Marco Dixit: “Sui social si può fare cultura. Senza alzare la voce”

Un nome un manifesto, Marco Dixit: un verbo latino che suona come un’affermazione tranquilla ma decisa. Divulgatore linguistico tra i più seguiti in Italia, ha trasformato la passione per le parole — nata sui banchi del liceo classico — in un progetto editoriale e social che oggi conta una community eterogenea e in costante crescita. Il suo segreto? Un approccio gentile, ironico, mai urlato. Perché per essere ascoltati, dice, non è necessario alzare la voce.
Sei diventato uno dei divulgatori linguistici più seguiti in Italia: quanto ha pesato, secondo te, il tuo stile “gentile”, che in più interviste definisci un vero e proprio mantra?
Spero tantissimo! Sono convinto che per essere ascoltati, nella vita come sui social, non sia necessario alzare la voce: per questo cerco tramite i miei contenuti di comunicare con un approccio più pacato e ironico… che poi non è molto diverso da quello che adotto nella vita di tutti i giorni.
Da dove nasce la tua passione per l’etimologia e come hai costruito un format di divulgazione che fosse allo stesso tempo accurato e accessibile?
Sicuramente l’interesse si è acceso ai tempi della scuola: ho frequentato il liceo classico e ricordo nitidamente lo stupore che provavo quando scoprivo che molte parole italiane avevano dei “discendenti” illustri nel latino o nel greco antico. In breve, l’origine delle parole ha sempre suscitato in me grande curiosità. Quando ho iniziato il mio percorso sui social ho pensato che sarebbe stato bello condividere questo senso di meraviglia, nel modo più semplice e fruibile possibile.
Le tue community su Instagram e TikTok sono molto attive. Come ti relazioni con loro? Quali dinamiche osservi più spesso tra chi ti segue?
Ogni giorno dedico del tempo alla community, è parte integrante dell’attività di un creatore di contenuti. Sarebbe impossibile rispondere puntualmente a tutti, ma cerco di fare del mio meglio per mantenere attiva la comunicazione diretta con chi mi scrive. Fortunatamente ho una community piuttosto eterogenea, si va dallo studente all’insegnate, dall’appassionato al semplice curioso: questo mi dà la possibilità di confrontarmi con realtà e con generazioni diverse, un vero e proprio privilegio. Il rapporto con la community è anche fonte di grandi soddisfazioni: capita che mi scrivano genitori che guardano i miei video con i figli, oppure insegnanti che mi scrivono per farmi sapere che hanno usato i miei video come spunto o supporto alle loro lezioni. È quello che mi rende più orgoglioso, perché crea un filo generazionale e dà un senso più profondo a ciò che faccio.
Come gestisci il rapporto tra “viralità dei contenuti” e “rigore linguistico”?
È una questione di equilibrio. Credo che uno dei compiti più difficili di chi crea contenuti -soprattutto di taglio divulgativo- sia trovare un equilibrio tra semplicità e profondità, tra fruibilità e interesse. Cerco quindi di gestire questa mediazione al meglio, ben sapendo che la didattica e l’insegnamento si fanno a scuola e nelle università e non sui social.
Pensi che il pubblico oggi cerchi ancora contenuti “profondi”, o ti è capitato di dover semplificare per mantenere l’attenzione?
In termini generali, quanto più un contenuto è “leggero”, tanto più ha possibilità di essere visto da più persone. Questo però non significa necessariamente che il pubblico cerchi argomenti frivoli. Significa piuttosto che il modo in cui si presentano gli argomenti gioca un ruolo chiave. Certamente la semplificazione, se intesa come fruibilità e chiarezza nell’esposizione, è fondamentale per essere compresi e per fare in modo che i contenuti risultino efficaci. E questa semplificazione per me è all’ordine del giorno.
Nel dibattito contemporaneo, il creator è ormai un mediatore dell’informazione: ti riconosci in questa definizione?
È una definizione che ha senso. Per me oggi il creator -specialmente in ambito culturale- è una figura che può aggiungere una dimensione più profonda all’intrattenimento. Ma è anche un tramite, un medium, appunto: è colui che ti fa scoprire qualcosa di bello o interessante, che fa nascere la curiosità, che pianta il seme dell’informazione o della conoscenza. Per alcuni quel seme sarà sufficiente, mentre per altri germoglierà a scuola o in un corso di studi dedicato.
Qual è la responsabilità più grande di chi divulga contenuti culturali in un ecosistema spesso dominato dal rumore e dalla superficialità?
Come accennavo prima, sapere di essere visto e ascoltato da giovani e giovanissimi è già di per sé una responsabilità enorme. Più in generale, avere visibilità significa poter essere di ispirazione per qualcuno: un’altra bella responsabilità.
Oggi un creator come te quali principali fonti di monetizzazione ha? Sponsorizzazioni, libri, corsi, eventi, community a pagamento… cosa pesa di più nel tuo caso?
Nel mio caso si tratta di collaborazioni con aziende ed eventi e conferenze, anche legati alla mia attività editoriale. Non ho mai realizzato corsi o contenuti esclusivi a pagamento.
La tua monetizzazione si è evoluta nel tempo? Cosa ha funzionato davvero e cosa no?
Si è evoluta di pari passo con lo sviluppo della community. Non ho mai messo in atto strategie particolari: ho solo cercato di migliorare la produzione di contenuti e la scrittura. Questo naturalmente ha portato a più collaborazioni.
Quanto la community influisce sulle tue scelte editoriali e commerciali?
Anche qui si può parlare di equilibrio. Analizzare e andare incontro ai gusti di chi ti segue è giusto, ma l’importante è non snaturarsi e non andare contro sé stessi. Si tratta quindi di equilibrio tra i gusti della community e i propri.
Hai mai rifiutato collaborazioni poco in linea con la tua identità? In base a quali criteri decidi?
Sì, mi è capitato di declinare delle proposte. Due i motivi principali: perché si trattava di prodotti o ambiti commerciali che eticamente andavano contro ai miei principi oppure perché non trovavo nessuno spunto creativo per poter essere credibile o interessante.
Il tuo libro “Con parole tue” ha ampliato il tuo pubblico: quanto incide l’attività editoriale nel tuo modello di business?
Mi auguro che questa attività acquisisca sempre più spazio: a breve annuncerò un nuovo progetto editoriale, sempre legato alle parole. L’idea è quella di proseguire su questa strada anche in futuro.
Stai valutando nuovi format come podcast, newsletter premium, membership?
Per ora no, ma in futuro mai dire mai!
Nel 2021 hai iniziato “per gioco”, oggi sei un creator seguito, un autore e uno speaker. Qual è stata la tua strategia di crescita? Quali scelte sono state decisive?
La strategia principale è quella che in realtà tutti conoscono ma che pochi attuano: la costanza. Poi, la voglia di imparare e mettersi in gioco: tutto il mio progetto sui social nasce dalla necessità di aggiornarmi. Gestivo pagine social di aziende, mi occupavo di digital marketing, ma dopo più di 10 anni sulle piattaforme per conto di terzi mi sono reso conto che non li stavo più usando più da utente: avevo perso il contatto con la realtà di chi i social li usa per piacere e non per dovere. In breve, ho cominciato perché volevo vedere che effetto faceva stare dall’altra parte e imparare un punto di vista nuovo: creare ciò che volevo e non solo comunicare per conto di altri. In sostanza ho dovuto imparare un altro lavoro, con tutto ciò che ne consegue.
Ci sono dei contenuti che performano meglio in modo costante? Hai identificato pattern o insights ricorrenti?
Sì, ci sono format che generalmente funzionano meglio di altri, che ciclicamente ripropongo. Però cerco di non cavalcare troppo i singoli format perché non mi piace l’idea di rimanere “ingabbiato” in uno schema. Per me il processo di creazione parte sempre dalla curiosità: se una parola, un fatto, una storia mi ha suscitato stupore o curiosità, a quel punto può diventare un contenuto.
Come ti proteggi dal burnout e dal senso di “dover pubblicare sempre”?
Di tanto in tanto mi obbligo a fare una pausa. Purtroppo il rischio di sentirsi sopraffatti è la naturale conseguenza dell’attività di pubblicazione costante, che nasce dalla consapevolezza che nel mercato dell’attenzione la quantità conta quanto -se non più- della qualità. Anche in questo caso serve equilibrio, che però a volte è difficile da trovare.
Come immagini l’evoluzione dei contenuti culturali sui social nei prossimi anni?
Per anni il paradigma è stato social = futilità. Ora spero che questa equivalenza sia in parte superata, e sono felice di constatare che negli ultimi anni si può parlare di cultura sui e con i social. Tanti bravissimi creatori di contenuti in ambito divulgativo stanno raggiungendo ottimi risultati, segno che portare sui social un prodotto rilevante anche dal punto di vista culturale non è più un miraggio. Mi auguro che si continui su questa strada.
L’intelligenza artificiale sta entrando a ritmo veloce anche nel mondo linguistico: è una risorsa, una minaccia o un linguaggio parallelo da integrare?
Come tutti gli strumenti potenti, può essere una risorsa o una minaccia. Credo che per ora il rischio più grande, dal punto di vista della comunicazione e del linguaggio, sia quello legato alla tendenza a delegare all’IA anche le più semplici operazioni di composizione testuale, quelle che fino a pochi anni fa dovevamo “impegnarci” a produrre da soli. Parlo di banalità, come rispondere a un messaggio o una email. Certo, l’IA fa risparmiare tempo, ma a lungo termine potrebbe essere dannosa in quest’ottica, indebolendo la capacità di elaborare anche le forme più semplici di comunicazione. Spero fortemente che si tratti solo di una mia paura infondata.
C’è una parola che secondo te rappresenta al meglio questo momento storico della comunicazione?
Direi frenetica. Anzi, frettolosa: è l’era del tutto e subito, anche nella comunicazione.
E una parola “dimenticata” che secondo te tutti dovremmo recuperare?
Non è una parola desueta, ma evidentemente da molti dimenticata: rispetto.
Ci auguriamo che piantare un seme di curiosità — anche solo attraverso un video di qualche minuto — possa fare la differenza.
Soprattutto se quel seme, un giorno, germoglierà.