Stefano Vergine e il prezzo del giornalismo d’inchiesta indipendente

Federica Basili 10 Ago 2026
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Panama Papers, Football Leaks, Malta Files: Stefano Vergine ha costruito la sua carriera dentro le più grandi inchieste collettive del giornalismo internazionale, quelle che si fanno in consorzio, con centinaia di colleghi sparsi per il mondo e mesi di documenti da incrociare.

Ma è stato anche, nel 2019, una delle due firme insieme a Giovanni Tizian, dietro lo scoop sulla trattativa del Metropol, il tentativo di finanziare la Lega con denaro russo. Un lavoro che gli è costato una quarantina di cause per diffamazione, mai una condanna, e che oggi racconta con la stessa lucidità con cui analizza i conti che non tornano del giornalismo d’inchiesta italiano.

Freelance per scelta più volte nella carriera, dall’Espresso al Fatto Quotidiano e ritorno, Vergine è anche una delle firme dietro “Simone”, il podcast true crime che ha portato l’inchiesta fuori dalla pagina scritta.

Lei ha lavorato dentro inchieste globali come Panama Papers, Football Leaks, Malta Files, costruite da consorzi internazionali di giornalisti. È questo il futuro dell’inchiesta, la collaborazione transnazionale? E cosa dice del fatto che le redazioni italiane, da sole, raramente riescano più a sostenere lavori di quella portata?

Le collaborazioni internazionali tra giornalisti e testate negli ultimi dieci anni hanno prodotto le inchieste secondo me più approfondite e interessanti. In teoria quindi sì, questo è il futuro dell’inchiesta giornalistica. Tuttavia queste collaborazioni richiedono tempo e risorse finanziarie, fattori di cui le redazioni – quelle italiane per lo meno, che conosco meglio – scarseggiano sempre di più.

Nel 2019, con Giovanni Tizian, ha rivelato la trattativa del Metropol per finanziare la Lega con denaro russo. A distanza di anni: cosa ha prodotto concretamente quello scoop sul piano giudiziario, politico, dell’opinione pubblica? E cosa le ha insegnato sui limiti di ciò che un’inchiesta può cambiare?

Sul piano giudiziario, lo scoop ha prodotto un’inchiesta della Procura di Milano: l’indagine ha confermato che la trattativa per finanziare la Lega con soldi russi c’è stata e si è interrotta dopo la pubblicazione dei nostri articoli. L’inchiesta si è chiusa con l’archiviazione: i magistrati avevano inviato una rogatoria alle autorità russe per sapere se al tavolo del Metropol c’erano pubblici ufficiali della Federazione, condizione indispensabile per poter contestare il reato di corruzione internazionale, ma da Mosca non sono arrivate risposte. In seguito, abbiamo pubblicato un’altra inchiesta dimostrando che uno dei tre russi presenti al tavolo del Metropol era un pubblico ufficiale russo, Andrei Kharchenko, membro del quinto servizio dell’Fsb. Ma questa rivelazione non ha portato alla riapertura dell’indagine giudiziaria. Sul piano politico e dell’opinione pubblica la mia impressione è che la vicenda abbia avuto una certa rilevanza fintanto che l’inchiesta giudiziaria è rimasta aperta, mentre dopo l’archiviazione il concetto veicolato dalla stessa Lega e da gran parte dei media è stato quello di un caso inesistente, come se l’archiviazione avesse sancito l’irrilevanza della trattativa. Questo errore credo dipenda da un’abitudine molto italiana, lascito probabilmente del periodo di Mani Pulite: confondere il piano della verità giudiziaria con quello della verità storica.

Le querele temerarie restano una delle armi più efficaci contro il giornalismo d’inchiesta in Italia: costano poco a chi le presenta e moltissimo in tempo, denaro, energie a chi le subisce, soprattutto se freelance. Quante ne ha collezionate? E come si lavora con quella spada sospesa sopra la testa?

Da quando faccio questo lavoro ho collezionato una quarantina di cause per diffamazione, tra civile e penale. Mai nessuna è finita con una condanna nei miei confronti. Credo che sia legittimo il diritto di fare causa a un giornalista quando ci si sente diffamati. Per arginare il fenomeno delle querele temerarie, però, bisognerebbe imporre al querelante l’obbligo di compensare, in caso di sconfitta, il giornalista denunciato con lo stesso ammontare richiesto come risarcimento per la presunta diffamazione: questo diventerebbe un deterrente, soprattutto per quei politici che fanno cause pagandosi l’avvocato con soldi pubblici.

La libertà di stampa in Italia viene spesso discussa in termini di pressioni politiche. Ma lei si occupa di economia e finanza: quanto pesano, rispetto alla politica, le pressioni economiche – editori, inserzionisti, interessi industriali – nel determinare ciò che si pubblica e ciò che non si pubblica?

Le pressioni ci sono e sarebbe ipocrita negarlo. Spesso non arrivano in modo diretto, quasi sempre il direttore o l’editore non hanno nemmeno bisogno di esplicitare certe cose ai cronisti. Ovviamente ogni redazione ha le sue specificità: non hanno tutte editori in conflitto d’interesse e non subiscono di conseguenza tutte le stesse pressioni. In parte dipende dal modello di business della testata: se vende il suo prodotto gratuitamente o quasi, e dunque se dipende totalmente dalla pubblicità, è più facile che sia sottoposta a forti pressioni da parte degli attori economici e finanziari che la finanziano.

Cosa significa fare giornalismo d’inchiesta in un Paese dove il mercato editoriale si concentra in poche mani e i giornali cambiano proprietà, come è appena successo a La Stampa? Il problema dell’indipendenza è negli editori o nel modello?

Domanda che meriterebbe una risposta molto lunga. Sintetizzando, il problema principale secondo me è nel modello di business. Il massimo dell’indipendenza si avrebbe con una testata autonoma economicamente, cioè che basi gran parte delle proprie entrate sugli abbonati. Ma i casi del genere sono pochissimi in Italia, perché l’informazione non è considerata dalla maggior parte delle persone un bene essenziale, per il quale vale la pena spendere dei soldi mensilmente. Per questo credo che l’unica alternativa attuale sia il finanziamento pubblico ai giornali.

Lei ha fatto un percorso controcorrente: da vicecaposervizio dell’Espresso, un posto fisso in una grande testata, alla scelta del freelance. Cosa l’ha spinta, e cosa direbbe oggi a un giovane che considera quella scelta una follia economica?

Ogni scelta professionale del genere ha le sue specificità. Io ho lasciato il posto fisso a L’Espresso quando l’azienda mi ha offerto una buonuscita in cambio delle dimissioni. Detto questo, finora ho sempre amato fare il giornalista in modo indipendente: puoi andare dove vuoi, quando vuoi, provare a scrivere di qualsiasi tema in qualsiasi modo. Sono arrivato all’Espresso dopo cinque anni da freelance, quindi ero abituato e non mi spaventava la prospettiva. Anni dopo, nel periodo del Covid, sono stato assunto da Il Fatto Quotidiano: ci sono rimasto un paio di anni prima di licenziarmi e tornare di nuovo a fare il freelance, questa volta senza alcuna buonuscita. Oggi più che mai, visto quanto sta cambiando il mercato, se fossi un giovane a inizio carriera e non trovassi una qualche forma contrattuale dentro una testata, valuterei seriamente la possibilità di fare questo lavoro da freelance, perché può offrire tante opportunità di crescita umana e professionale. Chiaramente bisogna riuscire a far quadrare i conti.

Il freelance d’inchiesta è una figura quasi paradossale: fa il lavoro più costoso e rischioso del giornalismo con le tutele più basse. Come si costruisce la sostenibilità economica di questo mestiere? Sia onesto: i conti tornano?

Nel mio caso i conti per fortuna tornano. Ovvio, probabilmente guadagnerei di più se fossi interno a una redazione, ma avrei anche molti più limiti e stress. La sostenibilità si costruisce lavorando tanto, pianificando, considerando costi e benefici di un’inchiesta prima di iniziarla, facendosi pagare cifre decenti per il lavoro che si fa, dicendo qualche no quando serve, rendendosi affidabili e, per quanto possibile, indispensabili. Per le tutele legali, bisogna collaborare con testate che garantiscano la difesa: questo è essenziale. Tutto questo si riesce a fare quando ci si è costruiti una credibilità, quando si è considerati affidabili dalle testate a cui si chiede di collaborare, e ciò richiede un investimento iniziale di tempo e risorse notevole.

Le sue inchieste partono spesso da documenti come bilanci, estratti conto, carte giudiziarie, leak. In un’epoca in cui l’attenzione premia l’opinione gridata e il contenuto veloce, chi paga ancora il giornalismo lento dei documenti? E chi lo legge?

Lo leggono in pochi ma lo riprendono tanti, purtroppo spesso senza citare chi ha trovato la notizia. Siamo certamente in una fase storica in cui ad essere premiati sono i comunicatori piuttosto che i giornalisti, cioè ha più impatto chi invece che sulla ricerca delle informazioni si concentra sulla narrazione delle stesse. Questa tendenza ha conseguenze economiche rilevanti. Se un giornalista lavora un mese per trovare una notizia, la pubblica su un giornale a pagamento e poi questa viene ripresa da un sito, una tv o un influencer che la impacchetta in modo nuovo e la rivende gratuitamente sui suoi canali, il valore economico di quella notizia è stato completamente trasferito da chi ha trovato la notizia a chi l’ha ripresa. Perché un lettore medio dovrebbe abbonarsi a un giornale se può leggere le stesse cose gratuitamente altrove, magari riassunte e spiegate per immagini, dunque più fruibili? E infatti i giornali vanno economicamente sempre peggio. Il “furto” di informazioni non è una novità assoluta, alcune trasmissioni televisive anche molto popolari usano questo trucco da decenni, ma è un fenomeno che con la diffusione dei contenuti digitali è esploso. Neanche i giornali ormai hanno quasi mai la forza di finanziare vere inchieste giornalistiche, di cui non puoi conoscere l’esito in anticipo, quindi il giornalismo lento dei documenti in Italia ormai è pagato principalmente dai finanziamenti europei, da bandi che permettono a freelance di lavorare ad inchieste per mesi con budget decenti, e poi di pubblicare l’inchiesta su testate che così si ritrovano contenuti di qualità avendo speso poco o nulla.

Lei ha sperimentato anche il podcast con “Simone”. Cosa permette di fare il racconto audio che la pagina scritta non consente? È un formato che può dare nuova vita all’inchiesta o un modo per intercettare un pubblico che i giornali hanno perso?

Le persone sono sempre meno abituate a leggere e il podcast può certamente permettere di intercettare pubblico. Per quanto riguarda la forza del mezzo, l’audio restituisce delle sensazioni che, secondo me, la parola scritta non è in grado di riprodurre con la stessa forza. Inoltre — e credo sia l’aspetto più importante — ascoltando si entra in una relazione intima con chi racconta, diciamo che ci si affeziona più facilmente alla voce dello scrittore che alla sua scrittura. Dunque sì, secondo me il podcast ha il potenziale per permettere alle testate di intercettare pubblico perso con i giornali o pubblico nuovo. Sulle inchieste dipende dal tema: “Simone” credo si adatti bene perché è un caso di true crime, io avevo degli audio molto forti e per questo ho optato per il podcast, ma la maggior parte delle inchieste che solitamente faccio — piene di numeri, fatti, nomi e meccanismi finanziari — non credo si adattino bene all’ascolto, l’attenzione si perderebbe facilmente. Il problema comunque è sempre economico. Le persone ascoltano podcast ma non sono abituate a pagare per farlo. Realizzare un’inchiesta giornalistica e poi trasformarla in un podcast è ancora più laborioso e costoso che pubblicarla su un giornale. Quindi, se escludiamo i cosiddetti branded content — quelli che un tempo si chiamavano meno pomposamente marchette — i podcast giornalistici al momento non credo siano sostenibili economicamente. Per un gruppo editoriale possono però rappresentare un prodotto complementare utile, anzi oggi direi quasi indispensabile per intercettare una certa fascia di pubblico.

L’intelligenza artificiale promette di analizzare milioni di documenti in poche ore esattamente il lavoro che nei Panama Papers richiese mesi a centinaia di giornalisti. Strumento rivoluzionario per l’inchiesta o rischio di un giornalismo che non sa più verificare ciò che la macchina gli consegna?

Tutte e due: strumento rivoluzionario ma anche potenzialmente rischioso. Per le inchieste, penso che utilizzando l’intelligenza artificiale per analizzare documenti originali, che noi forniamo alla macchina — non pescati dalla macchina sul web — il risultato possa essere straordinario in termini di tempo risparmiato e precisione. Nel complesso, per chi le fa, secondo me ci sono più opportunità che rischi.

Saronno, la gavetta in provincia, poi l’Australia come corrispondente RSI e la Tunisia della primavera araba nel 2011, da freelance. Cosa le ha lasciato quella rivoluzione raccontata sul campo, a vent’anni di carriera di distanza?

Un bellissimo ricordo, professionale e personale. Ha rafforzato la consapevolezza che vale la pena assumersi dei rischi se si vuole ottenere qualcosa. È stata l’esperienza che più di tutte mi ha fatto capire quanto può essere esaltante trovarsi in mezzo alla Storia. È stato utile anche per fare la tara alle teorie del complotto, in quel caso quella delle Primavere Arabe create a tavolino dagli Usa. E poi ho conosciuto e visto all’opera alcuni colleghi per me mitici, gente che aveva 50-60 anni e diverse guerre alle spalle quando io ero uno sbarbatello.

Panama Papers le è valso un Pulitzer condiviso con centinaia di colleghi. Che effetto fa il premio più prestigioso del giornalismo mondiale quando arriva per un lavoro collettivo? E quanto conta, davvero, nella carriera di chi lo riceve?

Ricordo quella notte il messaggio di uno dei colleghi italiani de L’Espresso che mi informava della notizia: nessuno di noi ci credeva. Nella mia carriera, ma credo anche in quella di molti miei colleghi, non è cambiato nulla: non ci sono state promozioni, aumenti di stipendi, particolari riconoscimenti. Di sicuro vincere il Pulitzer per un lavoro di gruppo non dev’essere come vincerlo individualmente. Infatti, per quanto sia prestigioso, io tengo più ad altri premi vinti: li sento più miei perché ottenuti per lavori realizzati da solo o al massimo in coppia.

Ha scritto due libri sulla Lega e i suoi soldi. Esiste un costo personale nel legare il proprio nome, per anni, all’inchiesta su un partito di governo? Si è mai sentito esposto?

Il costo personale è consistito nelle tante cause ricevute, finora tutte vinte, e nelle critiche di chi cerca di delegittimare il tuo lavoro descrivendoti a volte come giornalista di parte, a volte come manovrato da oscuri interessi, partiti d’opposizione, servizi segreti di paesi stranieri e altre stramberie. Inizialmente ci ho sofferto molto: uno dei miei principi è sempre stato quello di cercare di essere obiettivo, di non fare sconti a nessuno, di fare questo lavoro in modo imparziale, per quanto ovviamente possibile, e soprattutto in modo indipendente. Alla fine mi sono detto: tu sai cosa hai fatto, quindi prendi queste critiche come una delle tante conseguenze del tuo lavoro.

Qual è l’inchiesta che non è riuscito a chiudere, quella che le è rimasta nel cassetto per mancanza di prove, di tempo o di un editore disposto a pubblicarla?

Mi viene in mente un’inchiesta sui notai italiani e una sul mondo del calcio dilettantistico: sono lavori che ho fatto diversi anni fa. In un caso avevo già tutto pronto per scrivere, nell’altro mi mancavano ancora dei pezzi ma il grosso era fatto. Non ho trovato la testata dove pubblicarli, diciamo così.

A un ragazzo o una ragazza che oggi vuole fare giornalismo d’inchiesta in Italia: qual è la prima cosa che deve sapere e nessuno gli dirà?

La cosa che nessuno gli dirà non esiste, perché a forza di osservare e chiedere saprà tutto quello che c’è da sapere. La prima cosa da tenere a mente, invece, è che viste le condizioni del mercato vale la pena specializzarsi in qualcosa che pochi sanno fare, possibilmente qualcosa di difficile, meglio ancora se molto difficile, perché così si avranno più possibilità di riuscire a lavorare.