Manuela Vitulli: il viaggio come linguaggio, la narrazione come destino

Manuela Vitulli è una delle voci più autorevoli e riconoscibili del travel blogging italiano. Con il suo stile autentico, curioso e profondamente umano, ha trasformato la passione per i viaggi in un progetto editoriale che negli anni è diventato un punto di riferimento per chi cerca ispirazione, consigli e racconti capaci di andare oltre la semplice destinazione. Sul suo blog e attraverso i suoi canali social, Manuela esplora il mondo con uno sguardo attento alle culture, alle persone e alle storie che rendono ogni luogo unico.  

 La sua capacità di unire narrazione, fotografia e riflessione personale l’ha resa una professionista stimata e una compagna di viaggio ideale per migliaia di lettori. In questa intervista, ci addentriamo nel suo percorso, nelle sue motivazioni e nel modo in cui vive e interpreta il viaggio oggi. 

 

 Come descriveresti Manuela Vitulli oggi, al di là delle etichette “blogger” o “autrice”?
Oggi mi definirei una narratrice indipendente che usa il viaggio come linguaggio. Il viaggio non è più il fine, ma il mezzo attraverso cui racconto trasformazioni, identità, luoghi che cambiano e persone che aprono la mente, che evolvono.  

 Qual è stato il momento in cui hai capito che il viaggio sarebbe diventato il tuo lavoro?
Quando sono arrivate le prime menzioni delle testate, i primi riconoscimenti. Lì ho capito che qualcosa stava cambiando e che quella passione per i viaggi e la comunicazione si stava trasformando in qualcosa di più serio e concreto.  

  Guardando indietro, quali sono stati i passaggi chiave che hanno trasformato un blog personale in una carriera?
La continuità, prima di tutto. La costanza, la perseveranza e lo studio, da autodidatta. E infine il passaggio mentale più difficile: smettere di considerarlo un progetto “solamente creativo” e iniziare a trattarlo come un lavoro vero, con strategia, confini e valore economico. 

  In che modo il tuo stile e il tuo modo di raccontare i viaggi sono cambiati nel tempo?
Sicuramente l’arrivo dei social (e dei nuovi social) mi ha costretto a cambiare il mio stile e il mio linguaggio comunicativo. Se dieci anni fa era maggiormente concentrato sulla fotografia e sulla scrittura, oggi il focus è sui video e sullo storytelling visual, spesso accompagnato da un voice over emozionale. Per quanto riguarda il contenuto, all’inizio raccontavo cosa vedere. Oggi, ancor più con l’over tourism, racconto cosa resta. Mi concentro spesso sui local e sul fattore etico. Meno liste, più contenuto ed emozione. 

  Qual è la visione che guida oggi il tuo lavoro?
Creare contenuti che “invecchiano bene”. Che possano essere letti tra cinque anni senza sembrare superati. Voglio costruire un archivio di senso, nei miei contenuti dev’esserci anima. Ci sono persone che mi seguono da anni e mi ringraziano per aver mantenuto etica e qualità online, in un mondo social sempre più povero e competitivo, a caccia di like e viralità. Ecco, spero di poter ricevere messaggi così ancora per tanti anni.  

  

Quali sono le attività che oggi rappresentano il tuo core business?

Produzione di contenuti editoriali per il mio progetto, collaborazioni con brand selezionati, docenze e consulenza strategica sul racconto dei territori e, sempre di più, progetti che non dipendono dalla visibilità immediata ma dal valore nel tempo.  

  

Come gestisci l’equilibrio tra creatività e sostenibilità economica?
Separando i momenti. La creatività ha bisogno di spazio libero, il lavoro di regole chiare. Se si mescolano troppo, una delle due muore. Io le tengo in dialogo, ma non nello stesso momento. Di certo in tutto quello che creo per i miei clienti c’è sempre il mio tocco creativo e personale.  

  

Come scegli i brand o i partner con cui collaborare?
Mi chiedo se sceglierei quei brand e partner anche nella vita quotidiana, al di là del lavoro. Se la risposta è no, non è la collaborazione giusta. 

  

Quali sono le difficoltà principali nel lavorare come creatrice indipendente nel settore travel?
La precarietà mascherata da libertà. E il fatto che spesso la creatività venga percepita come qualcosa priva di valore. Ancora oggi tantissime attività vengono “pagate” in visibilità. Anzi, forse oggi, con l’arrivo di tanti giovani creator in erba, la situazione è più critica che mai. Bisogna darsi un valore, sempre.  

  

Hai mai sentito il bisogno di un agente o preferisci mantenere il controllo diretto su tutto?
Sì, spesso ho sentito il bisogno di un aiuto, di qualcuno che potesse aiutarmi a lavorare meglio e a tirar fuori il mio potenziale, ma non è semplice. Soprattutto quando, per tanti anni, si è stati abituati a lavorare in autonomia e a costruire la propria rete di contatti di fiducia. Un’agenzia in questi casi ha senso solo se e quando si impegna concretamente nell’essere un valore aggiunto, nel spostare più in alto l’asticella, nell’aiutare il talent a costruire un percorso tailor made. Diversamente, se all’interno di un’agenzia si è solo un numero, è meglio continuare a fare da sé.  

Lavorando nel settore da 13 anni, ho una visione ben precisa e onestamente ad oggi non ho trovato la figura/agenzia giusta per quelle che sono le mie esigenze. Questo anche considerando che preferisco sempre mantenere – almeno parzialmente – il controllo. Ma non escludo collaborazioni future, se realmente allineate e proficue da ambo i lati (non solo dal lato dell’agenzia). 

  

Come sta cambiando il mercato dei contenuti di viaggio e come ti stai adattando?
Sta diventando sempre più rumoroso e più superficiale, costantemente alla ricerca della viralità. Io cerco di andare nella direzione opposta: meno quantità, più autorevolezza. 

  

Quali sono gli aspetti più complessi della gestione economica del tuo lavoro?
La discontinuità e la difficoltà di spiegare il valore di ciò che non è immediatamente misurabile. 

  

C’è qualcosa che avresti voluto sapere prima di diventare freelance?
Che il talento non basta. Serve lucidità, capacità di dire no e una buona relazione con il denaro e con se stessi. 

  

Quali strumenti o strategie utilizzi per mantenere stabilità in un settore così variabile?
Diversificazione delle entrate, pianificazione a medio termine e una visione chiara di ciò che non voglio fare. 

  

Quali sono i numeri che oggi contano davvero per valutare la salute di un progetto digitale?
Il tempo di lettura, i salvataggi e i commenti, la fidelizzazione, il ritorno delle stesse persone. Non la viralità. 

  

C’è un dato che consideri il tuo “nord” nella crescita del tuo brand personale?
La fiducia. Quando qualcuno torna, legge, scrive, cerca un confronto. Quello è il dato che conta. 

  

Qual è stato il numero che ti ha fatto capire che il tuo progetto stava cambiando scala?
Quando i brand hanno iniziato a scegliermi per come raccontassi, non per quanto pubblico avessi. 

  

Come interpreti i dati quando sembrano raccontare una storia diversa rispetto alle tue sensazioni?
Li ascolto, ma non eseguo di conseguenza e, se non corrispondono alle mie aspettative, cerco di non farne un cruccio. I dati indicano, non decidono. 

  

In che modo hai costruito un progetto che non dipende dall’algoritmo di una singola piattaforma?
Investendo sul mio spazio, sul mio sito, sulla mia voce. Pur accettando di crescere più lentamente. 

  

Qual è stato il momento in cui hai capito che dovevi “uscire dalla gabbia” dell’algoritmo?
Quando ho iniziato a vedere in giro contenuti che funzionavano benissimo per le piattaforme ma non rappresentavano i creator. È un po’ un patto col diavolo: snaturarsi pur di assecondare le piattaforme. Non biasimo chi fa questa scelta, ma io non voglio farlo.  

Quali strategie usi per mantenere il controllo sulla tua audience?
Coltivando una relazione diretta, basata sulla qualità e sulla coerenza, non sull’urgenza. Non utilizzo chatbot ma interagisco sempre in prima persona. Per me, per quanto possa essere faticoso, è importante. 

  

Come cambia il tuo modo di creare contenuti quando non insegui più l’algoritmo?
Diventa più onesto. Più lento. E paradossalmente, più forte. 

  

Come immagini il futuro del tuo progetto nei prossimi cinque anni?
Più verticale, più autorevole, meno esposto al rumore. Un progetto che non ha bisogno di urlare, ma in cui gli altri possano sempre riconoscermi. 

  

Qual è il cambiamento che vorresti vedere nel settore dei creator?
Meno competizione e soprattutto più etica.  

  

Se potessi riscrivere le regole del gioco, quali sarebbero le prime tre cose che cambieresti?
Pagamenti in linea con l’effort e il background del talent, reale libertà nella produzione del contenuto, rispetto per il tempo creativo. 

  

Dove vedi il tuo lavoro tra cinque anni?
Ancora indipendente, ma più strutturato. Con meno frenesia e ancor più profondità. 

  

C’è un errore che ti ha insegnato più degli altri?
Dire sì per paura di perdere occasioni. Le occasioni giuste non si perdono. 

  

Qual è il tuo desiderio più grande per l’evoluzione del tuo lavoro e del settore in cui operi?
Che il viaggio torni a essere uno strumento di comprensione, non solo di consumo. E che chi lo racconta possa farlo con etica, non solo per fare views. 

 

Manuela Vitulli non è semplicemente una creator che racconta il mondo: è una voce che lo interpreta. Nel suo modo di viaggiare e di comunicare c’è una scelta precisa, quasi politica, di lentezza, profondità e responsabilità. In un panorama digitale che corre verso la viralità, lei continua a costruire valore, fiducia e memoria. 

Il suo percorso dimostra che il viaggio può essere ancora un atto culturale, un gesto di cura verso i luoghi e verso chi li abita. E che, quando la narrazione nasce da un’urgenza autentica, può diventare un punto di riferimento capace di resistere al tempo, agli algoritmi e alle mode. 

 

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