Substack è un diretto concorrente dei giornali?

Per certi aspetti, le due strade sembrano poter collidere tra loro. In realtà, ci sono princìpi di base che rendono questi due ecosistemi compatibili. Ma con precauzione

Enzo Boldi 23 Ott 2024
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Due mondi che sembrano entrare in collisione tra loro e che, per certi versi, rischiano di essere concorrenti. Ma il rapporto tra Substack e i giornali online continua a essere non antagonista. Almeno per il momento. Infatti, nonostante sulla piattaforma che offre – di fatto – un servizio di newsletter e blogging sia diventata un importante strumento di comunicazione (e fidelizzazione) tra giornalisti – e operatori del mondo dell’informazione – e gli utenti, ci sono dinamiche e differenze che rendono questi due ecosistemi paralleli.

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Si parte dai contenuti. Come previsto dalla policy della piattaforma Substack, ciò che viene pubblicato dagli autori/scrittori/content creator deve essere originale. Dunque, un giornalista non può – al netto di dinamiche contrattuali stabilite con il suo editore – riproporre ai suoi utenti abbonati un qualcosa di cui ha già scritto su una testata. Ovviamente, però, questo non è un elemento in grado di placare una possibile concorrenza.

Substack o giornali, le differenze e le convergenze

Ma rimaniamo sui contenuti, prima di passare proprio ai princìpi differenti basati sul modello di business: i giornali, anche quelli più specialistici e “verticali”, offrono ogni giorno approfondimenti su svariati temi. Solitamente, invece, su Substack vi è una verticalità differente, più incentrata su un tema specifico. Difficile, infatti, trovare delle pagine in cui si offre una panoramica tipica dei quotidiani online. Potremmo dire tranquillamente che sulla piattaforma americana c’è ampio spazio per le cosiddette nicchie, proprio per creare quella fidelizzazione con l’utente.

Il rapporto con i lettori è fondamentale. Più per Substack che per i quotidiani online. Ogni autore, infatti, guadagna solo ed esclusivamente attraverso gli abbonamenti (con la piattaforma che trattiene il 10% di ogni singola sottoscrizione). Dunque, possiamo parlare di un modello di business improntato sul “patronage model”: l’utente, di fatto, decide di finanziare un canale – e l’autore – sotto forma di sostegno economico diretto basato sui contenuti. I giornali (soprattutto quelli online), invece, basano tutto sugli introiti pubblicitari.

C’è concorrenza?

Allo stato attuale delle cose, non è possibile trovare aspetti di concorrenzialità tra questi due ecosistemi. Ma, in futuro, qualcosa potrebbe accadere. L’informazione alternativa, infatti, si sta arricchendo di soggetti sempre nuovi, con la creazione di bolle che possono trovare in piattaforme di questo tipo non solo un margine di successo e popolarità, ma anche di guadagno. I lettori possono scegliere chi seguire, quindi non più un giornale ma una persona e le sue idee. Tutto ciò potrebbe erodere, ancor di più, le entrate – per i giornali – derivanti dal mercato pubblicitario. E gli autori potrebbero trovare forme alternative di sostegno economico, parallelamente al proprio contratto.