“Racconto il cinema in un minuto per farvelo guardare due ore” la visione di Ezio Fratto

Racconta i grandi autori del passato con reel di un minuto, ma sogna di fare il regista a tempo pieno.
Raccontare un’arte “lenta” con lo strumento più veloce che esista. È il paradosso solo apparente su cui si muove Ezio Fratto, che usa i formati brevi dei social per avvicinare al cinema chi in sala non ci entra quasi più puntando soprattutto sui movimenti e sugli autori che rischiano di scomparire dall’orizzonte delle generazioni più giovani.
Racconti il cinema, che è un’arte “lenta”, usando reel e video brevi. È un paradosso o è l’unico modo per portarlo davanti a chi non entra più in sala?
In realtà non vedo questa cosa come un vero paradosso. Il formato breve è semplicemente uno strumento di comunicazione e credo che oggi sia uno dei modi più efficaci per avvicinare al cinema anche chi, magari, non ha ancora grande familiarità con questo mondo.
Il mio obiettivo non è sostituire l’esperienza di un film con un reel di un minuto, ma fare esattamente il contrario: utilizzare quel minuto per far nascere una curiosità. Raccontare un autore, una corrente, un’immagine o un tema può essere il punto di partenza per spingere qualcuno a scoprire un film che, altrimenti, probabilmente non avrebbe mai cercato.
Tra l’altro, io parlo soprattutto di cinema del passato, di autori e opere che oggi rischiano di essere conosciuti sempre meno, soprattutto dalle generazioni più giovani. Penso alla Nouvelle Vague, alla Hollywood classica e a tanti altri movimenti e registi che per me sono stati fondamentali nella formazione del mio gusto cinematografico e, in qualche modo, anche di quello che sono oggi.
Quindi sì, il cinema è un’arte che richiede tempo, ma credo che anche un contenuto di pochi secondi possa avere un valore importante: può essere una piccola porta d’ingresso verso qualcosa di molto più grande. Se dopo aver visto un mio reel una persona sente il bisogno di guardare quel film per due ore, allora penso che il formato breve abbia raggiunto il suo scopo.
Quando hai iniziato a percepire che qualcosa, nel rapporto tra pubblico e film, stava cambiando davvero?
L’ho percepito soprattutto con l’avvento e la diffusione massiccia dei social. Il pubblico si è abituato sempre di più ai contenuti brevi e questo inevitabilmente cambia anche il rapporto con un’opera che richiede due ore di attenzione.
Lo noto persino su me stesso: dopo essere stati esposti quotidianamente a contenuti di pochi secondi o di un minuto, concentrarsi per due ore davanti a un film può sembrare più impegnativo. Credo che il calo dell’attenzione sia un fenomeno reale e che abbia delle conseguenze anche sul modo in cui guardiamo il cinema.
Io, personalmente, vivo questa cosa in maniera particolare perché il cinema è la mia passione, il mio lavoro e quello che vorrei continuare a fare a tempo pieno. Quindi continuerò sempre a scegliere un film di due o tre ore rispetto a una successione infinita di contenuti brevi. Anzi, il mio obiettivo è proprio quello di diventare regista e produttore a tempo pieno e, a quel punto, poter delegare anche la parte legata ai social.
Molti parlano di un “abbassamento della qualità” del cinema. Tu ci vedi un vero decadimento o è nostalgia di chi non accetta che il linguaggio sia cambiato?
Secondo me è un vero decadimento, almeno dal punto di vista qualitativo. Basta guardare quali autori arrivano oggi in sala, quali opere vengono prodotte e soprattutto quali correnti cinematografiche esistono.
Un tempo i movimenti cinematografici servivano anche a mettere gli artisti in relazione con la società, a stimolarli, a creare un linguaggio nuovo. Oggi questa spinta mi sembra molto più debole. Molte delle idee che vediamo sullo schermo sono riciclate, riprendono concetti già affrontati decenni fa, in alcuni casi addirittura dal cinema muto.
Io su questo sono sempre stato piuttosto pessimista e continuo a esserlo. Naturalmente è la mia lettura del cinema contemporaneo, ma personalmente credo che abbia perso molto, soprattutto sul piano delle idee e della capacità di innovare.
C’è, secondo te, un legame diretto tra il consumo di contenuti brevi e il modo in cui oggi vengono scritti e montati i film? Il cinema si sta adattando a un’attenzione da quindici secondi?
Purtroppo sì. E mi fa anche sorridere vedere alcuni registi, soprattutto emergenti, che cercano di costruire film o prodotti cinematografici imitando proprio il linguaggio dei social.
Secondo me è un peccato, perché il cinema non dovrebbe cercare di diventare un’altra versione di ciò che già consumiamo sui social. Dovrebbe offrire un’esperienza diversa. Io, personalmente, vorrei tornare a un cinema più classico, più consapevole del proprio linguaggio, ed è proprio il tipo di cinema che sto cercando di portare avanti anche nel mio percorso.
Il montaggio è più veloce, i dialoghi più esplicativi, i primi piani tarati sugli schermi piccoli. Stiamo perdendo qualcosa nella grammatica del cinema?
Paradossalmente, questo secondo me è quasi l’ultimo dei problemi. Quando si realizza cinema di qualità, molti di quei canoni possono tranquillamente rimanere intatti.
Non credo che il problema principale sia il montaggio veloce, i dialoghi o il modo di costruire i primi piani. Il problema è soprattutto la concezione dell’opera e la qualità delle idee che ci sono dietro.
Oggi, tecnicamente, è anche più difficile realizzare un film che sembri davvero fatto male: abbiamo strumenti, tecnologie e possibilità che un tempo non esistevano. Ma questo non significa automaticamente avere qualcosa da dire. La tecnica può essere impeccabile, mentre un film può rimanere completamente vuoto.
Il rischio più grande per il cinema è il pubblico che non ha più pazienza, o l’industria che smette di pretenderla?
Entrambi, anche se credo che il problema principale sia dal lato dell’industria.
Bisognerebbe avere più coraggio nel proporre opere diverse, soprattutto permettendo a giovani autori e ad autori con una visione forte di trovare spazio. Pensiamo a registi come Carpenter, Polanski e molti altri grandi autori che, per ragioni diverse, oggi hanno enormi difficoltà a realizzare film con la libertà e le risorse necessarie.
Il pubblico può anche essere abituato a un certo tipo di prodotto, ma se gli proponi qualcosa di diverso, di veramente interessante e realizzato bene, può ancora rispondere. Per questo penso che la responsabilità maggiore sia di chi decide cosa produrre e cosa portare in sala.
C’è una cosa che salta all’occhio: nei film il cellulare non compare quasi mai. Non vediamo quasi mai una scena spezzata da una notifica, da una chiamata, da uno scroll. Viviamo attaccati al telefono, ma il cinema fa finta che non esista. Perché?
Perché secondo me il problema non è semplicemente raccontare il telefono. Il cinema non ha il dovere di inserire ogni elemento della nostra quotidianità solo perché esiste.
E poi molte di queste questioni sono già state affrontate da grandissimi autori. Penso a Cronenberg e a Videodrome, per esempio, oppure a Kubrick e a 2001: Odissea nello spazio. Il rapporto tra uomo e tecnologia è già stato raccontato con una profondità straordinaria.
Il punto, quindi, non è chiedersi perché oggi non si parli abbastanza di smartphone. La domanda vera è: che cosa si ha da dire attraverso quello smartphone?
È una scelta estetica di difesa, il telefono che “risolve” troppo in fretta la trama e uccide la tensione, o è il cinema che si rifiuta di raccontare come viviamo davvero?
Credo sia soprattutto il cinema che, in certi casi, si rifiuta di raccontare davvero il presente. Ma non penso che il problema sia il telefono in sé.
Ci stiamo concentrando troppo sull’oggetto e troppo poco sulle idee che ci stanno dietro. Il telefono può essere uno strumento narrativo potentissimo, ma può anche essere completamente irrilevante. Ancora una volta, il problema del cinema contemporaneo secondo me è la mancanza di idee e, soprattutto, il sistema che decide quali idee abbiano la possibilità di arrivare sullo schermo.
Ti vengono in mente film che invece il telefono lo hanno saputo mettere in scena bene, facendolo diventare linguaggio e non ostacolo?
Sì, sicuramente Personal Shopper e Videodrome. E poi 2001: Odissea nello spazio, soprattutto per il modo in cui Kubrick ha saputo anticipare oggetti e modalità di interazione con la tecnologia che oggi ci sembrano normalissimi.
Ci sono poi molti altri esempi, perché quando un autore ha davvero qualcosa da dire, anche un oggetto tecnologico può diventare linguaggio cinematografico.
Mettiamo insieme le due cose: il telefono è sparito dallo schermo proprio mentre entrava, prepotente, nelle mani di chi guarda. È questa la vera frattura del cinema contemporaneo?
No, non credo che sia questa la vera frattura. Il telefono può sicuramente essere una parte del problema, ma è soprattutto un sintomo.
La vera questione, per me, è un insieme di fattori: la mancanza di idee, l’assenza di veri movimenti cinematografici, una certa decadenza dell’arte, una società sempre più svuotata e personaggi spesso privi di profondità o di valori.
Il telefono è semplicemente uno specchio di tutto questo. È una conseguenza, più che la causa.
Quale potrebbe essere una via d’uscita, o almeno una direzione, per un cinema che convive con questi formati invece di subirli?
Non credo che il cinema debba necessariamente trovare una “via d’uscita” dai formati contemporanei. Credo piuttosto che debba ricordarsi cosa lo rende diverso.
Il cinema va visto in sala. È lì che un film trova la sua dimensione naturale. Non è la stessa cosa guardarlo sul telefono, sull’iPad o anche a casa davanti alla televisione.
È come il teatro: un balletto lo guardiamo a teatro, non sullo schermo del telefono. Il cinema dovrebbe recuperare quella stessa consapevolezza dell’esperienza collettiva e della sala come luogo in cui l’opera acquista il suo significato più pieno.
Un consiglio, non da critico ma da spettatore: qual è il film che rimetteresti in mano a chi crede che il cinema non abbia più niente da dire?
Arancia meccanica.