Meraki, i travel creator che hanno trasformato la passione per i viaggi in un’agenzia di social media su misura

Federica Basili 14 Mag 2026
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Ottantacinque chilometri di distanza, il lockdown del 2020 e una videolezione universitaria. È da lì che parte tutto. Martina ed Emanuele si conoscono online, iniziano a organizzare weekend “a metà strada” per vedersi, raccontano quei posti a una community minuscola — e scoprono che raccontare è la cosa che sanno fare meglio. Da quel momento costruiscono Meraki: prima come travel creator, poi come agenzia di social media management specializzata in turismo, hospitality e food. Oggi lavorano con Samsung, TikTok, VisitDubai, TAP Air Portugal e decine di realtà locali che hanno capito che i social non sono un accessorio. E stanno per lanciare qualcosa di nuovo. Li abbiamo intervistati per capire come si bilanciano due identità digitali, cosa pensano davvero dell’AI, e dove vogliono portare Meraki nei prossimi anni.

Come nasce Meraki? Avete iniziato come travel creator e poi siete diventati anche un’agenzia di social media management: com’è avvenuta questa evoluzione?

È nato tutto in modo molto naturale. Ci siamo conosciuti in videolezione nel 2020, durante il lockdown: avevamo età diverse, vivevamo in posti diversi, le probabilità di incontrarci erano pochissime. Quando finalmente ci siamo potuti vedere, la sfida era far combaciare orari, impegni e gli 85 chilometri che ci separavano. Abbiamo iniziato a organizzare weekend in posti sempre nuovi, a raccontare quei luoghi alla nostra community — all’epoca piccolissima — e a generare un interesse che non ci aspettavamo. È così che siamo diventati travel creator. Da subito ci è apparso chiaro che fare foto, video e raccontarci era la nostra passione. E quasi spontaneamente ci siamo resi conto che quella passione poteva essere messa al servizio anche delle imprese locali, in un momento — il post Covid — in cui i social erano diventati lo strumento principale di comunicazione e promozione. C’era anche una spinta personale: le proposte di lavoro che arrivavano non erano compatibili con una vita normale, soprattutto a livello di stipendi. Meraki è stata anche una strada per costruirci uno spazio di emancipazione e indipendenza.

Gestite sia la vostra identità da creator che quella dei vostri clienti. Come bilanciate le due anime senza che l’una cannibalizzi l’altra?

È una domanda intelligente, perché il lavoro digitale ha il lato negativo di non permetterti mai di staccare davvero. All’inizio passavamo le serate sulle piattaforme o a parlare tra noi in cerca di ispirazioni nuove. L’equilibrio è arrivato imparando a delegare: tutta la parte di post produzione, copywriting, ads e alcune componenti strategiche sono supportate da collaboratori esterni. Noi rimaniamo il punto di contatto diretto con il cliente, andiamo personalmente sui luoghi, coordiniamo e monitoriamo gli obiettivi. Avere quel supporto ci ha dato più spazio creativo e una gestione più sostenibile di tempo ed energie.

Avete scelto una nicchia precisa — turismo, hospitality, food. Scelta strategica o evoluzione naturale?

Palesemente naturale, come continuazione di quello che avevamo iniziato a fare per noi stessi. C’è stato però anche uno studio dietro: dopo il Covid si era creato un vuoto di competenze sul mondo dei social, e molte imprese di prossimità — ristoranti, strutture ricettive — avevano ancora una presenza quasi secondaria, quando invece i social erano lo strumento che stava trainando il mercato. Abbiamo scelto questa nicchia soprattutto per passione: i nostri primi clienti erano il mondo che già vivevamo e che ci piaceva raccontare.

Il vostro punto di forza è la qualità artigianale dei contenuti. Regge quando i clienti crescono?

Sì, perché noi in quanto Martina ed Emanuele manteniamo il rapporto diretto con il cliente e la presenza sul luogo, ma deleghiamo la parte operativa. Una cosa che ci gratifica molto è che quasi tutti i clienti con cui abbiamo iniziato anni fa lavorano ancora con noi oggi. Nessuno ci ha mai abbandonati — e questo significa che i risultati ci sono stati. C’è anche un aspetto che teniamo molto: spesso il cliente non ha bisogno solo della presenza social, ma di qualcuno che lo guardi dall’esterno e lo aiuti a vedere potenzialità che, vivendo la propria attività dall’interno ogni giorno, non riesce più a cogliere.

L’AI sta cambiando la produzione di contenuti a una velocità impressionante. Come ridefinite il valore di quello che fate?

Se ne potrebbe parlare per ore. Crediamo fortemente che l’intelligenza artificiale sia uno strumento potentissimo di supporto. Ma la parte fondamentale del nostro lavoro — l’analisi dei punti di forza, la fantasia, la creatività — è ancora difficilmente replicabile. E poi c’è un aspetto ancora più concreto: noi, attraverso i social, cerchiamo di abbattere lo schermo, di creare empatia tra brand e potenziale cliente, di far parlare una realtà imprenditoriale con chi la guarda. L’AI può generare contenuti efficaci, ma non riesce ancora a suscitare connessioni empatiche reali. Siamo probabilmente l’anello mancante tra l’agenzia di comunicazione vecchio stampo — spesso fredda e standardizzata — e una comunicazione interamente demandata all’AI, che rischia di rendere tutto impersonale.

Avete mai ragionato su come monetizzare la community in modo strutturato, al di là dei singoli brand deal?

Ci abbiamo riflettuto, ma la risposta è che la community non è qualcosa su cui monetizzare direttamente. È il frutto di un rapporto costruito nel tempo, quasi come con degli amici. Noi monetizziamo sulle competenze che questa esperienza ci ha permesso di sviluppare. Anche con i brand deal siamo molto selettivi: promuoviamo solo quello che già utilizziamo e che riteniamo davvero valido. Sono più le proposte che scartiamo di quelle che accettiamo.

I corsi che proponete sono un prodotto accessorio o pensate che la formazione possa diventare un pilastro autonomo?

Per il momento sono più un prodotto accessorio, perché Meraki richiede già tantissimo tempo e ha una natura quasi sartoriale. Ci piacerebbe che questo progetto acquisisca valore nel tempo senza perdere la sua identità. Il punto di forza dei corsi è che non sono solo teorici: danno strumenti pratici, ben schematizzati, per acquisire competenze concrete fin da subito.

Quali progetti avete in cantiere per il 2025-2026? C’è qualcosa che ancora non è pubblico?

C’è qualcosa a cui dedichiamo energie da mesi e che ci rende molto emozionati — anche perché questa intervista arriva proprio vicino al lancio. Si chiamerà Meraki Days e nasce come un prolungamento naturale di Meraki, applicato al mondo dei matrimoni. Ci siamo accorti che chi si sposa ha sempre più bisogno di contenuti freschi, pronti da condividere quasi in tempo reale sulle piattaforme, senza dover aspettare i tempi — comprensibili ma lunghi — di fotografi e videomaker. L’obiettivo è permettere alle coppie di condividere le emozioni della cerimonia e del ricevimento mantenendo quella componente autentica e narrativa che per noi è irrinunciabile, senza rinunciare alla qualità visiva.

Se tra cinque anni Meraki fosse esattamente quello che volete che sia, come sarebbe?

Non ci interessa che diventi l’agenzia più grande o più redditizia del mondo. Ci interessa che fornisca un servizio utile ai clienti e che garantisca a chi ci lavora — noi compresi — una tranquillità personale che permetta di raggiungere obiettivi personali e familiari, non solo lavorativi. I nostri collaboratori lavorano interamente da remoto, proprio perché crediamo che un ambiente sano e creativo non sia un optional. Tra cinque anni vogliamo una realtà capace di far stare bene le persone che ne fanno parte. Niente di più, niente di meno.

Meraki non è nata da un business plan. È nata da 85 chilometri di distanza, da un lockdown e dalla scoperta che raccontare i luoghi era qualcosa che Martina ed Emanuele sapevano fare meglio di molte altre cose. Il resto — i clienti internazionali, i collaboratori, i corsi, e adesso Meraki Days — è venuto da sé, con la stessa logica con cui raccontano il lavoro dei loro clienti: partendo da quello che c’è, valorizzando quello che non si vede, costruendo un filo invisibile tra chi produce e chi guarda. In un mercato che corre verso la standardizzazione, la loro risposta è ancora artigianale. E per ora funziona.