Una vita ad attaccare lo Stato e poi chiedere il suo aiuto per salvarsi (lamentandosi se un sito non funziona)

di Gianmichele Laino | 01/04/2020

stato e coronavirus

Roma ladrona, il parlamento e le scatolette di tonno, l’honestà, i pieni poteri. Abbiamo imparato a odiare l’istituzione, a prendercela con lo Stato quasi fosse il male assoluto, a fare antipolitica a tutti i costi per essere popolari, a seguire gli istinti di pancia. E adesso che stiamo vivendo la crisi peggiore dal dopoguerra a oggi, adesso che l’individuo non può appoggiarsi alle sue certezze ma deve affidarsi a quelle collettive e condivise, quella allo Stato diventa l’unica invocazione a cui appellarsi.

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Stato e coronavirus, le nostre lamentele di fronte all’unica cosa che può salvarci

Quindi, chiediamo aiuto allo Stato per risolvere l’emergenza sanitaria, per comprare le mascherine o per produrle, per recuperare un posto in più in terapia intensiva. Riusciamo anche a indignarci per le sue lentezze, per la burocrazia e per il fatto che spesso arrivano prima le donazioni dei privati e soltanto in un secondo momento i fondi pubblici. Ma non ci viene mai in mente quella cartella esattoriale che non abbiamo onorato, quella multa che non abbiamo pagato, quella volta in cui – nella dichiarazione dei redditi – abbiamo scalato una fattura per risparmiare qualche euro di gabella.

Quindi, chiediamo aiuto allo Stato per avere un supporto economico in un momento di difficoltà. Perché magari quel lavoro che stavamo facendo – sì, anche quello in nero che non è tracciato dal fisco – non è più raggiungibile, perché non possiamo muoverci di casa e quindi non possiamo essere operativi, perché, colpiti dal virus, non possiamo assicurare le nostre prestazioni. E ci lamentiamo, facciamo facili ironie, pensiamo anche ad azioni legali se il sito dell’Inps che dovrebbe erogare 600 euro per 5 milioni di persone va in tilt per il troppo traffico.

Quindi, chiediamo aiuto allo Stato per tutelarci e difenderci dal virus. Non abbiamo medicinali per curarlo e dobbiamo restare in casa. Non abbiamo altri strumenti – e non ce li hanno in nessuna parte del mondo – per prevenirlo e dobbiamo limitare spostamenti e contatti sociali. Le istituzioni dello Stato ce lo dicono ma poi ci lamentiamo se non ci sono abbastanza controlli, se l’ordine pubblico non è garantito a sufficienza, se ci sono troppi trasgressori. Dimenticandoci che quelli che trasgrediscono perché non rispettano la legge siamo noi.

Se c’è una lezione che stiamo imparando da questa pandemia è che da soli non possiamo farcela. Che abbiamo bisogno di un apparato che ci venga incontro, che ci possa fare da materasso quando stiamo cadendo, che possa darci anche una parola di conforto se, a rappresentarlo, fossero persone di statura. Questo coronavirus rappresenta una cesura rispetto a quello che l’opinione comune ci ha fatto credere. Il più grande impegno che oggi, da relegati in casa, possiamo prenderci è riaffermare il ruolo centrale dello stato nella vita umana e civile di un popolo, ricercando nei politici, nella cultura generale, nelle scuole, il futuro meraviglioso della repubblica.