«Storie de mai ‘na gioia»: Giulia Faina racconta come si trasforma una crisi in un formato da centinaia di migliaia di follower

Federica Basili 18 Giu 2026
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Giulia Faina ha iniziato a fare content su Instagram nel 2021 partendo da un punto preciso: il fondo. Lavoro precario, una storia d’amore finita male, la pandemia sullo sfondo e la sensazione di essersi allontanata da tutto ciò che le piaceva davvero. Quello che è venuto fuori si chiama Storie de mai ‘na gioia, una pagina in cui la storia e la letteratura diventano ironia, e i grandi nomi della cultura mondiale vengono raccontati per quello che erano davvero: esseri umani pieni di sfortune, ossessioni e decisioni pessime. Con un linguaggio colloquiale e romanesco che non fa sconti a nessuno, Giulia ha costruito un format che funziona proprio perché sembra buttato lì, ma non lo è affatto.

Partiamo dall’inizio, che nel tuo caso è già una storia de mai ‘na gioia: ti definisci «attrice fallita prima ancora di averci provato» e racconti che la pagina è nata nel 2021 dalla disperazione dei contratti horror del mondo del lavoro. Cosa stava succedendo nella tua vita in quel momento?

Il 2021 è stato probabilmente il punto più basso di un periodo molto complicato. Avevo lasciato il mio lavoro per trasferirmi in un paesino e seguire una storia d’amore. Sembrava una scelta romantica e coraggiosa, invece si è rivelata un disastro. Quando ho provato a rimettermi in carreggiata, mi sono scontrata con una realtà lavorativa piuttosto deprimente: stage sottopagati che diventavano improvvisamente lavori a tempo pieno, ore extra non retribuite, nessuna tutela. Nel frattempo c’era il Covid, l’incertezza generale e l’ansia di avvicinarmi ai trent’anni senza sentirmi davvero stabile né professionalmente né personalmente.

La cosa che mi pesava di più, però, era un’altra: mi stavo allontanando da ciò che ho sempre amato fare. Scrivere, raccontare storie, far ridere le persone. Poi mi capitò di leggere diversi articoli sulle difficoltà della didattica a distanza e degli insegnanti nel coinvolgere gli studenti dietro a uno schermo. E lì si è accesa una lampadina: e se raccontassimo gli autori italiani come raccontiamo oggi i personaggi delle serie TV o le celebrità? Con le loro manie, le loro figuracce, le loro delusioni amorose e professionali? Così ho iniziato a scrivere dei monologhi ironici sulle vite degli autori, concentrandomi proprio sulle sfighe, le frustrazioni, i fallimenti. Scoprire che persino i grandi nomi della letteratura avevano passato gran parte della loro vita a collezionare delusioni è stato stranamente consolatorio.

«Romana di borgata»: lo scrivi come una medaglia. Quanto c’è della borgata, del suo linguaggio, della sua ironia, del suo modo di sdrammatizzare le fregature nel successo del tuo formato?

Mi definisco “romana di borgata” un po’ per scherzo e un po’ per provocazione. È una risposta ai puristi della romanità, quelli che ti spiegano che non sei davvero di Roma perché vivi fuori dal raccordo. Mi è sempre sembrato un modo ironico per raccontare una sensazione che conoscevo bene: quella di stare ai margini di qualcosa. Quando è nata la pagina, in fondo mi sentivo così anche nel resto della mia vita. Avevo studiato per fare l’attrice, avevo persino vinto una borsa di studio per andare a studiare a Los Angeles, ma non avevo mai trovato il coraggio di provarci davvero. Mi sembrava di aver accumulato esperienze, passioni e competenze senza riuscire a trasformarle in una professione. Ero tante cose, ma nessuna fino in fondo.

La borgata romana ha una caratteristica che adoro: riesce a raccontare le tragedie come fossero commedie. C’è sempre una battuta pronta, una presa in giro, un modo per ridimensionare la fregatura senza negarla. E Storie de mai ‘na gioia nasce esattamente da quello sguardo lì. Avrei potuto farlo in italiano standard? Certo. Ma sarebbe stato un altro progetto. Volevo parlare a chi è curioso senza essere necessariamente un esperto, a chi magari non ha una formazione accademica ma ama imparare cose nuove. Volevo che la storia e la letteratura sembrassero una conversazione tra amici e non una lezione dall’alto. Per questo ho scelto un linguaggio colloquiale e romanesco — non romanaccio — che deve moltissimo alla commedia all’italiana: storie in cui si ride tantissimo, ma sotto la risata resta sempre una punta di malinconia.

Il tuo personaggio pubblico è autoironico, dissacrante, sempre pronto alla battuta. Ma chi è Giulia quando spegne il telefono?

In realtà non credo che Storie de mai ‘na gioia sia un personaggio completamente diverso da me. Piuttosto è la versione di Giulia che esce fuori quando smette di limitarsi. Nella vita privata ho sempre avuto la tendenza a pensare che quello che dico non sia abbastanza interessante, che forse sto occupando troppo spazio. La pagina mi ha dato una sorta di permesso implicito: quello di parlare senza chiedere scusa.

All’inizio era più facile. La community era piccola, sembrava quasi una conversazione tra amici. Crescendo, è tornato anche un certo imbarazzo. Dal vivo sono decisamente più tranquilla e posata — è una cosa che mi sento dire spesso da chi mi incontra dopo avermi conosciuta sui social. Quello che il personaggio mi permette di fare è amplificare una parte autentica di me: quella che ama raccontare storie, osservare le contraddizioni umane e far ridere le persone. Più che nascondere qualcosa, però, la pagina mi costringe a proteggere alcune parti di me. Le insicurezze, per esempio. Oppure la fatica che c’è dietro il lavoro. Sui social si vede quasi sempre la battuta finale; molto meno tutte le volte in cui quella battuta non arriva, o non funziona, o ti chiedi se abbia senso continuare a provarci.

Racconti storie di gente a cui «è andata male male male»: Caravaggio, le coppie celebri finite in tragedia, i santi sfortunati. Da dove viene questa attrazione per il fallimento altrui?

Credo che all’inizio fosse soprattutto consolazione. Quando è nata la pagina stavo attraversando un periodo in cui mi sembrava che tutto stesse andando storto. Scoprire che perfino i grandi personaggi della storia avevano passato la vita a collezionare delusioni e fallimenti è stato stranamente rassicurante. Da lì ho capito una cosa: tendiamo a ricordare le persone per il risultato finale, ma quando vai a guardare le loro vite da vicino, trovi esseri umani pieni di paure, errori, ossessioni e sfortune. Ed è proprio lì che diventano interessanti. Le vite lineari, perfette, senza inciampi, sono rassicuranti ma raramente memorabili. Le storie che ci restano addosso sono quelle in cui qualcuno cade, sbaglia strada, prende una serie impressionante di decisioni pessime e continua comunque ad andare avanti.

Può il linguaggio dei social essere un veicolo di cultura? Te la rigiro dopo qualche anno di mestiere.

I social funzionano benissimo per accendere la curiosità. Possono farti scoprire un personaggio storico, un libro, un’opera d’arte e spingerti a voler sapere di più. E il linguaggio social può essere un potente alleato, purché non sia forzato per sembrare giovani a tutti i costi — lì risulta solo cringe. Però i social da soli non bastano. Non riusciranno mai a insegnare tutto ciò che va in profondità: il tempo necessario per comprendere davvero qualcosa, per emozionarsi, per entrare in empatia con le persone di cui si racconta. Per capire che si parla di “persone” e non di “personaggi”.

Il tuo format vive di un equilibrio delicato: il trash come esca, la Storia come sostanza. Quanto lavoro c’è dietro un contenuto che deve sembrare buttato lì?

Le fonti sono la parte più lunga e meno visibile del processo: spesso lavoro sui libri che sto studiando in quel periodo, perché il format nasce anche dal mio bisogno di rendere più interessante per me quello che studio. Poi riassumo tutte le informazioni su un foglio, e intanto comincio a capire quale frase potrebbe funzionare per agganciare lo spettatore, come si potrebbe chiudere, mi appunto qualche battuta. Poi scrivo il testo, mi cronometro mentre lo ripeto per vedere quanto durerà e se c’è qualcosa da tagliare. Poi giro il video, lo monto, pubblico e lo “lascio andare” — anche se quasi mai ho la certezza della risposta del pubblico. Spesso i contenuti che amo di più non sono quelli che funzionano meglio, e viceversa.

La divulgazione storica sui social è diventata un genere affollato. Come si sopravvive agli algoritmi facendo cultura? Hai mai sentito la tentazione di snaturarti per i numeri?

Mah, guarda, a me piacerebbe snaturarmi, vorrebbe dire che ho imparato ad adattarmi, a essere versatile e pure un po’ paracula. Ma proprio non riesco a uscire dalla mia nicchia di storie semisconosciute. Con gli algoritmi si sopravvive anche ignorandoli un po’. Non cerco di inseguire formati e trend che riducono la cultura a frasi d’effetto o fotine aesthetic, anche se so benissimo che funzionano.

Forse è anche per questo che ho avuto una crescita molto lenta negli anni. Però mi sono divertita sempre, facendo anche una marea di cavolate. All’inizio i testi erano tutti spezzettati in frasi e messi nelle storie di Instagram, commentati con gif dei personaggi del trash italiano — c’era per esempio “Gianni Sperti racconta Torquato Tasso”. Mi chiedevo come mai piacessero ma la pagina non crescesse, poi un’anima pia mi ha fatto notare che le storie all’epoca non potevano essere condivise e sparivano dopo 24 ore. Tanto lavoro per nulla.

Sei rappresentata da un’agenzia e il tuo profilo è anche un lavoro: come scegli le collaborazioni?

Ho scelto la mia agenzia perché abbiamo una visione comune, che non punta all’influencer marketing e che vede i social come semplice strumento per arrivare ad altro. Sì, c’è stata una proposta che sembrava allettante a cui abbiamo detto no perché lontana dai miei valori e dalle mie idee politiche e sociali, di cui parlo spesso. Anche per questo mi piace molto la mia agenzia: rispetta e tutela la mia etica.

Nel 2022 hai portato il linguaggio social su carta con il libro, percorso inverso rispetto a tanti. Cosa ti ha insegnato l’editoria tradizionale, e c’è un secondo libro nel cassetto?

Mi ha insegnato che praticamente chiunque ormai può pubblicare un libro — ahaha. No, non vorrei pubblicare un secondo libro al momento.

Il tuo formato sembra nato per uscire da Instagram: podcast, teatro, televisione. Dove ti vedi tra tre anni?

Esatto, il format non nasce per i social, ma per il teatro. I primi testi che ho scritto erano dei monologhi comici che però non sapevo come diffondere. Così ho iniziato — malissimo — con i social, sperimentando tanto e sbagliando una marea di volte, ma sempre pensandoli come un mezzo e non un fine. Ci sono in ballo delle cose, ma non posso dire nulla, anche perché poi magari non si avverano. Tra tre anni vorrei avere un mio piccolissimo spazio in tv per raccontare le mie storie de mai ‘na gioia. Sarebbe bello.

C’è un personaggio storico che sogni di raccontare ma che non hai ancora osato toccare?

Il primo che mi viene in mente è John Keats, un poeta inglese morto a soli 26 anni convinto di essere un fallimento totale, con una storia d’amore tristissima dietro. Mi darebbe proprio fastidio sacrificare la bellezza tragica di questa storia al minuto e mezzo di Instagram.

L’attrice fallita «prima ancora di averci provato»: ma è davvero fallita? Il sogno della recitazione è archiviato o ha solo cambiato palcoscenico?

Il sogno dell’attrice è stato archiviato perché non avevo tempo né soldi per aspettare la chiamata dell’agente, essere pronta in qualunque momento a girare video per un provino, partecipare ai casting o alle feste di networking — per cui sono negata, tra l’altro. Ho sempre lavorato e questo, in ambito artistico, è comunque un limite. Non insormontabile, ma probabilmente non avevo abbastanza fame di riuscire. Magari tornerò in teatro con uno spettacolo di storie finite male, mi piacerebbe.

Se domani Instagram chiudesse cosa resterebbe di Giulia Faina?

Mi resterebbero un sacco di storie belle, ma non dei personaggi storici: proprio mie, personali. Storie de mai ‘na gioia mi ha permesso di fare esperienze, conoscenze, incontri che probabilmente non avrei mai fatto. Mi ha mostrato quante cose so imparare: chi l’avrebbe mai detto che so montare i video? Prima mi sembrava tutto una serie di tasti senza senso. Mi ha ricordato quanto mi piaccia raccontare storie — e se Instagram domani dovesse chiudere, vorrei prendere il patentino da guida turistica e raccontare storie a tutti.

Chiudiamo nel tuo stile: tra cent’anni qualcuno racconterà la storia di Giulia Faina. Sarà una storia de mai ‘na gioia o, per una volta, una storia a cui è andata bene?

Mi auguro che sia una storia lunga, con qualche inciampo, ma alla fine con un bel finale felice. O comunque soddisfatto. Come vorrei che finisse? Possibilmente nel sonno, tranquilla, da vecchia — ahaha.

 

Giulia Faina ha costruito il suo format partendo dalle stesse tragedie che racconta: la precarietà, il coraggio mancato, la sensazione di essere in ritardo su tutto. La differenza è che invece di aspettare che le andasse bene, ha deciso di fare dell’andarle male un mestiere che ha funzionato.