“Lotta alle Fake News? Ecco perché potrebbe non essere la soluzione”

di Daniele Tempera | 03/02/2020

  • Dopo il viaggio nell'universo di un giovane sovranista di destra abbiamo deciso di conversare con il ricercatore Walter Quattrociocchi

  • Dalle "Fake News" a cosa sta cambiando nei nostri meccanismi di socializzare e comprendere il reale a causa della rivoluzione digitale

  • Così il ruolo di fenomeni come "complottismo" e "bolle social" stanno già influenzando pesantemente la nostra quotidianità

Qualche mese fa ho provato a indossare sui social i panni di un giovane estremista di estrema destra: un’esperienza che ho deciso di documentare in un articolo. Mi sono scontrato con un universo di meme, comunicazione istantanea e Fake News. Hovoluto approfondire quanto visto e sperimentato con un esperto del settore. Walter Quattrociocchi , ricercatore e direttore del laboratorio “Data Science and Complexity” dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, si è occupato a lungo di informazione, social e Fake News e ha pubblicato lo scorso autunno uno studio molto interessante sulla polarizzazione del dibattito sul tema dell’immgrazione sui social di uno dei maggiori quotidiani italiani, il Corriere della Sera. La nostra conversazione è partita dalle strategie per difendersi dalle “bufale” e dalle “bolle social”, ma si è spinta oltre, fino a delineare dei cambiamenti che sembrano assumere sempre più aspetti cognitivi e antropologi profondi.

In che modo gli utenti dei social cercano e metabolizzano di più le informazioni che confermano la loro visione del mondo?

È un meccanismo innato che si può spiegare con gli strumenti della psicologia cognitiva: la nostra mente tende alla coerenza e a ricercare informazioni che coincidono sulla sua visione del mondo. In un quadro di complessità e di notizie contraddittorie, io tenderò a dare valore a quelle che confermano i miei valori e le mie convinzioni.

Perché sui social si accentua la polarizzazione del dibattito?

Ti faccio un esempio: l’altro giorno ho scritto sul gruppo del mio paese qual era il kebbabaro migliore della zona. Sai cosa mi hanno risposto? “Meglio la carbonara!” Questo perché quando entrano in gioco dinamiche emotive il dibattito diventa subito più polarizzato. Subentra il cosiddetto “Social Confirmation Bias”, un meccanismo di rinforzo che porta a ribadire le nostre convinzioni e che scatta soprattutto quando si toccano i cosiddetti “Idola tribus”, tutte quelle convinzioni che, senza scomodare Francis Bacon, rendono le persone legate a un “totem”, ovvero a una precisa identità di appartenenza, come nel caso dell’italianità, contraddistinta dalla carbonara, contrapposta al kebab che invece sa di “esotico”. Non è un caso forse che molti movimenti identitari e sovranisti si siano sviluppati proprio in questo periodo storico.

La lotta alle Fake News può essere una soluzione? E In che modo la separazione in gruppi e in tribù è rilevante della lotta alla bufale?

Se io parlo solo di “Fake News” non sto guardando il problema e sto ignorando come le notizie vengono oggi create, distribuite e fruite. La lotta alle fake news mi pare un retaggio del vecchio giornalismo, un modo in cui molti cercano di dare un senso al loro lavoro in un contesto ormai mutato completamente. Il comportamento tribale dei gruppi social punta sull’appartenenza e sul rinforzo, le informazioni vengono assimilate secondo schemi identitari, spesso e volentieri a prescindere della verità e della falsità. Concentrarsi solo sulle fake news significa ignorare l’epocale cambiamento sociale e antropologico a cui stiamo assistendo, paradossalmente il cosiddetto “Fact Checking” potrebbe addirittura alimentare il meccanismo della sfiducia e dell’autoreferenzialità.

Qual è quindi la soluzione?

Innanzitutto non è univoca, ma necessita di un approccio integrato e di una visione che contempli il cambiamento antropologico che i social hanno apportato. Bisogna innanzitutto ribadire che il social è uno strumento ludico anche se oggi più del 60% delle persone si informano sui social. Bisogna raccontare e rendere chiaro maggiormente la scienza che sta dietro a questi processi, in primo luogo il ruolo degli algoritmi: aprendo un social network non ho accesso alla realtà, ma a quella rappresentazione della realtà ritagliata sui miei interessi, sulle mie paure e sui miei desideri, che il social network mi propone per fare engagement. Poi direi che manca la volontà di ricominciare a fare rete, di entrare nelle bolle social distanti dalle nostre e sporcarsi le mani, cercando di capire le ragioni che spingono a convinzioni e scelte che possono talvolta sembrarci assurde

In che modo la sfiducia o la fiducia nei media tradizionali alimenta questo processo?

Secondo i nostri studi (verificati su 5 paesi europei), più è alta la sfiducia verso i media tradizionali, più è alta la polarizzazione, viceversa, più è alta la fiducia, più la polarizzazione è minore, quindi direi che ha un impatto significativo.

Che funzione ha in questo contesto il complottismo e le teorie dei complotti?

Ha una visione quasi escatologica e religiosa, il complottismo è uno strumento efficace per semplificare la complessità e ha la capacità di resistere palesemente alle smentite perché si basa su formulazioni e su postulati emotivi abbastanza potenti. Inoltre è un ottimo strumento di sublimazione: si può facilmente dare la colpa a qualcun altro sfogando immediatamente rabbie e frustrazioni personali e collettive senza analizzare le vere cause.

Come si fa a entrare nelle “echo chambers” quindi e decostruire le narrazioni tossiche?

Non abbiamo soluzioni al momento, ma forse bisogna usare maggiormente la psicologia e l’empatia: prima che profili social dobbiamo ricordarci che ci troviamo sempre di fronte a esseri umani con urgenze e bisogni. Posso naturalmente non condividere i contenuti e le azioni di una mamma “No Vax”, ma posso fare uno sforzo per capire le motivazioni profonde che l’hanno portata a quella scelta. In un’epoca di sfiducia e crisi dell’autorità, l’autorevolezza te la costruisci sul campo.