Racconta il mare insieme a suo fratello: Marco Spinelli, il Guardiano del Blu

Un’immersione ha segnato un punto importante nella sua vita: da quella immersione Marco ha deciso che avrebbe dovuto tentare di cambiare qualcosa o quantomeno di raccontarla al mondo ha iniziato a farlo insieme a suo fratello Andrea.
Tuo padre ti raccontava Cousteau da bambino: c’è un momento preciso in cui hai capito che il mare non sarebbe stato un hobby ma il tuo lavoro, o è stata una deriva lenta?
Io e mio fratello siamo cresciuti con le videocassette e i documentari di Cousteau. Il mare è sempre stato parte della nostra vita, ma io, fin da piccolo, ho iniziato a usare fotocamere e videocamere perché sentivo il bisogno di raccontare le storie che vivevo. Negli anni ho studiato video design a Milano e sono diventato regista e videomaker. Parallelamente ho iniziato a investire, un pezzo alla volta, nell’attrezzatura subacquea, mettendo da parte quello che guadagnavo. Il vero punto di svolta è arrivato tra il 2019 e il 2020, quando io e mio fratello abbiamo trovato in Sicilia una secca completamente ricoperta di reti fantasma. Quell’immersione ha cambiato il mio modo di guardare il mare: ho capito che non volevo soltanto raccontarne la bellezza, ma anche ciò che stava accadendo e che spesso nessuno vedeva. Ricordo di aver detto a mio fratello: “Dobbiamo fare qualcosa. Dobbiamo raccontare il mare”. Da lì è arrivato lo switch: mi sono licenziato dal lavoro che avevo a Milano come videomaker e fotografo e ho deciso di investire tutto in quello che faccio oggi, raccontare e divulgare il mare insieme a mio fratello. Quindi è stata una deriva lenta, ma quella secca piena di reti fantasma ha indicato definitivamente la direzione.
Hai imparato a filmare e fotografare sott’acqua da autodidatta. Qual è stato l’errore che ti ha insegnato di più, quello che oggi racconti ai ragazzi perché non lo ripetano?
Fortunatamente non credo di aver fatto grandi errori, forse perché non ho mai avuto troppa fretta. E credo che proprio la fretta sia uno degli errori più grandi che possiamo fare. Negli anni ho imparato ad ascoltare me stesso. Ho fatto lavori che magari non mi facevano impazzire, ma senza l’ansia di dover capire subito chi fossi o cosa volessi fare della mia vita. In fondo, forse, non smettiamo mai davvero di scoprirlo. Quello che direi oggi ai ragazzi è di imparare lentamente a riconoscersi, ad ascoltare le proprie passioni e soprattutto a non farsi condizionare troppo da quello che gli altri pensano sia giusto per loro. Anche dagli errori e dalle esperienze negative si cresce, ma bisogna avere il coraggio di seguire ciò che si ha dentro. Perché alla fine, credo che sia proprio la passione a muovere tutto.
Con Andrea vi dividete i ruoli: lui la scienza, tu il racconto. Dove finisce la collaborazione e comincia la lite? Su cosa non siete d’accordo?
In realtà abbiamo la fortuna di andare d’accordo praticamente su tutto, proprio perché ci completiamo, e credo che questo sia uno dei nostri punti di forza. Poi, ovviamente, le liti tra fratelli esistono: qualche incomprensione quotidiana, qualche discussione su cose banali, ma niente che abbia mai davvero compromesso il nostro lavoro. Io e Andrea siamo profondamente legati e ci vogliamo bene in un modo difficile da spiegare. Credo che sia proprio questo a rendere speciale quello che facciamo insieme: non ci pesa, perché prima di essere colleghi siamo fratelli, e condividere questa passione rende tutto ancora più naturale.
“Guardiano del blu” è un’etichetta bella ma pesante. Cosa ti costa, davvero, passare le giornate a documentare ciò che stiamo distruggendo?
Credo sia più una responsabilità che un peso, e soprattutto per me è un bisogno. Ho sempre detto che quello che faccio lo faccio prima di tutto per me stesso: ho bisogno quotidianamente di stare a contatto con il mare e, di conseguenza, di raccontare in che stato si trova. Certo, documentare ogni giorno quello che stiamo distruggendo può essere difficile e a volte anche demoralizzante. Viviamo un periodo storico molto complicato e, soprattutto quando si parla di ambiente, è facile svegliarsi e sentirsi impotenti davanti a tutto quello che accade. Per questo credo sia fondamentale trovare un equilibrio e imparare anche a prendere le cose con leggerezza. Perché se ci lasciamo schiacciare completamente da quello che vediamo, rischiamo di smettere di fare qualcosa. E se si molla, è finita.
Forbes under 30, premi, 90mila follower: quanto rischia la visibilità di diventare il fine invece del mezzo? Come te ne accorgi quando sta succedendo?
Credo che il rischio esista, soprattutto oggi, in un mondo fatto sempre più di filtri, ostentazione e apparenze. Ma penso che quando non hai nulla da dire, nessuna passione o qualcosa in cui credere, sia facile finire in una ricerca continua della visibilità fine a sé stessa. Io ho la fortuna di avere una passione, delle ambizioni e anche qualcosa che mi fa ancora arrabbiare e che sento il bisogno di raccontare. Alla base di tutto, per me, c’è sempre stata la voglia di raccontare storie e arrivare al cuore delle persone. E poi c’è l’amore per l’arte, che crea emozioni, ricordi, legami e bellezza. Per questo faccio fatica a vedere i social come un fine: per me sono semplicemente una vetrina, un mezzo attraverso cui comunicare ciò che amo. Finché rimangono questo, credo che il rischio di perderne il senso sia molto lontano.
Su @diariodellaterra racconti senza fare la predica. Dov’è per te la linea tra denuncia e spettacolo, tra far riflettere e fare numeri con l’immagine choc?
Per me la linea sta nel modo in cui scegli di raccontare una storia. Diario della Terra nasce con l’obiettivo di raccontare il mondo a 360 gradi, senza trasformare tutto in una predica o in una semplice ricerca dello shock. Vorrei che ci fosse anche un distacco tra il progetto e la mia persona: io ho tante sfumature e vorrei che emergessero nel tempo. Diario della Terra, invece, deve diventare un contenitore riconoscibile e originale fatto di documentari, natura, esplorazione e divulgazione. L’obiettivo è raccontare tanto la bellezza quanto la distruzione del pianeta, cercando però di farlo attraverso quello che considero intrattenimento sano. Mi ispiro molto al linguaggio dei grandi documentari, a National Geographic e a quel modo di raccontare la natura capace di emozionare, informare e far riflettere senza necessariamente urlare.
Nei tuoi incontri ravvicinati con il polpo di Ustica, gli squali , quanto conta l’etica dell’avvicinarsi? Fino a che punto ti spingi per l’inquadratura?
Se passi tanto tempo sott’acqua hai la possibilità di assistere a cose che molte persone non vedranno mai, e proprio per questo credo che ogni incontro con un animale debba partire dal rispetto. Purtroppo oggi c’è chi si spinge oltre pur di portarsi a casa una fotografia o un video, ma quello è un approccio completamente diverso da quello del documentarista. Per me l’inquadratura non può mai venire prima del benessere dell’animale. Il mare, poi, è imprevedibile. Puoi passare quindici minuti davanti alla tana di un polpo senza sapere cosa succederà e poi ritrovartelo che si avvicina, si aggrappa alla tua mano e ti lascia letteralmente senza parole. Sono proprio questi momenti, quelli che non puoi programmare, a ricordarti quanto la natura sia capace di sorprenderci.
Con Missione Euridice sei passato dal documentare le reti fantasma al recuperarle davvero, con una raccolta fondi. È più difficile fare il documentarista o l’attivista che deve organizzare, finanziare, eseguire?
Credo che oggi sia difficile fare qualsiasi cosa quando si parla di ambiente, perché, parliamoci chiaro, per cambiare davvero le cose servono anche risorse. Le azioni quotidiane sono importanti, ma quando parliamo di realizzare un documentario o di fare un’azione concreta, come recuperare mille chili di reti fantasma dal fondo del mare, servono soldi, attrezzature e soprattutto un team di persone. Per questo, nel mio caso, non vedo una vera distinzione tra documentarista e attivista: sono due aspetti che finiscono per convivere. Raccontare un problema ha senso se, quando possibile, provi anche a fare qualcosa per risolverlo.
Shark Preyed tocca il commercio di carne di squalo, un tema scomodo. Hai mai ricevuto pressioni o reazioni ostili per quello che mostri?
Sì, ricevo costantemente pressioni, critiche e messaggi da parte di persone che considerano scomodo quello che faccio, soprattutto quando racconto dinamiche legate alla pesca o possibili situazioni di illegalità. Ma, sinceramente, fa parte del lavoro. Se scegli di raccontare anche ciò che qualcuno preferirebbe non venisse mostrato, è normale incontrare delle reazioni. Non è qualcosa che mi condiziona: preferisco continuare a fare il mio lavoro e raccontare ciò che vedo. Se il prezzo da pagare per raccontare certe realtà è ricevere qualche pressione o qualche messaggio sgradevole, è davvero l’ultimo dei miei problemi.
Dopo Io, Tevere e l’EUDI Award, qual è la prossima missione concreta e perché proprio quella?
Tra qualche giorno io e mio fratello partiremo per una nuova spedizione, di cui non posso ancora svelare troppo. Posso dire però che rappresenta esattamente la direzione che vogliamo prendere. Il nostro obiettivo più grande, infatti, è fare ricerca scientifica subacquea ed esplorare i mari, soprattutto quelle aree ancora poco conosciute o completamente inesplorate. È questo il grande progetto a cui stiamo lavorando: continuare a raccontare il mare, ma spingerci sempre più in profondità, dove ancora c’è tantissimo da scoprire.
Coste Nascoste nel 2023 ha mosso 300 persone: dove vuoi portare il progetto e cosa serve per farlo crescere davvero?
In realtà Coste Nascoste è stato replicato anche l’anno successivo e, complessivamente, abbiamo raccolto più di dodici tonnellate di rifiuti lungo le coste della Sicilia. Il sogno sarebbe riuscire a trasformarlo in un vero e proprio tour di Coste Nascoste in tutta Italia, coinvolgendo associazioni e realtà locali in diverse regioni. È un progetto molto ambizioso, perché richiede tante persone, organizzazione e risorse. Ma credo che, con il tempo e la squadra giusta, possa diventare realtà. E sarebbe bellissimo vedere tante comunità diverse unite per prendersi cura delle proprie coste.
Le nuove tecnologie COME droni subacquei, IA, riprese 3D, stanno cambiando il tuo modo di raccontare l’oceano, o rischiano di allontanare il pubblico da ciò che è reale?
Fortunatamente considero l’intelligenza artificiale, i droni subacquei e le nuove tecnologie un grande aiuto, ovviamente se utilizzati con equilibrio e consapevolezza. Non mi fanno paura, perché il documentario racconta la vita reale. Ci sono cose che nessuna tecnologia potrà mai sostituire: l’esperienza, l’imprevisto, il contatto con la natura e soprattutto le emozioni. Un’immagine può essere generata artificialmente, ma un’emozione vissuta no. Quando sei sott’acqua e ti trovi davanti a qualcosa che non avevi previsto, quella sensazione è reale. E credo che sia proprio questo il valore del documentarista: vivere quelle esperienze e riuscire a trasmetterle agli altri. Le emozioni vere non possono essere create da un algoritmo.
Se potessi obbligare chi ti segue a fare una sola cosa domani mattina per il mare, quale sarebbe al di là del solito “usate meno plastica”?
Sicuramente inviterei tutti a prendere un brevetto subacqueo di base. La subacquea ti dà la possibilità di osservare davvero il mare, di capirlo e di vedere con i tuoi occhi cosa accade sotto la superficie. Purtroppo abbiamo una percezione molto limitata di ciò che succede sott’acqua: per molte persone il mare è ancora semplicemente il luogo delle vacanze estive. Ma quando inizi a immergerti capisci quanta vita, quanta bellezza e anche quante fragilità ci siano sotto quella superficie. Credo che conoscere davvero qualcosa sia il primo passo per volerla proteggere. Vederlo con i propri occhi cambia completamente il modo in cui guardi il mare.