Cibo resistente, la dark kitchen e l’esigenza di aggiungere la dimensione del tempo di consegna

La prima puntata della rubrica di Lorenzo Biagiarelli Cibo resistente ci fa viaggiare all’interno del mondo della cucina che cambia, dopo questa emergenza coronavirus. Il food-blogger ci aiuta ad analizzare un aspetto che sta caratterizzando la ristorazione in questa fase difficile, con i locali chiusi in seguito alle misure per il lockdown. Il food-delivery è un aspetto importantissimo in questa fase e sta per conquistare anche le cucine stellate.
Lorenzo Biagiarelli ci spiega il concetto di dark kitchen
Non è un caso, ad esempio, che Grant Achatz (chef tristellato nel suo Alinea di Chicago) abbia proposto un menu a domicilio per il periodo di Pasqua: menu anni Ottanta e un costo di 50 dollari, quando per prenotare al tavolo base del suo ristorante ne servirebbero almeno 200. In Italia, il concetto è stato ripreso, tra gli altri, anche da Carlo Cracco che ha proposto, nel suo menu a domicilio, anche le lasagne di carciofi.

Parliamo a tutti gli effetti, dunque, del concetto di dark kitchen o di ghost kitchen, quelle cucine professionali che non hanno sale, camerieri e vetrine, ma che preparano il loro cibo per essere consegnato. Fino a questo momento, le dark kitchen avevano nel catering il loro strumento principale. Adesso, però, sono tanti i ristoratori che cercano di applicare questo concetto al consumo privato. Inevitabile, però, aggiungere una ulteriore dimensione a questo tipo di cucina, quella del tempo di consegna. Come la storia dello spaghetto che termina la sua cottura nel tragitto tra il ristorante e l’abitazione.