«Nessuno spazio è troppo piccolo»: Alessandro Vitale, il rivoluzionario gentile dell’orto urbano

Federica Basili 21 Set 2026
article-post
Aggiungi Giornalettismo tra le tue fonti preferite su Google

Da artigiano di scarpe a Spicy Moustache, il creator seguito da milioni di persone che ha trasformato balconi e fazzoletti di terra in orti. Dopo i libri Rebel Gardening e Low Waste Kitchen, Alessandro racconta sostenibilità, radici familiari e il piacere fisico di creare con le mani senza mai far sentire nessuno in colpa.

Lo conoscono in tantissimi come Spicy Moustache: chef mancato, ex artigiano, oggi tra i volti più riconoscibili del gardening sui social. Alessandro Vitale ha costruito un progetto che parla di coltivazione, spreco alimentare e vita in connessione con la natura, portandolo dai balconi di Londra alla campagna mediterranea. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare da dove arriva tutto questo e dove sta andando.

Il soprannome nasce dal peperoncino rimasto nei baffi. Quanto di quell’ironia iniziale è rimasto in un progetto che oggi è un vero brand?

In realtà non è nato proprio da un pezzo di peperoncino rimasto nei baffi. Ho sempre mangiato tantissimo piccante — salse, peperoncini, qualsiasi cosa — e avendo i baffi spesso ne rimaneva un po’ lì. Il problema è che la mia ragazza non sopporta assolutamente il piccante: ogni volta che mi dava un bacio finiva per sentirselo sulle labbra. I miei baffi erano sempre “spicy”, e da lì è nato Spicy Moustache.

Quell’ironia penso sia ancora una parte molto importante del progetto. Oggi è diventato un brand, un lavoro, qualcosa di molto più grande di quello che avrei mai immaginato, ma non voglio perdere quella spontaneità. Parliamo di temi seri come sostenibilità, coltivazione e spreco alimentare, però cerco sempre di farlo senza prendere tutto troppo sul serio e, soprattutto, senza far sentire le persone in colpa. Preferisco mostrare che fare qualcosa di positivo può anche essere divertente.

Prima di Londra facevi un mestiere artigianale in Italia. Cosa ti sei portato dietro di quel modo di lavorare con le mani, e cosa hai dovuto lasciare andare?

Prima di trasferirmi a Londra facevo scarpe a mano. Era un lavoro completamente artigianale e penso mi abbia lasciato tantissimo: la pazienza, l’attenzione ai dettagli e soprattutto il piacere di creare qualcosa fisicamente. Probabilmente è anche il motivo per cui ancora oggi mi piace così tanto costruire, coltivare, cucinare, fare compost, riparare le cose. Ho bisogno di un rapporto fisico con quello che faccio.

E c’è qualcosa di molto simile tra fare una scarpa a mano e coltivare una pianta: non puoi accelerare. Ci sono processi, devi imparare a conoscerli e devi avere pazienza. Quello che invece ho imparato a lasciare andare è l’ossessione che tutto debba essere perfetto prima di essere mostrato. Online devi essere disposto a sperimentare, a sbagliare davanti alle persone e a imparare mentre fai.

Quanto pesa, nella tua storia, l’eredità della tua famiglia e delle tue tradizioni? C’è un gesto o una frase che ti torna in mente mentre lavori la terra?

Tantissimo, e non solo dai miei nonni. Da mio padre penso di aver preso una forza di volontà enorme: quando decido di raggiungere qualcosa, mollare è davvero l’ultima opzione. Quella disciplina e quella determinazione vengono in gran parte da lui. Da mia madre ho preso una cosa diversa ma altrettanto importante: l’amore per le persone, il modo di relazionarsi con gli altri, dare energia positiva, trattare bene la gente. Ho sempre pensato che quello che metti nel mondo, prima o poi, in qualche forma ti ritorni.

E poi ci sono i miei nonni, il rapporto che avevano con la terra e con il cibo. Mio nonno in particolare ha avuto un’influenza enorme sul modo in cui oggi vedo quello che faccio. Per questo penso che Spicy Moustache, anche se sembra un progetto modernissimo nato sui social, abbia in realtà radici profonde nella mia famiglia.

Coltivi in 8×5 metri e ripeti che nessuno spazio è troppo piccolo. È una convinzione sincera o anche una scelta comunicativa per non spaventare chi ti guarda dal balcone di città?

Gli 8×5 metri appartengono alla nostra vita a Londra, ma proprio quegli anni mi hanno convinto che nessuno spazio sia davvero troppo piccolo. In una delle case avevamo uno spazio davanti all’ingresso di circa due metri per quattro o cinque: praticamente niente. Eppure ci abbiamo coltivato mais, zucche, meloni e tante altre cose. Abbiamo coltivato su balconi, terrazzi, piccoli giardini dietro casa.

In cinque o sei anni a Londra abbiamo cambiato diverse case, e ogni volta avremmo potuto viverla come un “dobbiamo ricominciare da zero”. Invece l’abbiamo sempre vista come un esperimento nuovo: prendevamo quello che avevamo imparato nel giardino precedente, errori compresi, e cercavamo di fare il successivo un po’ meglio. Quindi quando dico che puoi iniziare quasi ovunque non è uno slogan: lo abbiamo fatto davvero, in spazi completamente diversi. Ovviamente un balcone non ti renderà autosufficiente, e non voglio raccontarlo così. Però può bastare per iniziare a coltivare qualcosa, e quello può cambiare completamente il rapporto che hai con il cibo.

Rebel Gardening era una guida per principianti. Il tuo pubblico ti chiede da tempo un ricettario: a che punto sei, e sarà un libro diverso da come lo immaginiamo?

In realtà il ricettario esiste già. L’anno scorso è uscito Low Waste Kitchen, per ora in inglese: è proprio il libro che per molto tempo le persone mi chiedevano. È una raccolta di cento ricette a basso spreco, ma soprattutto cerca di insegnare un modo diverso di guardare gli ingredienti.

Una delle cose che faccio da anni è mostrare che le parti di frutta e verdura che siamo abituati a considerare automaticamente scarto spesso possono ancora essere usate. Foglie, gambi, bucce, semi: molte volte il limite non è l’ingrediente, è solo che nessuno ci ha mai mostrato cosa farne. Nel libro ci sono ricette, tecniche di conservazione e tanti modi per ridurre gli sprechi nella vita quotidiana. Per adesso è disponibile solo in inglese, ma ci piacerebbe molto tradurlo in altre lingue, se ci sarà la possibilità.

Il progetto sul lotto comunale — dimostrare quanto cibo si può produrre in un anno su pochi metri quadri — dove sta andando?

Quel progetto apparteneva a un momento completamente diverso della nostra vita: ormai abbiamo lasciato Londra da circa due anni. A un certo punto io e Iasmina abbiamo sentito il bisogno di cambiare ambiente. Volevamo cambiare clima, ma soprattutto vivere in modo più coerente con quello che raccontavamo ogni giorno nei contenuti. Così siamo passati dalla città a una piccola farm qui a Ibiza, nella campagna mediterranea ma vicinissimi al mare.

La vita è cambiata completamente: di giorno uno dei rumori più forti sono le cicale, la sera hai una specie di ninna nanna fatta dai grilli. Era esattamente quello che cercavamo. Certo, significa anche ricominciare a imparare — clima diverso, terreno diverso, estati molto più calde, disponibilità d’acqua differente — e non posso applicare tutto ciò che funzionava a Londra. Ma è proprio questa la parte che trovo interessante. Stiamo imparando di nuovo e allo stesso tempo possiamo coltivare frutti e ortaggi che a Londra sarebbe stato quasi impossibile produrre. In un certo senso il progetto non è più solo dimostrare quanto cibo puoi coltivare in pochi metri: ora voglio capire fino a che punto possiamo costruire una vita intorno alla terra e diventare sempre più autosufficienti, continuando a documentare quello che impariamo.

C’è una direzione che ti tenta e ti spaventa allo stesso tempo, la TV, la formazione dal vivo, un’attività fisica oltre l’online?

La televisione mi incuriosisce. Mi piacerebbe, un giorno, avere un programma mio, ma soltanto se riuscissi a mantenere la mia identità e il mio modo di comunicare. Non mi interessa fare TV solo per dire di esserci: vorrei usarla come un altro mezzo per parlare di natura, coltivazione, cibo, sostenibilità e di come possiamo vivere più in connessione con ciò che ci circonda. Potrebbe essere un programma di viaggio, di coltivazione, di cucina, o qualcosa che unisce tutto questo — non so ancora quale sarebbe il formato. La condizione, per me, è poter continuare a essere me stesso.

Più in generale, mi piacerebbe che negli anni Spicy Moustache diventasse qualcosa che non esiste solo online. Corsi e formazione sono già un passo in quella direzione, ma in futuro vorrei creare anche esperienze e luoghi fisici dove le persone possano venire a coltivare, cucinare e imparare direttamente dalla natura.