Stefano Tiozzo, il fotografo che insegue la luce: «Sotto l’aurora boreale ho immaginato un’altra vita»

Fotografo paesaggista tra i più seguiti d’Italia, oggi anche autore di un libro sulla spiritualità vedica. Dalle spedizioni nel Nord Europa alla vita in Russia, passando per la paternità e la guerra: il racconto di una vocazione.
Stefano Tiozzo è un fotografo paesaggista e documentarista di viaggio: le sue spedizioni nel Nord Europa e i suoi scatti dell’aurora boreale lo hanno reso uno dei narratori per immagini più seguiti d’Italia. Prima dell’obiettivo, però, c’era il camice: laurea in odontoiatria con lode e nove anni di professione, lasciati per dedicarsi interamente alla fotografia e al racconto del mondo.
Lo abbiamo incontrato per parlare di rotture, luce, guerra e del viaggio più difficile: quello dentro di sé.
La tua è una storia di rottura netta: nove anni di odontoiatria, poi tutto lasciato. Come si decide di smettere di fare il medico per fotografare paesaggi?
Naturalmente non è una decisione che si prende dalla sera alla mattina. È un processo lungo, spesso doloroso, a cui si giunge dopo aver maturato una serie di priorità personali. Nel mio caso specifico, la motivazione principale fu l’aver compreso che, tramite la fotografia e i viaggi, ero in grado di fare molto più bene a molte più persone rispetto a quello che facevo nello studio dentistico. Il lavoro da dentista mi piaceva e lo facevo con passione, al meglio delle mie possibilità. Tuttavia, avendo capito che lo scopo principale della nostra vita è servire gli altri e fare in modo che il nostro operato porti più gioia possibile a chi ci circonda, questa cosa la vedevo accadere soprattutto in tutto ciò che ruotava attorno ai viaggi.
C’è stato un momento preciso — un viaggio, un’immagine — in cui hai capito che non potevi più tornare indietro?
Il punto di non ritorno fu senza dubbio il momento in cui decisi di sposare mia moglie e, contestualmente, di andare a vivere in un altro Paese. Lì non avevo alternative se non dedicarmi pienamente a una professione che al tempo non esisteva nemmeno e che, di fatto, mi sono praticamente inventato da solo.
Quando hai lasciato la medicina, c’è stato qualcuno famiglia, amici, colleghi, che ti ha detto che stavi sbagliando? Come hai gestito quella pressione?
Sarebbe più facile dire che c’è stato qualcuno che mi ha detto che facevo bene. Devo ammettere che, nonostante un generico clima di sconsiglio, le persone a me più vicine credevano nelle mie possibilità e nel fatto che ce l’avrei fatta. Questo per me è stato un valore inestimabile, che ha alleggerito in modo decisivo ogni forma di pressione psicologica.
Il tuo canale YouTube è tra i più seguiti in Italia sui viaggi. Ma YouTube nel 2025 è un mestiere completamente diverso da quello di dieci anni fa: algoritmi, shorts, competizione globale. Com’è cambiato il tuo lavoro dietro la telecamera?
Nella mia esperienza personale trovo due grandi differenze rispetto agli inizi. La prima: la piattaforma è molto più satura di contenuti, anche lunghi. Di conseguenza è molto più difficile produrre video da centinaia di migliaia di visualizzazioni, come invece capitava in maniera abbastanza prevedibile tanti anni fa. L’arrivo dell’AI, inoltre, sta trasformando la produzione di contenuti in un lavoro meccanizzato alla portata di tutti.
La seconda ha a che fare con la difficile condizione in cui versa il mondo: a partire dalla pandemia, e poi con tutte le guerre che lo attraversano, buona parte dell’attenzione delle persone è rivolta a queste vicende o, in generale, a temi che potremmo riassumere come “negativi”. I creatori di contenuti di viaggio, che per definizione producono contenuti ispirazionali e positivi, fanno molta più fatica a farsi notare rispetto a un tempo. Credo dipenda dal fatto che le persone hanno un po’ perso la speranza, o comunque quello stato d’animo positivo che caratterizzava gli anni prima del 2020. Basti pensare che, nonostante tutti i grandi documentari di viaggio che ho prodotto, gli unici miei video finiti nelle tendenze di YouTube avevano come tema la guerra tra Russia e Ucraina.
Quanto di quello che fai è ancora puramente creativo e quanto è gestione di una macchina editoriale, pianificazione, SEO, analytics?
Da questo punto di vista sono un dinosauro. Non pianifico quasi nulla, non guardo nessuna metrica, faccio semplicemente ciò che mi ispira. Non dico che sia la scelta più brillante, ma è quella in cui mi riconosco di più. Per questo spesso mi definisco «un pessimo youtuber con moltissimi iscritti».
Hai una community che ti segue da anni e si fida di te. Senti il peso di questa responsabilità? Ti è mai capitato di autocensurarti o di non pubblicare qualcosa per non deludere chi ti segue?
Il problema non deriva in alcun modo dalle persone che mi seguono da anni e che si fidano di me: quelle mi conoscono, e con loro ho un rapporto paragonabile a quello che si ha con gli amici. Lo noto benissimo ogni volta che le incontro ai miei eventi dal vivo o quando vengo fermato per strada.
Il problema vero nasce dai grandi numeri, che attirano anche persone che non conoscono affatto quello che faccio e che tendono a giudicare il tuo lavoro da una singola parola. Potrei scrivere un libro con tutte le idiozie che ho letto nei commenti ai miei video. Ma rispondendo alla domanda: sì, indubbiamente. Oggi so perfettamente che certe cose che dieci anni fa potevo dire tranquillamente in un video è meglio non dirle.
I creator italiani di viaggi tendono a scegliere tutti le stesse mete, gli stessi format. Tu come provi a differenziarti?
Non credo che siano la destinazione o il format a determinare il successo di un canale di viaggi, quanto il modo in cui racconti qualcosa. Le persone più affezionate al mio lavoro spesso mi scrivono, ironizzando, che da me si farebbero raccontare persino il bugiardino della tachipirina: è uno dei complimenti più belli che ricevo, e mi fa un piacere enorme. Significa che, anche se andassi in una destinazione inflazionata, il mio pubblico sarebbe comunque contento di vederla raccontata da me piuttosto che da altri. Detto questo, ho la fortuna di viaggiare — non sempre, ma spesso — in luoghi difficilmente raggiungibili da altri, e questo mi permette ogni tanto di creare contenuti unici, che hanno sicuramente più valore di quelli girati in mete più battute.
Sei noto soprattutto per le spedizioni fotografiche nel Nord Europa e per l’aurora boreale. Cosa c’è in questo fenomeno che continua ad attrarti dopo anni?
Sia per la mia notorietà sia per il mio legame personale con questo fenomeno, la risposta è semplice: è il primo amore. Fu sotto l’aurora boreale che, per la prima volta, ebbi l’immaginazione — o, se vogliamo, una vera e propria visione — di un futuro diverso, di quella che poteva essere una vocazione. È come se ci fosse un grande legame di gratitudine verso quel fenomeno, che mi spinge a onorarlo con regolarità. E poi, oggettivamente, è la cosa più bella a cui si possa assistere in natura. Su questo non ci piove.
Chi partecipa ai tuoi workshop? Che tipo di persone si mette in viaggio per fotografare le aurore?
Premesso che, di tutti i viaggi che propongo nel corso di un anno, solo una piccolissima percentuale è dedicata all’aurora boreale, ai miei viaggi partecipano persone che condividono con me un certo approccio al viaggio, prima ancora che la passione per la fotografia. Un viaggio fatto di ricerca costante del bello, senza correre, senza fretta, in cui il tempo dedicato a immergersi in un luogo ha un valore inestimabile. È l’approccio che ho sempre adottato, e dopo undici anni di viaggi di gruppo mi fa piacere vedere che è riconosciuto dalla maggior parte delle persone che viaggiano con me.
C’è qualcosa che non hai ancora fotografato e che senti come un’incompiutezza?
I paesaggi della Nuova Zelanda e della Groenlandia sarebbero sicuramente i primi in una lista del genere, ma non gli unici. Il mondo è talmente pieno di bellezza che non basterebbero cento vite per raccoglierla tutta in una macchina fotografica.
Il tuo ultimo libro, Dalla mente al cuore (Sperling & Kupfer, 2025), parla di Bhakti Yoga, di Paramahamsa Vishwananda, di un percorso spirituale radicato nella tradizione vedica. È un salto grande rispetto ai libri di viaggio precedenti. Perché hai sentito il bisogno di scriverlo adesso?
Proprio per i motivi che dicevo prima: da sei anni a questa parte c’è un enorme aumento della negatività nel pensiero delle persone e nel loro sguardo sul mondo. A partire dalla pandemia, una larghissima fetta della popolazione è entrata in quella che potremmo definire un’età oscura della mente, dove nichilismo e pessimismo fanno da padroni. Oggi più che mai c’è un disperato bisogno di ritrovare la propria radice spirituale e di coltivare la propria interiorità per riprendere possesso delle nostre vite, letteralmente. Questo libro racchiude tutto ciò che di più prezioso ho imparato in dieci anni di percorso spirituale all’interno della tradizione vedica, sotto la guida del mio Maestro, il cui incontro ha cambiato la mia vita e ha reso possibili tutte le cose più belle che mi sono capitate, a partire dal lavoro di cui stiamo parlando. So perfettamente che è un tema di nicchia e che a molti risulta ancora respingente, perché nella nostra cultura tendiamo a screditare il ruolo della spiritualità nella vita quotidiana. Eppure, come ho spesso detto durante il tour di presentazione, se anche una sola persona che leggerà questo libro troverà una via verso una felicità autentica e inossidabile alle vicissitudini del mondo, allora sarà senza dubbio il libro migliore che io abbia mai scritto.
Come si concilia uno stile di vita fondato sulla presenza digitale, sulla visibilità, sul contenuto costante, con un percorso spirituale che invita a rallentare e a guardarsi dentro?
Spesso viviamo con lo sbagliatissimo pregiudizio che spiritualità debba fare rima con monachesimo, o con il ritirarsi in una caverna fuori dal mondo. La realtà non potrebbe essere più lontana da queste immagini: la vera spiritualità è trasformare ogni singola azione in un atto spirituale e la propria intera vita in un atto di servizio al prossimo. Gesù nel Vangelo diceva: «Siate nel mondo, ma non del mondo». Krishna nella Bhagavad Gita dice: «Prendi ogni tua azione e rendila un’offerta a Me». Un approccio spirituale alla vita non riguarda in nessun modo che cosa si fa, ma come lo si fa. È lì che si gioca tutta la differenza.
Girare il mondo, fotografarne la bellezza e poi scoprire che il viaggio più importante è quello interiore. Sembra quasi una contraddizione. Come la vivi?
Anche qui l’errore sta in dove poniamo l’attenzione. Il poeta latino Orazio diceva che i viaggiatori cambiano il cielo sopra di sé, ma non l’animo dentro di sé. Leggendo queste parole mi viene in mente un certo modo superficiale di viaggiare, o di fare i turisti al giorno d’oggi: limitarsi a ciò che abbiamo all’esterno, senza permettere che questo cambi in qualche modo ciò che siamo dentro. Io, fin dall’inizio, ho cercato di raccontare nei miei video esattamente l’opposto: che il viaggio è utile perché è uno strumento per cambiare chi siamo, per renderci migliori, e poi tornare a casa e fare meglio il nostro dovere, migliorando un po’ la vita di chi ci sta intorno grazie a ciò che abbiamo imparato.
Tua moglie Sati Kazanova è una cantante russa con un pubblico enorme in Russia. Avete una figlia nata nell’ottobre 2024. Quanto ha cambiato la paternità il modo in cui guardi il mondo e il modo in cui lo racconti?
La nascita della nostra meravigliosa figlia ha cambiato moltissime cose, ma non il modo in cui viaggio o racconto il mondo. In questo senso l’unica cosa cambiata è che, mentre sono in viaggio, un tempo ero felice al cento per cento di essere in giro per il mondo, mentre adesso inevitabilmente una parte di me soffre per la distanza da mia figlia. Scherzando con gli amici, mi è capitato di dire: «Una volta facevo il lavoro più bello del mondo, oggi faccio il lavoro peggiore del mondo», proprio per questo aspetto.
Hai vissuto a lungo in Russia, hai scritto L’altra faccia della Russia, hai un legame profondo con quel Paese anche attraverso tua moglie. Dal 2022 in poi il mondo ha smesso di voler vedere la Russia. Come stai vivendo questa situazione, personalmente e professionalmente?
In realtà vivo ancora in Russia, ormai da nove anni, ed è superfluo dire che questa situazione è un’enorme tragedia da ogni punto di vista, personale e professionale. Sul piano personale, alcuni amici sono morti al fronte; le restrizioni russe all’uso dei social complicano molto il mio lavoro e le sanzioni rendono la vita mia e di tutti quelli che, come me, si spostano da una parte all’altra del “muro” una faticosissima corsa a ostacoli. Sul piano professionale, ciò che fino a quattro anni fa era un mio grande punto di forza e di successo — raccontare la Russia dall’interno, un Paese che incuriosiva tantissimi e che in pochi raccontavano — è diventato uno stigma. Non passa giorno senza che, per il solo fatto di vivere qui, io venga accusato di essere un propagandista del Cremlino o altre idiozie del genere. Soprattutto perché, nei primi anni di guerra, ho avuto la cattiva idea di voler continuare a raccontare questo Paese dall’interno proprio in una fase così drammatica, con l’illusione di poter dare un contributo alla conoscenza pubblica grazie al mio punto di vista privilegiato. Dopo quattro anni, devo ammettere con dispiacere che mi sbagliavo: viviamo in un momento in cui alle persone non interessa una reale comprensione di ciò che accade nel mondo. Interessa soprattutto avere conferme dalla bolla informativa in cui si sono inserite e da cui non vogliono uscire per nessun motivo. E questo vale per entrambi gli schieramenti.
C’è ancora qualcosa della Russia che vorresti raccontare e che nessuno sembra voler ascoltare? E hai già un’idea per il prossimo libro: resti nel solco spirituale o torni al viaggio, o le due cose si fondono?
Ci sono moltissime zone meravigliose della Russia dove non ho ancora avuto la fortuna di viaggiare e che meriterebbero di essere raccontate. Penso soprattutto alle regioni dell’Estremo Oriente, con i paesaggi della costa est, le isole Curili, oppure ad alcune isole della Russia occidentale con i loro splendidi monasteri storici, e ancora alle tante regioni e culture con le loro tradizioni sparse nel Paese più grande del mondo. Continuerò a raccontarle ogni volta che ne avrò la possibilità.
Per il prossimo libro ho diversi progetti. Uno è un romanzo a tema spirituale, in cui mi piacerebbe cimentarmi restando nella sfera del viaggio. Mi piacerebbe anche scrivere un libro sui Paesi dell’Asia Centrale, che in questi anni ho viaggiato in lungo e in largo e che sono uno dei tesori meglio custoditi al mondo.
Guardando avanti: il creator di viaggi ha ancora un futuro a lungo termine nell’era dell’AI, dei video generati, dei tour virtuali? O il valore del testimone umano diventa ancora più raro e prezioso?
Probabilmente pecco di ingenuità, ma sono convinto che, al netto di qualche anno di euforia legata alle possibilità offerte dall’intelligenza artificiale, arriverà un momento in cui la virtualità creerà un tale senso di vuoto che le persone cercheranno, con ancora più disperazione, esperienze autentiche. Da questo punto di vista non credo che i veri creatori di viaggio cesseranno di esistere.
Se dovessi smettere domani di pubblicare contenuti niente YouTube, niente social cosa faresti?
Fare lo scrittore a tempo pieno è una cosa che mi attirerebbe parecchio. Se però consideriamo anche i libri come contenuto, allora devo dire che sono estremamente attratto dai lavori semplici e manuali, il più possibile a contatto con la natura. Ogni tanto mi capita di accarezzare l’idea di aprire una baita in un bosco e fare il pane per la gente di un villaggio vicino. Vedremo cosa ci riserverà il futuro.