Siamo sempre connessi, ma sempre più soli”Luca Lobuono e i test sociali che raccontano la gentilezza

Ha iniziato per le strade di Bari a gennaio 2023, con una telecamera e un’idea contromano: filmare la gentilezza invece dello scandalo. Oggi Luca Lobuono — lobuonoinside per i suoi 489 mila follower è arrivato al test sociale numero 163, ha scritto un libro entrato nelle scuole (La gentilezza è contagiosa) e porta i suoi esperimenti dal marciapiede alle aziende.
Il progetto lobuonoinside nasce a gennaio 2023 per le strade di Bari. Oggi, con 489 mila follower, cosa è cambiato nel modo in cui costruisci un test sociale rispetto ai primissimi video e cosa invece ti sei imposto di non cambiare mai?
In realtà è cambiato meno di quanto si possa immaginare. Fin dal primo giorno mi sono imposto una regola: non inseguire l’attualità, non inseguire l’algoritmo. Cerco di restare me stesso in ogni video, nella mia semplicità, e di condividere messaggi che abbiano un motivo per essere condivisi. Ho sempre voluto creare contenuti che avessero valore anche tra dieci anni. Collaboro con diversi cameraman, ma i miei video li edito io, e questo non penso cambierà mai. Primo perché mi piace davvero editare, anche se non ho mai fatto corsi professionali. Ma soprattutto perché penso che succeda qualcosa di magico quando sei tu a impersonare i tuoi video, sei tu a vivere quei momenti, quelle energie, quelle persone, quelle parole e poi sei sempre tu a editare quel video. Quello che è cambiato è la mia consapevolezza. Oggi ogni test nasce con un obiettivo preciso: creare una situazione che faccia emergere il meglio delle persone. Credo di aver cercato per tutta la vita quello che faccio oggi sui social: un modo per comunicare ciò che manca già da un po’: la gentilezza, la sensibilità, l’empatia, la consapevolezza di sé stessi e degli altri.
I tuoi test sociali mettono le persone davanti a situazioni costruite: la banconota persa, il litigio, la richiesta insolita. Dove metti il confine etico tra esperimento e provocazione? C’è un’idea di test che hai scartato perché superava quella linea?
Per me il confine è molto chiaro: non uso mai il dolore, la fragilità o gli errori delle persone per fare visualizzazioni. Sarebbe molto più semplice costruire contenuti mostrando chi si comporta male, chi ruba o chi approfitta di una situazione. Eppure ho sempre scelto un’altra strada. Ricordo Pietro, un senzatetto con cui avevo realizzato un video quando era ancora in vita. Il giorno della sua morte i social erano pieni di contenuti su di lui. Io ho scelto di non farne uno. Lo stesso vale per tutte quelle mode che trasformano tragedie, o perfino patologie, in argomenti virali. Credo che quello sia il momento in cui smetti di raccontare una storia e inizi a strumentalizzarla. Io voglio solo ricordare che esistono ancora tante persone gentili al mondo, persone attente agli altri in modo sano, capaci di fare del bene. Ed è questo il tipo di mondo che vorrei contribuire a costruire.
Sei arrivato al test sociale numero 100 e oltre. Qual è la reazione che ti ha sorpreso di più in assoluto in positivo o in negativo e cosa ti ha insegnato sugli italiani?
Sì, siamo arrivati al test sociale numero 163. E, paradossalmente, il test che mi ha cambiato di più è stato uno dei primi, il numero quattro. Un padre mi prese spontaneamente per mano per aiutarmi. Subito dopo suo figlio, che aveva cinque o sei anni, fece esattamente la stessa cosa. Senza che nessuno gli dicesse nulla. In quel momento ho capito che i comportamenti si trasmettono, che la gentilezza si impara anche osservandola. Dopotutto, si vive per imitazione. Ed è lì che mi è venuta in mente la frase che poi è diventata il titolo del mio libro: “La gentilezza è contagiosa”. Quello che so su noi italiani è che abbiamo un cuore enorme. Più viaggio, più osservo culture diverse, più mi convinco che siamo un popolo straordinariamente umano, creativo e intelligente. Credo sinceramente che potremmo esprimere molto più di quello che stiamo facendo.
La gentilezza sui social rischia di diventare un genere, con i suoi cliché e la sua retorica. Come fai a capire quando un contenuto è autentico e quando sta scivolando nel “buonismo da algoritmo”?
Credo che la differenza stia nell’intenzione con cui nasce un contenuto. Io non faccio video sulla gentilezza perché la gentilezza funziona sui social — quando ho iniziato, anzi, in molti mi prendevano in giro. Li faccio perché penso sia necessario mostrare al mondo che esistono ancora persone buone, educate e gentili. Prima ancora di aprire un profilo, sentivo che era una delle cose che stavano venendo a mancare. Le relazioni cominciavano a diventare difficili, anche per una persona come me, sempre attenta a non ferire. Viviamo in un sistema che, inevitabilmente, crea competizione, e questo mette alla prova le relazioni, ci divide — per una serie di motivi che cerco di capire anch’io. Pensiamo di essere connessi, ma non è così. Ultimamente la frase che ho in testa è proprio questa: siamo sempre connessi, ma sempre più soli. Per tutta la vita ho cercato un modo per comunicare questo messaggio. I social sono semplicemente diventati il mezzo. Per me non si tratta solo di gentilezza: si tratta di sensibilità, di empatia e di consapevolezza. Se riuscissimo a recuperare anche solo una parte di queste qualità, vivremmo tutti un po’ meglio. Voglio che ogni contenuto abbia un motivo per esistere, non solo un motivo per essere visto. La gentilezza di un bambino che non conosce il concetto di gentilezza. Un senzatetto che ti presta dei soldi per mangiare qualcosa. Uno sconosciuto che sceglie di aiutarti, e di non voltarsi dall’altra parte.
Bari è stata il tuo laboratorio. Hai portato i test anche a Roma, Milano, Napoli: la gentilezza cambia con la geografia, o è un mito quello del Sud più caloroso?
Sì: Bari, Roma, Milano, Napoli, Barcellona. E no, la gentilezza non cambia con la geografia. Certo, ci sono caratteri notoriamente più calorosi, ma sono convinto che la gentilezza sia insita in ognuno di noi: può essere allenata, così come può essere dimenticata.
Ne “La gentilezza è contagiosa” hai scritto di errori, insicurezze, della scelta sbagliata dell’università, delle volte in cui non ti sei sentito abbastanza. Quanto è stato difficile passare dal formato video di 60 secondi a mettere tutto questo su carta?
Non tantissimo, perché mi sono sempre dilettato nella scrittura. Da piccolo mi piaceva scrivere testi di canzoni, ed è sempre stata una mia abitudine annotare pensieri, idee e riflessioni. È stato piuttosto divertente, anche se all’inizio non ero molto incline a scrivere una mia autobiografia. Poi mi ha convinto l’idea che raccontare una storia normalissima, fatta di errori e insicurezze come quella di chiunque, potesse diventare d’ispirazione per qualcuno. Una storia in cui non ho mai smesso di cercare chi fossi realmente e cosa potessi fare, oltre quello che avrei dovuto fare — senza mai smettere di credere che avrei trovato la mia missione di vita. Per me, in fondo, la cosa più importante è sempre stata proprio questa: cercare di conoscermi, capire perché fossi al mondo, se ci fosse un motivo. Mi sono sempre chiesto: che cosa ci faccio qui? Cosa ci facciamo tutti qui, veramente? Oggi penso di aver trovato la risposta nella mia capacità di trasmettere valori come la gentilezza. E credo che ogni scelta apparentemente inutile della mia vita stia, finalmente, cominciando ad avere un senso.
Il libro è entrato nelle scuole, gli insegnanti lo usano per progetti sulla gentilezza e tu incontri i ragazzi di persona. Cosa ti chiedono gli adolescenti che gli adulti non ti chiedono mai?
La differenza più grande è questa: gli adolescenti hanno ancora il coraggio di confessare le proprie paure. Molti adulti continuano ad averle, ma hanno imparato a nasconderle: “giocano a far finta che sia tutto ok”, mi piace dire. Ma penso sia un grande errore mentire a sé stessi. La vita è fatta di periodi positivi e altri negativi, e bisogna imparare a riconoscerli e a viverli a pieno, a sfruttarli in un certo senso. Quando ti capita di stare male, cerca di stare male e basta, non cercare di star bene a tutti i costi. Forse quel dolore è necessario, forse c’è un motivo dietro tutto ciò che non riusciamo a raggiungere, forse è tutto formativo, forse la chiave della serenità sta nel fidarsi del processo. Gli adolescenti mi chiedono: “Come faccio a capire chi sono?”. È una domanda che gli adulti fanno molto più raramente.
Hai raccontato che con questo progetto hai trovato “qualcosa che ti piace fare e ti rende felice” dopo anni divisi tra lavoro e creazione di contenuti. Oggi lobuonoinside è la tua attività principale? Com’è stato il salto?
No, continuo a lavorare attivamente nell’azienda di famiglia, la Lobuono SRL, dove ci occupiamo di distribuzione di prodotti editoriali. Lobuonoinside è diventato un lavoro a tutti gli effetti, che porto avanti in parallelo, ma non è l’unica cosa di cui mi occupo. Sono anche socio di Lifeness, un progetto dedicato al team building e ai retreat aziendali, attraverso cui promuoviamo i valori di una leadership gentile. Inoltre, da due anni sto lavorando a un altro progetto molto importante, che finalmente sta per vedere la luce. La direzione è sempre la stessa: cercare di migliorare il modo in cui viviamo le nostre relazioni. Questo mi permette di dire che lobuonoinside è stato l’inizio: già dal primo anno avevo intuito che potesse trasformarsi in qualcosa di molto più grande, di molto più utile, e che, attraverso quel progetto, avrei potuto costruire molto altro.
Nella tua bio oggi compare “leadership gentile” e la partnership con Lifeness. Stai portando la gentilezza dal marciapiede alle aziende: cosa può insegnare un test sociale di strada a un manager?
Sì, assolutamente: un test sociale di strada può insegnare molto a un manager. La lezione più importante credo sia questa: i contratti più importanti della sua vita non li firmerà con delle aziende, ma con delle persone. Le aziende sono fatte di persone, e sono proprio le persone a determinare il successo o il fallimento di un progetto. Per questo credo che la priorità debba essere sempre la stessa: sii sempre gentile e scegli con cura chi ti metti accanto. Puoi avere l’idea più bella del mondo, ma se la costruisci insieme alle persone sbagliate, hai poche probabilità di farla diventare realtà. Oggi saper riconoscere il valore umano di chi hai accanto è una delle competenze più importanti che un leader possa sviluppare.
Il rischio del mondo corporate è che la gentilezza diventi un tool di HR, una slide in un corso di formazione. Come si evita che il messaggio si annacqui quando entra in un contesto aziendale?
Il rischio esiste. Ma ti rassicuro: non c’è niente di più evidente della finta gentilezza. Se ti comporti in modo gentile per finta, il risultato solitamente è terribile. Se viene usata solo come strumento, le persone se ne accorgono subito. La differenza sta nell’intenzione. Noi non insegniamo alle persone a essere gentili per ottenere qualcosa in cambio: cerchiamo di creare connessioni, di costruire contesti in cui le persone abbiano davvero voglia di trattarsi meglio. Quando cambia la qualità delle relazioni, migliorano anche i risultati dell’azienda — ma quella è una conseguenza, non l’obiettivo. Se metti il profitto al centro e usi la gentilezza come mezzo, probabilmente fallirai. Se metti le persone al centro, il profitto arriva molto più facilmente. C’è poi un secondo punto: la gentilezza non è “essere sempre buoni”. È anche saper dare feedback negativi, prendere decisioni difficili e dire dei no con rispetto. A volte, addirittura, saper dire basta e prendere le distanze.
Guardando ai prossimi due anni: il progetto evolve verso cosa? Un secondo libro, la TV, un format dal vivo, qualcosa che non possiamo immaginare? Cosa c’è sul tavolo in questo momento?
In realtà il prossimo progetto non è un libro, né un programma televisivo. È qualcosa a cui lavoro da due anni e che nasce dalla stessa domanda che mi accompagna da sempre: come possiamo migliorare le relazioni che viviamo ogni giorno? Il mio sogno è semplice da spiegare e difficile da realizzare: lasciare i luoghi in cui passo un po’ più leggeri, un po’ più umani e un po’ più sereni di come li ho trovati. Che si tratti di una famiglia, di una scuola, di un’azienda o di una comunità. Se c’è una cosa a cui vorrei dedicare la mia vita, è provare a ridurre la tossicità nelle relazioni umane. Perché quando migliorano le relazioni, migliorano anche le persone. E quando migliorano le persone, migliora tutto il resto, compreso il mondo in cui viviamo. Posso dire solo questo: non sarà un’app come le altre, né un corso di formazione. Sarà qualcosa che unisce il mondo fisico e quello digitale, e che per la prima volta prova a rendere concreto — quasi misurabile — qualcosa che abbiamo sempre trattato come astratto: la qualità delle nostre relazioni.
Hai detto di voler far diventare la tua pagina uno “strumento di educazione alla vita”. C’è un progetto strutturato in questa direzione – scuole, istituzioni, un’associazione – o resta una missione affidata ai contenuti?
Non è più solo una missione affidata ai contenuti, questo posso dirlo. Negli ultimi mesi ho lavorato con persone che vengono dal mondo della formazione, dell’etica e delle istituzioni per dare a questo messaggio una struttura vera: qualcosa che possa entrare nelle scuole e dialogare con le istituzioni in modo serio, non come iniziativa spot. Non posso ancora raccontare la forma che avrà, perché voglio presentarla quando sarà pronta e non prima. Ma la direzione è chiara: passare dal far vedere la gentilezza al costruire luoghi e strumenti dove le persone la praticano. I contenuti restano la porta d’ingresso, non sono più la destinazione.
Tra dieci anni, lobuonoinside esiste ancora come pagina social o è diventato qualcos’altro? E Luca Lobuono dove si vede?
C’è una cosa a cui penso spesso: il fatto che i miei video diventino virali non è normale. Un uomo che aiuta uno sconosciuto, qualcuno che restituisce una banconota persa — sono gesti che dovrebbero essere banali, all’ordine del giorno. Invece ci emozionano, li riguardiamo, li mandiamo agli amici. Milioni di visualizzazioni per un atto di gentilezza sono la prova che la gentilezza ci sorprende ancora. E se ci sorprende, vuol dire che è rara. Per questo il mio traguardo, paradossalmente, è smettere di fare numeri. Il giorno in cui i miei video non faranno più visualizzazioni perché la gente dirà “e allora? Queste cose le vedo ogni giorno sotto casa”, quello sarà il giorno in cui avrò vinto. Tra dieci anni, quindi, spero che lobuonoinside non sia più una pagina che mostra la gentilezza, ma qualcosa che le persone usano per praticarla: a scuola, al lavoro, nelle relazioni, nella vita vera. E io mi vedo lì meno davanti alla telecamera e più dietro a qualcosa che funziona anche quando non ci sono. Perché il giorno in cui la gentilezza non avrà più bisogno della mia faccia per circolare, avrò fatto bene il mio lavoro