questa manovra la parvenza di una sostenibilità, il tartufo – che non è proprio al centro del dibattito politico – ne beneficia, ottenendo uno sgravio sulla sua tassazione. Il tartufo di cittadinanza.

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