Portogallo, la Grecia felice

di Andrea Mollica | 15/07/2015

crisi del portogallo

Crisi del Portogallo

A quattro anni dalle difficoltà finanziarie che hanno spinto il governo di Lisbona a chiedere l’assistenza finanziaria all’Europa e al Fondo monetario internazionale la crisi della Grecia sembra davvero un’altra realtà . Il Portogallo è uscito dal programma di aiuti internazionali e ha iniziato a ripagare il suo debito, finanziandosi sui mercati dei capitali grazie ai discreti risultati del consolidamento fiscale e alla ripresa economica. I problemi sono ancora numerosi, ma l’austerità della Troika ha trovato nel Portogallo uno dei suoi esempi di maggior successo. La tenuta del sistema politico è stata superiore perfino alla vicina Spagna, e Lisbona è l’unico Paese colpito dall’eurocrisi dove non si sono affermati forze anti sistema.

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JOSE MANUEL RIBEIRO/AFP/Getty Images

PORTOGALLO CRISI ECONOMICA –

Nel 2011 la parola dell’anno è stata PIGS, o PIIGS, l’acronimo inglese utilizzato prima dagli investitori finanziari e poi da tutti media che indicava i quatto o cinque Paesi dell’eurozona in crisi da debito sovrano. L’acronimo, diventato celebre, era formato dalle iniziali inglesi di Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. A quattro anni dal punto di più acuta difficoltà si nota come la crisi greca sia diventata la crisi della Grecia, ovvero difficoltà finanziarie ed economiche che colpiscono un solo Stato dell’unione monetaria invece che un contagio diffuso nell’europeriferia. Questo dato si ricava in particolar modo dal giudizio dei mercati dei capitali in merito ai due Paesi più colpiti dalla crisi del debito sovrano, Grecia e Portogallo. In questi giorni i bond greci a 10 di maturità sono scambiati sul mercato secondario con rendimenti che si avvicinano al 20%, con i titoli derivati che assicurano il creditore in caso di default sovrano a 5 anni, i credit default swap, che quotano su un valore di oltre 8 mila punti base. I bond decennali lusitani rendono invece poco più del 3%, con i Cds scambiati a più di 200 punti. Valori contrapposti, che indicano da una parte il default pressoché certo di Atene, dall’altro invece la sostenibilità finanziaria per Lisbona. Benché la situazione greca sia sempre stata la più grave, il Portogallo appariva come il secondo anello più debole dell’eurozona. Il governo di Lisbona è stato il terzo esecutivo a chiedere assistenza finanziaria al resto dell’unione monetaria, dopo quelli di Atene e di Dublino. Nella primavera del 2011 il Portogallo ha beneficiato di un programma di aiuti concessi dai Paesi dell’eurozona insieme al Fondo monetario internazionale, dietro condizionalità garantite dalla ratifica di un Memorandum of Understanding simile a quello firmato prima dalla Grecia, e poi da Irlanda e Cipro tra il 2010 e il 2013.

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Screenshot Bloomberg.com

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CRISI PORTOGHESE –

Le difficoltà del Portogallo sono iniziate nel 2009, quando anche in Europa la crisi finanziaria scoppiata a Wall Street nell’autunno del 2008 si è trasferita nell’economia reale. Lo scoppio della recessione globale aveva colpito un Paese che era arrivato particolarmente indebolito al momento di crisi più intensa vissuta nel mondo industrializzato. Tra il 2001 e il 2008 il Pil lusitano era cresciuto a una media dell’1% , la seconda più bassa dell’Unione europea. L’economia portoghese, specializzata in settori ad alta intensità di lavoro e a basso contenuto tecnologico, particolarmente esposti alla concorrenza dei Paesi emergenti come tipico dei segmenti a basso valore aggiunto, aveva perso competitività a causa di una crescita dei salari ben superiore a quella della produttività. Un fenomeno tipico riscontrato nell’eurozona, durante gli anni del boom del credito favorito dall’introduzione della moneta unica all’inizio degli anni duemila. Nel 2009 la recessione ha fatto esplodere i conti pubblici portoghesi, che negli anni precedenti avevano costantemente infranto il tetto del deficit al 3%. Il disavanzo annuale del 2009 e del 2010 si erano assestati intorno al 10%, con una dinamica di crescita accentuata del debito pubblico, passato dal 70% in rapporto al Pil registrato prima della crisi al 100% del 2010. I mercati dei capitali, nonostante il Portogallo sia stato uno dei Paesi dell’eurozona a esser cresciuto di più nell’eurozona nel 2010, con un aumento del Pil di quasi 2 punti percentuali, hanno iniziato a chiedere tassi di interesse sempre più alti per i bond emessi dal governo di Lisbona. Il costo dei bond a dieci anni sale da circa 500 punti base a metà del 2010, quando l’Europa predispone il primo salvataggio della Grecia, in modo costante fino a superare i 1000 punti base durante la crisi dello spread dell’estate 2011. Un crollo sui mercati dei capitali che ha spinto nei mesi precedenti il governo di Lisbona, guidato dal socialista José Socrates, a chiedere l’assistenza finanziaria all’Unione europea e al Fondo monetario internazionale. Il Portogallo aveva chiuso il 2010 a un deficit record dell’11%, quasi 4 volte superiore rispetto al tetto del 3% fissato dal Patto di stabilità e crescita, a causa dell’esplosione del costo del debito.

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PEDRO NUNES/AFP/Getty Images)

PORTOGALLO CRISI PROGRAMMA DELLA TROIKA –

Il 6 aprile del 2011 il premier portoghese José Socrates ha annunciato in televisione la richiesta di aiuti internazionali alla luce della bancarotta del Paese, dopo essersi dimesso a causa della rottura della sua maggioranza. Il governo di Lisbona non era più grado di finanziarsi sui mercati dei capitali, e la maggioranza socialista si era spaccata in merito alle misure di austerità introdotte dall’esecutivo per frenare la corsa di disavanzo e debito pubblico. A marzo diverse centinaia di migliaia di persone erano scese in piazza per protestare contro l’austerità. Le elezioni anticipate di giugno 2011 sono state vinte dai conservatori di Pedro Passos Coelho, che avevano appoggiato la richiesta di assistenza finanziaria. Il nuovo governo guidato dai socialdemocratici – nella politica portoghese una formazione di centrodestra – ha avuto il compito di applicare il Memorandum of Understanding firmato dal precedente esecutivo con la cosiddetta Troika, Commissione in rappresentanza dell’Eurogruppo, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale. Il Memorandum ha previsto una lunga serie di misure di riduzione della spesa pubblica a garanzia di un volume di crediti per complessivi 78 miliardi di euro. Il Portogallo è stato il terzo Paese dell’unione monetaria a chiedere assistenza finanziaria, e il volume dei prestiti concesso è il secondo dopo la Grecia. Dalla primavera del 2011 il Portogallo ha ricevuto crediti da 26 miliardi da due istituzioni comunitarie, EFSM e EFSF, e dal Fmi, dopo l’approvazione dell’Eurogruppo. Come per la Grecia, o per gli altri Paesi in assistenza finanziaria della zona euro, Irlanda e Cipro, il governo di Lisbona ha ricevuto l’erogazione dei fondi solo il giudizio positivo espresso dai funzionari della Troika. L’implementazione del Memorandum of Understanding è stato sottoposto alla loro valutazione periodica, costantemente positiva nei confronti dell’operato del governo di Pedro Passos Coelho. Tra le principali misure di austerità introdotte ci sono stati tagli fino al 25% degli stipendi dei lavoratori pubblici, così come riduzione degli assegni pensionistici nell’ordine del 10%. L’Iva è stata riformata e inasprita, così come liberalizzato il mercato del lavoro, e introdotte circa 400 misure strutturali per stimolare la crescita.

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PATRICIA DE MELO MOREIRA/AFP/Getty Images

PORTOGALLO RISULTATI –

Dopo tre anni di assistenza finanziaria, in cui il Portogallo ha ricevuto crediti a un tasso di interesse a lungo termine a una media di circa il 5%, il governo di Lisbona è uscito dal programma nel maggio del 2014, riguadagnando l’accesso ai mercati dei capitali. Il governo di Lisbona ha iniziato a ripagare i suoi debiti in leggero anticipo rispetto agli obiettivi concordati con la Troika, grazie alla discesa dei tassi di interesse che ha beneficiato l’eurozona nei mesi scorsi. Le tensioni sociali, il sommovimento politico e i fallimenti registrati dai programmi di assistenza finanziaria registrati in Grecia non si sono manifestati in Portogallo, anche se la situazione rimane problematica. Il disavanzo è sceso costantemente, e negli ultimi tre anni si è assestato intorno al 4-5%. Valore ancora superiore rispetto al tetto fissato dal Patto di stabilità e crescita, ma dimezzato rispetto al momento più acuto della crisi. Il debito pubblico è cresciuto sensibilmente durante la crisi, e dal 83% di fine 2009 è salito oltre il 130%. Ancora più elevato è il debito privato, in particolare delle aziende, che in questi anni ha costretto il governo a intervenire per salvare alcuni grandi istituti bancari del Paese, come il Banco Espirito Santo. Durante il programma di assistenza finanziaria il Portogallo non ha subito un collasso simile a quello della Grecia. Nel 2011 e nel 2012 l’austerità fatta di tagli alle spesa e aumenti di tassazione ha favorito una forte flessione, arrivata fino al meno 4% del Pil, ma nel 2014 il Prodotto interno lordo è diventato positivo. L’anno scorso il Pil è cresciuto dello 0,9%, e nel 2015 la stima della Commissione indica un aumento dell’1,6%. La dinamica del tasso di disoccupazione è stata invece più negativa. Prima della crisi il tasso di disoccupazione era assestato al di sopra dell’8%, già uno dei valori più alti nell’eurozona. La doppia recessione scoppiata a fine 2008 e poi nel 2011 e le dure misure introdotte dal governo di Lisbona hanno provocato un drastico aumento dei senza lavoro. Il tasso di disoccupazione è quasi raddoppiato a oltre i l17%a inizio 2013, per poi scendere fino al 13%. La liberalizzazione del mercato del lavoro ha favorito l’occupazione, che però è meno stabile rispetto al passato.

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ODD ANDERSEN/AFP/Getty Images

PORTOGALLO ELEZIONI –

La crescita maggiore del tasso di disoccupazione, come successo in ogni Paese colpito dall’eurocrisi, è stata registrata tra gli under 25. La disoccupazione giovanile è passata dal 20% di prima della crisi finanziaria del 2008 fino a oltre il 40% nel momento più duro della seconda recessione, il 2013/2014. Da quando l’economia è tornata a crescere il tasso di disoccupazione giovanile è sceso gradualmente, e ora è assestato poco sotto il 35%. La percentuale di persone a rischio povertà rilevata da Eurostat è pari grossomodo a un quarto della popolazione, un dato superiore alla media UE. La cura della Troika ha provocato guasti, ma alla luce della situazione finanziaria ed economica del Portogallo i risultati possono essere considerati in modo piuttosto positivo. Nulla a che vedere con quanto successo in Grecia, dove la recessione ha colpito in modo ben più severo l’intera società. Un riflesso della maggior tenuta sociale portoghese si nota anche nella relativa stabilità del sistema politico. A Lisbona, come ad Atene e Madrid, dopo la fine della dittatura negli anni settanta si è imposto un sostanziale bipartitismo tra i socialisti e i conservatori legati al Ppe. In Grecia lo schema bipartitico è però collassato, e anche in Spagna il successo di formazioni come Podemos e Ciudadanos ha messo in dubbio l’equilibrio postfranchista. In Portogallo invece il bipolarismo di stampo europeo sembra reggere, e il governo del socialdemocratico Passos Coelho è riuscito a implementare il Memorandum della Troika senza collassare come successo a diversi esecutivi ellenici. Nessun nuovo movimento no euro è riuscito a esplodere, una rarità nei sistemi politici dei Paesi colpiti dall’eurocrisi. La Lisbona fedele all’austerità è stata più volte presa a modello da Angela Merkel e dall’UE, che hanno rivolto pubblici elogi al premier lusitano. Pedro Passos Coelho si è profilato come uno dei capi di governo più ostili ad Alexis Tsipras e ai vicini Podemos, anche per contrapporsi all’opposizione socialista che in questi anni si è caratterizzata come forza anti austerity dopo averla realizzata negli ultimi anni di governo Socrates. A ottobre il Portogallo rinnoverà il proprio parlamento, e per il momento le forze di sinistra appaiono favorite per la riconquista del potere. I sondaggi rilevano una situazione di relativo equilibrio, che potrebbe diventare più favorevole al governo se le tendenze su crescita e occupazione si rivelassero più positive del previsto.

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