«Non tutto deve diventare contenuto» Il progetto Happiness e il confine tra racconto e responsabilità

Nel 2019 era un trentenne con uno zaino e una domanda: cosa rende felici le persone? Sette anni dopo, Progetto Happiness è un canale da 2,7 milioni di iscritti, cinquanta paesi attraversati e una scuola costruita in Zimbabwe. Ma la cifra che racconta meglio questo percorso non è un numero: è uno spostamento. Dalle tribù e dai monaci dei primi anni ai reportage sull’ayahuasca in Ecuador, sull’estrema destra europea, sui preppers chiusi nei bunker. Fino a quella notte in mezzo al Mediterraneo, primo content creator a bordo dell’Ocean Viking, ad ascoltare un ragazzo ripetere «sono vivo».
Ecco a te le mie risposte che spero ti possano essere utili:
Progetto Happiness nasce nel 2019 come viaggio personale di un trentenne curioso. Nel 2026 è un canale con 2,7 milioni di iscritti, 50 paesi esplorati e una scuola costruita in Zimbabwe. A che punto hai capito che non stavi più facendo un progetto su te stesso ma qualcosa di molto più grande?
Credo durante la costruzione della scuola in Zimbabwe. Fino a quel momento avevo sempre pensato a Progetto Happiness come a una ricerca. Personale, certo condivisa, ma comunque una ricerca. Poi mi sono trovato davanti a trecento bambini che studiavano seduti per terra, all’aperto, sotto il sole. E lì ho capito che le storie, quando arrivano davvero alle persone, possono smettere di essere solo racconto. Mi ricordo ancora il momento in cui abbiamo visto i primi muri alzarsi. Ho pensato: “Questa cosa esisterà anche quando il video sarà finito. Anche quando l’algoritmo se ne dimenticherà.” Ed è stato forse lì che ho sentito, per la prima volta, il peso bello della responsabilità.
Negli ultimi mesi hai pubblicato reportage sull’ayahuasca in Ecuador, sull’estrema destra in Europa, sul BDSM, sui preppers nei bunker. Il progetto si sta radicalizzando?
Non credo si stia radicalizzando. Credo stia diventando più onesto. All’inizio cercavo la felicità nelle sue forme più luminose. Le tribù, i monaci, le filosofie orientali. Poi ho capito che se vuoi davvero capire l’essere umano, devi avere il coraggio di guardarlo anche nelle sue ombre. Nelle paure. Nei desideri. Nelle contraddizioni. Alla fine anche un prepper che costruisce un bunker sta cercando serenità. Anche chi si rifugia in certe ideologie spesso sta cercando appartenenza. Anche nel BDSM ho trovato persone che parlavano di fiducia, solitudine, bisogno di sentirsi viste. Io seguo la curiosità. Ma più vado avanti, più mi accorgo che tutte queste storie parlano sempre della stessa cosa: cosa significa essere umani oggi.
Sei stato il primo content creator a bordo dell’Ocean Viking. Come si torna a casa dopo un’esperienza del genere?
Non si torna davvero. C’è una parte di me che è rimasta lì, in mezzo al Mediterraneo. Tra quei gommoni. Tra le urla. Tra gli occhi di chi non sapeva se sarebbe sopravvissuto un’altra ora. Ricordo una notte in particolare. Avevamo appena soccorso delle persone. Un ragazzo continuava a ripetere solo una frase: “Sono vivo. Sono vivo.” E io lì ho capito quanto siamo distanti, noi, dalla percezione reale delle cose essenziali. Dopo esperienze così cambia il modo in cui racconti tutto. Ti accorgi che non puoi più permetterti superficialità. Che ogni storia ha un peso umano enorme. E soprattutto capisci quanto sia fragile il confine tra “noi” e “loro”.
A un certo punto smetti di chiederti cosa rende felici le persone e inizi a fare qualcosa di concreto?
Questa è una tensione che sento continuamente. Per molto tempo mi sono detto che il mio ruolo fosse raccontare, non intervenire. Poi però guardi un bambino che studia nel fango… e capisci che a volte raccontare non basta. La scuola in Zimbabwe, la foresta con Treedom… sono nati così. Non come “progetti filantropici”, ma quasi come conseguenze naturali degli incontri fatti. Però cerco sempre di stare attento. Perché non voglio cadere nella sindrome del salvatore. Non voglio che Progetto Happiness diventi qualcuno che “arriva e risolve”. Io non salvo nessuno. Al massimo creo connessioni. E forse il punto è proprio questo: usare la visibilità per trasformare l’empatia in qualcosa di concreto.
Cosa tiene insieme una community così trasversale?
Credo la vulnerabilità. Le persone oggi sono stanche di contenuti perfetti. Vogliono verità. Anche sporca, anche incompleta. Io non mi sono mai presentato come uno che ha capito tutto. Anzi. Spesso parto proprio dal mio smarrimento. Dalla mia paura. Dalle domande che non riesco a risolvere. E penso che tante persone si riconoscano in quello spazio lì. In quel tentativo sincero di capire il mondo senza sentirsi superiori al mondo.
Cos’è che hai rifiutato e non avresti mai dovuto accettare?
Tante cose. Collaborazioni che economicamente avrebbero cambiato la mia vita molto prima. Brand enormi che però volevano usare certe storie solo per “ripulirsi” l’immagine. La verità è che ogni volta che accetti qualcosa che non ti rappresenta, perdi un pezzetto di libertà. E magari all’inizio non si vede. Ma dentro lo senti. Io posso sbagliare reportage, posso sbagliare idee… ma non voglio perdere la fiducia di chi mi segue. Quella per me vale più di qualsiasi contratto.
Stai costruendo qualcosa fuori da YouTube e Instagram?
Sì. Ma non per paura degli algoritmi. O meglio: anche. Sarebbe ingenuo ignorare il fatto che oggi dipendiamo da piattaforme che possono cambiare le regole da un giorno all’altro. Però la verità più profonda è che sento il bisogno di creare spazi più lenti. Più intimi. Dove le persone possano restare, non solo scorrere. La newsletter, Focus… nascono da questo. Dal desiderio di costruire un rapporto meno “consumabile”. Più umano. Mi piacerebbe che Progetto Happiness diventasse quasi un ecosistema culturale. Non solo un canale YouTube.
Dove finisce il content creator e dove inizia il giornalista?
Non lo so davvero. Io non mi sono mai sentito un giornalista nel senso classico. Non ho quella distanza. Entro troppo emotivamente nelle storie. Ma allo stesso tempo non mi riconosco neanche nell’idea di creator intesa come puro intrattenimento. Forse sto in mezzo. E forse oggi servono anche figure ibride. Quello che mi interessa non è l’etichetta. È la responsabilità. Perché quando racconti certe realtà, hai una responsabilità enorme verso chi guarda e verso chi viene raccontato.
C’è qualcosa che hai vissuto e che non hai pubblicato?
Sì. Tanto. Ci sono momenti che restano fuori non per paura, ma perché non trovo una forma giusta per contenerli. A volte vivi cose troppo intime, troppo contraddittorie. E hai paura che la camera le riduca. Le semplifichi. Mi è successo in Colombia. Mi è successo in Amazzonia. Mi è successo anche in momenti molto personali, dove ho capito che pubblicare avrebbe significato tradire qualcosa. Non tutto deve diventare contenuto. Questa è una frase che cerco di ricordarmi spesso.
Hai perso qualcosa passando da solo a un team?
Sì. E allo stesso tempo ho guadagnato tantissimo. Mi manca la leggerezza dei primi anni. Quando prendevo uno zaino e partivo senza sapere niente. C’era una forma di ingenuità bellissima. Oggi c’è più struttura, più responsabilità, più persone coinvolte. Ma c’è anche la possibilità di raccontare meglio. Più profondamente. Con più cura. La verità è che Progetto Happiness oggi non potrebbe esistere senza il team. E forse una delle cose più belle è proprio questa: vedere un sogno personale diventare qualcosa di collettivo.
Nei prossimi due anni cosa vuoi fare che non hai ancora fatto?
Vorrei creare qualcosa che resti. Una serie documentaria internazionale. Un film. Un archivio di storie che possa sopravvivere ai social. E poi mi piacerebbe entrare sempre di più in luoghi dove il documentario tradizionale arriva poco: aziende, scuole, istituzioni. Portare il tema della felicità, della fragilità umana, anche lì. Perché secondo me oggi abbiamo disperatamente bisogno di nuovi spazi di ascolto.
Ti senti solo nel documentarismo digitale italiano?
Per tanti anni sì. Quando ho iniziato sembrava quasi impossibile fare documentari lunghi, profondi, su YouTube in Italia. Sembrava che nessuno li volesse vedere. Oggi invece vedo qualcosa che si sta muovendo. Una generazione nuova che ha voglia di raccontare il reale in modo più coraggioso, più cinematografico, più umano. E questa cosa mi rende felice. Perché significa che forse stiamo costruendo un linguaggio nuovo.
Sei riuscito a capire cos’è la tua felicità?
No. O almeno… non definitivamente. Per anni ho pensato che la felicità fosse una destinazione. Poi ho incontrato persone che non avevano nulla e ridevano davvero. E altre che avevano tutto e si sentivano vuote. Oggi credo che la mia felicità assomigli più a una presenza. A certi momenti minuscoli. Una cena con le persone che amo dopo mesi lontano. Un silenzio in montagna. Una storia che riesce a creare empatia vera. La sensazione di essere esattamente dove dovrei essere, anche solo per un istante. E forse il punto è proprio questo: non smettere mai di cercarla.
Quello che è cambiato, in questi anni, è il peso. Un sogno personale è diventato qualcosa di collettivo, e raccontare ha smesso di bastare. Resta il filo che tiene insieme tutto: la vulnerabilità come unico linguaggio possibile, e l’idea che la visibilità serva a trasformare l’empatia in qualcosa di concreto.