Natalino Stasi: “Restare in Calabria non è limitarsi, è scegliere un punto di osservazione”

Federica Basili 13 Lug 2026
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C’è chi lascia un posto fisso per inseguire un sogno lontano, e chi invece lo fa restando esattamente dove è nato. Natalino Stasi ha scelto la seconda strada: da Longobucco, in Calabria, racconta da anni storie di vite fuori dal tempo, persone che hanno scelto l’essenziale, la lentezza, un rapporto diverso con la natura e con le comunità. Lo fa attraverso lo strumento più immediato e digitale che esista, i social, trasformando un paradosso apparente in un ponte tra due mondi.

Dietro ogni racconto c’è una scelta radicale che Stasi conosce bene: ha lasciato un lavoro a tempo indeterminato da giornalista per raccontare storie in un territorio con la disoccupazione giovanile più alta d’Italia.

Tu stesso hai detto che spesso ti chiedi se quella vita “fuori dal tempo” potrebbe appartenerti: oggi, dopo centinaia di storie raccontate, sei più vicino o più lontano dal pensare che un giorno potresti farla anche tu?

Direi entrambe le cose. Più vicino perché ho conosciuto persone che mi hanno dimostrato che esistono modi diversi di vivere e che una vita più essenziale è davvero possibile. Più lontano perché, conoscendole meglio, ho capito che non è una fuga romantica: richiede sacrificio, competenze e una coerenza enorme. Quello che mi porto a casa non è il desiderio di imitare quelle vite, ma la consapevolezza che possiamo tutti rallentare e scegliere con più intenzione come vivere. Si può vivere con meno, avere un rapporto diverso con il tempo e dare valore a cose che spesso diamo per scontate. Non credo che un giorno vivrò come loro, ma so che il mio modo di guardare la vita è sicuramente cambiato.

Da Longobucco hai costruito un linguaggio che racconta la Calabria — e l’Italia — invisibile. Quanto di te c’è nella scelta di restare lì, invece di inseguire il racconto altrove?

C’è tantissimo di me. Credo che ogni autore racconti il mondo partendo da un luogo preciso, e il mio luogo è Longobucco. Sono convinto che non serva andare dall’altra parte del mondo per raccontare storie straordinarie. L’Italia interna è piena di persone che vivono esperienze incredibili e che spesso nessuno ascolta. Partire dalla Calabria significa anche provare a cambiare lo sguardo su una terra raccontata quasi sempre attraverso gli stessi stereotipi. Restare, per me, non è limitarsi: è scegliere un punto di osservazione.

C’è una storia, tra le tante raccolte, che ti ha cambiato personalmente — non come narratore, ma come uomo?

Più che una singola storia, è stata la somma di tutte. Ho incontrato persone che hanno perso tutto e hanno ricominciato, altre che hanno rinunciato a carriere importanti per cercare una vita più autentica, altre ancora che hanno scelto di restare nei paesi quando tutti se ne andavano. Di sicuro ogni storia mi ha lasciato un pezzo di umanità, un’emozione e un insegnamento che porterò dentro.

Hai accennato che spesso sono i tuoi follower a segnalarti nuove storie: c’è un territorio, in Italia o fuori, che senti di dover ancora esplorare?

L’Italia è ancora piena di territori che conosco poco: le Alpi per esempio, o le isole, in particolare la Sardegna. Allo stesso tempo mi incuriosiscono tantissimo luoghi come il Giappone. In realtà, non parto mai da una mappa. Parto dalle persone. Se trovo una storia autentica, il luogo diventa quasi una conseguenza.

Hai mai pensato di trasformare questo lavoro in qualcosa di più strutturato — un documentario lungo, una serie, un libro che raccolga i volti incontrati in questi anni?

Sì, ci penso spesso. Alcune storie meritano tempi più lunghi rispetto a quelli consentiti dai social. Mi piacerebbe realizzare un documentario o una serie che approfondisca il tema dello spopolamento e del rapporto tra uomo e territorio. E il libro è un’idea che mi accompagna da tempo: non come raccolta di interviste, ma come riflessione su quello che questi incontri mi hanno insegnato.

C’è un format nuovo che vorresti provare, diverso dal racconto in presa diretta che ti ha reso riconoscibile?

Mi piacerebbe sperimentare un linguaggio ancora più cinematografico, senza perdere l’autenticità. Vorrei usare maggiormente il paesaggio come elemento narrativo. L’importante, però, è non perdere mai il rapporto diretto con le persone. È quello il cuore del mio lavoro.

Tu racconti persone che hanno scelto di vivere senza elettricità, senza connessione, fuori dai ritmi digitali — e lo fai attraverso lo strumento più digitale che esista, i social. Senti una contraddizione in questo, o la vivi come un ponte necessario?

La vivo come un ponte. I social sono uno strumento: dipende da come li utilizziamo. Se riescono a portare milioni di persone a riflettere su temi come il rapporto con il tempo, con la natura e con le comunità, allora possono diventare un mezzo prezioso. L’importante è non confondere il mezzo con il messaggio. È un paradosso che accetto volentieri.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare con l’arrivo di un’audience sempre più ampia — hai dovuto introdurre pianificazione, analytics, logiche da “macchina editoriale” che prima non esistevano?

Sì, inevitabilmente il lavoro è diventato più strutturato. Oggi c’è più pianificazione, più attenzione ai dati e all’organizzazione. Però cerco di non permettere agli analytics di decidere cosa raccontare. Li considero strumenti utili per capire come migliorare la comunicazione, ma la scelta delle storie continua a partire dalla curiosità e dal loro valore umano. Se iniziassi a raccontare solo ciò che funziona, probabilmente smetterei di fare il lavoro che amo.

L’intelligenza artificiale sta entrando anche nella produzione video: pensi che possa mai sostituire il tipo di racconto che fai tu, fondato sulla presenza fisica e sulla fiducia costruita di persona?

Penso che l’intelligenza artificiale diventerà uno strumento molto utile in tante fasi del lavoro. Ma il cuore dei miei documentari nasce da qualcosa che una macchina non può sostituire: la fiducia. Le persone aprono la porta di casa, raccontano la propria vita, mostrano le proprie fragilità. Questo richiede tempo, ascolto, empatia e presenza. Le storie che racconto esistono perché esiste una relazione umana. E quella, almeno per ora, non è sostituibile.

Se potessi togliere un limite — di tempo, di mezzi, di budget — quale storia andresti a cercare subito?

Vorrei seguire per mesi la vita di un anziano pastore e condividere lo spazio e le giornate con lui. Non raccontare un giorno della sua vita, ma tutte le stagioni, i cambiamenti, le difficoltà, il lavoro quotidiano. Immergermi completamente nella sua vita.

Le persone che racconti spesso hanno fatto una scelta radicale di vita: c’è una scelta radicale che vorresti fare tu, e che finora non hai avuto il coraggio di compiere?

Probabilmente l’ho già fatto. Ho lasciato un lavoro a tempo indeterminato da giornalista, per raccontare storie attraverso i social. Farlo in Calabria sembra da pazzi. In un territorio con la disoccupazione giovanile più alta d’Italia, puoi solo immaginare come, ad esempio, la mia famiglia ha accolto questa scelta. Ma la cosa più importante per me è stata difendere meglio il mio tempo. Spesso le persone che incontro mi ricordano che il tempo è la risorsa più preziosa che abbiamo. Ed è una lezione che sto ancora imparando.

Tra qualche anno, come vorresti che venisse ricordato il lavoro di Natalino Stasi — come documentarista, come narratore, o come qualcosa che ancora non ha un nome preciso?

Mi piacerebbe che venisse ricordato come il lavoro di qualcuno che ha saputo ascoltare. Che ha saputo far guardare con occhi diversi luoghi e persone che spesso non vengono considerate. Se attraverso i miei documentari anche una sola persona ha cambiato il proprio sguardo sulla Calabria o semplicemente sul modo in cui si può vivere, allora avrò fatto qualcosa di utile. Le etichette contano poco: quello che mi interessa è lasciare storie che continuino a parlare anche quando il video finisce.