Lombardia in cammino: la Francigena tra memoria, territorio e accessibilità

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La Via Francigena non è solo un percorso così come tutti noi lo intendiamo: è una narrazione millenaria che attraversa territori, culture e identità. 

In Lombardia, questo cammino assume un valore particolare: oltre ad essere una direttrice storica, rappresenta anche un’occasione concreta per riscoprire il paesaggio naturale, il patrimonio diffuso e il senso di comunità. 

Dai borghi della Lomellina alle sponde del Ticino, la Francigena lombarda offre un mosaico di esperienze che parlano di lentezza, spiritualità, incontro. È un cammino che può essere vissuto da tutti, anche se non sempre è accessibile a tutti. E’ qui che entra in gioco la responsabilità delle istituzioni, delle associazioni e delle comunità locali: rendere questo patrimonio fruibile, inclusivo, vivo. 

La Via Francigena non è soltanto un itinerario storico e spirituale, ma un vero e proprio laboratorio di accoglienza e valorizzazione dei territori. L’assessora del comune di Palestro Ambra Castellani ci racconta come l’esperienza di Palestro sia diventata un esempio concreto di accoglienza consapevole: dalla cura della Torre Viscontea, ultimo baluardo di una fortificazione medievale, all’investimento sull’app ufficiale della Via Francigena, fino al coinvolgimento delle scuole e delle associazioni territoriali.  

Un percorso che dimostra come il cammino possa essere non solo un viaggio lento e spirituale, ma anche un’occasione per far conoscere e vivere il patrimonio culturale ed economico della regione. 

Da tempo si parla di Palestro come di un punto di riferimento per i pellegrini della Via Francigena. Può raccontarci come è nata questa esperienza e quanto è radicata nel territorio? 

Sono 19 anni che vivo a Palestro con mio marito Paolo e circa 13 che accogliamo pellegrini lungo la Via Francigena. All’inizio abbiamo semplicemente aperto le porte di casa, offrendo ospitalità a chi percorreva il cammino. Da lì è nata una rete di accoglienza che si è consolidata nel tempo e che oggi rappresenta un valore per il territorio. 

Lei ha un percorso formativo artistico e ha dedicato la sua tesi di laurea al rinnovamento della Torre Viscontea. Quanto è importante questo patrimonio storico per l’identità di Palestro e per chi arriva lungo la Francigena? 

Ho frequentato il liceo artistico e l’Accademia di Belle Arti, e la mia tesi di laurea ha riguardato proprio il rinnovamento della Torre Viscontea. La torre è ben conservata, abbiamo lavorato molto per mantenerla integra: è l’ultima rimasta di una fortificazione che probabilmente contava quattro o cinque torri. In Lomellina ce ne sono molte, ma noi siamo particolarmente orgogliosi di questa, perché rappresenta un simbolo di cura e di continuità storica. 

Molti operatori scelgono piattaforme come Booking o Airbnb. Voi invece avete deciso di puntare sull’app ufficiale della Via Francigena. Perché questa scelta? 

Abbiamo deciso di investire sull’app e sul sito ufficiale della Via Francigena. In passato abbiamo utilizzato Booking e Airbnb, ma non fanno per noi: non permettono di scremare, di selezionare chi davvero cerca un’esperienza di pellegrinaggio. Io ho un piano preciso: accogliere il pellegrino, non il turista occasionale. Dopo tanti anni siamo riusciti ad avere prenotazioni stabili da persone che vivono il cammino come esperienza spirituale, lenta e consapevole. Non cercano il grande albergo, ma vogliono sposare la causa. 

Accogliere significa anche raccontare il territorio. In che modo riesce a trasmettere ai pellegrini la ricchezza culturale ed economica della Lomellina? 

Quando vedo i pellegrini un po’ annoiati, li coinvolgo raccontando il territorio. Parlo del riso, del Centro Nazionale Ente Risi che si trova a pochi chilometri, della Borsa Merci di Mortara, delle associazioni locali. Faccio parte anche dell’associazione della Strada del Riso dei Tre Fiumi. Credo che l’accoglienza non sia solo un letto dove dormire, ma un’occasione per far conoscere le risorse e le storie di questa terra. 

Recentemente avete coinvolto anche i ragazzi delle scuole medie in attività sulla Via Francigena. Quanto è importante il ruolo dell’educazione e della cooperazione per il futuro di questi cammini? 

Pochi giorni fa, insieme a insegnanti e a un’agronoma, abbiamo portato i ragazzi delle medie sulla Via Francigena. È stata una grande cooperazione, una “follia del futuro” che però ha dato risultati concreti. La rete di accoglienza si costruisce anche così: con credibilità, con esperienze condivise e con il coinvolgimento delle nuove generazioni. Questo ci ha dato un riscontro positivo e ci fa sperare in un futuro in cui la Francigena sarà sempre più vissuta e valorizzata. 

In questo contesto, il contributo di realtà come Free Wheels diventa fondamentale. Fondata per promuovere il diritto al viaggio per le persone con disabilità, l’associazione ha trasformato il concetto di cammino in un atto di cittadinanza attiva. E con Pietro Scidurlo, suo presidente, abbiamo voluto approfondire il valore del “cammino” per chi ha esigenze differenti. 

Negli ultimi anni la Via Francigena è diventata un itinerario sempre più frequentato da camminatori e ciclisti. Guardando nello specifico al tratto lombardo, qual è oggi lo stato delle infrastrutture?  

La Lombardia è un territorio orograficamente pianeggiante, e questo la rende potenzialmente più facilmente percorribile anche da persone con bisogni di accessibilità. Sicuramente, rispetto ad altre regioni, si potrebbe fare un ottimo lavoro di verifica del percorso e di implementazione di informazioni di accessibilità, sia sui punti di interesse che sulle ospitalità. 

 

Quali esperienze avete maturato come associazione e come progettista di itinerari? 

Dal 2012 ho iniziato a percorrere cammini, sia a piedi che in bicicletta, e questo mi ha portato a diventare autore per Terre di Mezzo e oggi progettista di itinerari. Con l’associazione ci siamo occupati di tracciatura e mappatura. La tracciatura significa disegnare un percorso destinato a una specifica utenza; la mappatura, invece, raccoglie e inserisce informazioni utili come pendenze, fontane accessibili, ospitalità. Un esempio concreto: nel 2019 abbiamo realizzato, grazie a un progetto della Regione Lazio, la tracciatura di un percorso accessibile da Acquapendente a Roma. Nel 2021 abbiamo lavorato sulla prima tappa della Via Francigena nel sud, da Roma a Castel Gandolfo. Questi sono stati i nostri contributi più concreti. 

 

Quando si parla di rendere un cammino accessibile, spesso si pensa soltanto alle infrastrutture o alle strutture ricettive. Tu invece sottolinei che l’esperienza itinerante è molto più complessa: non si tratta solo di camminare, dormire o visitare attrattori culturali. Puoi spiegare meglio perché, secondo te, rendere un itinerario davvero accessibile significa lavorare contemporaneamente su infrastrutture, ospitalità e servizi al viaggiatore? 

Perché rendere un’esperienza itinerante, con un cammino accessibile, non significa soltanto lavorare sull’infrastruttura. Io non vado sulla Via Francigena solo per camminare. Non significa lavorare solo esclusivamente sull’ospitalità, perché non vado solo per dormire e non significa lavorare solo sugli attrattori culturali e sui servizi, perché io, mentre sto camminando e mentre mi fermo anche a dormire di tappa in tappa, ho bisogno di curarmi, di mangiare, di abbeverarmi, di fare turismo culturale. Quindi rendere accessibile un itinerario significa lavorare su questi tre punti: infrastruttura, ospitalità, servizi al viaggiatore. 

Molti territori tendono a considerare l’accessibilità come un tema assistenziale, legato esclusivamente alla disabilità. Tu invece parli di un cambio di paradigma: dall’idea di “problema” alla visione di “opportunità”. Puoi spiegarcelo? 

Assolutamente sì. Ce lo diciamo sempre, sembra quasi una ridondanza, ma è importante. Quello che va cambiato è l’approccio, va cambiato il paradigma: culturalmente bisogna passare dal problema della disabilità all’opportunità dell’accessibilità. Perché l’accessibilità non riguarda solo le persone con disabilità, ma un pubblico più ampio che può aumentare considerevolmente anche il prodotto interno lordo di una destinazione cammino. Una persona con bisogni di accessibilità spesso cammina con qualcuno, quindi le prenotazioni sono più di una, e ha bisogno di più servizi. Chi viaggia con bambini o animali al seguito, ad esempio, ha esigenze maggiori. Anche lo zaino di una persona con bisogni di accessibilità è diverso: non può partire leggero, perché molte cose non si trovano lungo il cammino e devono essere portate da casa. 

Hai sottolineato che l’accessibilità non è solo un tema sociale, ma anche economico. In che modo investire in accessibilità può generare nuove economie e aprire mercati oggi “congelati”? 

Il tema è questo: nel momento in cui ci mettiamo nell’ottica che non stiamo facendo una cosa assistenziale o sociale, ma stiamo parlando di turismo e di economie, allora tutto cambia. È brutto dirselo, ma la verità è che tutto ruota intorno all’economia. Investire in accessibilità significa investire in nuove economie e in nuovi mercati che oggi sono fermi, congelati. Esiste una domanda, ma non esistono imprenditori visionari capaci di rispondere a quella domanda. 

Hai detto che chi ha bisogni di accessibilità non può disegnare la propria esperienza di turismo attorno al cammino, ma deve disegnarla attorno alle proprie esigenze. Puoi raccontare meglio cosa significa questo nella pratica quotidiana di un pellegrino o camminatore? 

Io non posso disegnare la mia esperienza di turismo attorno alla Via Francigena, ma la devo disegnare attorno alle esigenze che avrò sulla Via Francigena. Questo significa che ogni scelta – dal percorso alla sosta, dal cibo all’alloggio – deve essere calibrata sulle necessità personali. Solo così l’esperienza diventa possibile e davvero inclusiva. 

Molti paesi hanno già sperimentato soluzioni innovative per rendere i cammini e gli itinerari accessibili. Secondo te, esistono esempi o modelli internazionali che ritieni esemplari ed efficaci, e soprattutto replicabili in Lombardia e in Italia? 

Rido e sorrido perché non dobbiamo inventarci nulla di nuovo: è già stato tutto fatto. Si tratta solo di applicare gli stessi concetti. L’accessibilità è una questione di metodo: non è impossibile, è complessa ma realizzabile con un approccio adeguato. Per realizzare un itinerario accessibile bisogna innanzitutto mettere al centro la persona. Nel 2003, durante la Giornata internazionale delle persone con disabilità, il motto era “Nulla su di noi senza di noi”. Significa che quando pensi a un progetto per una determinata utenza, devi mettere quella stessa utenza al centro. Spesso invece si mettono al centro le destinazioni, le città, i cammini, ma non i fruitori. È lì che si sbaglia: non vengono coinvolti attivamente i protagonisti. 

Hai citato l’architetto Achille Castiglioni, che già negli anni ’50 parlava di progettare per un “utente ignoto”. Cosa significa questo concetto applicato ai cammini e perché è ancora attuale? 

Castiglioni diceva: “Dobbiamo progettare per un utente ignoto, così progetteremo per tutti”. Se non sappiamo chi è il destinatario, siamo portati a prevedere più soluzioni. Spesso invece si progetta per una massa indistinta, dimenticando che le persone con disabilità in Italia sono circa 7 milioni. Se aggiungiamo gli over 65, che hanno bisogni visivi, alimentari e di mobilità, arriviamo a oltre 21 milioni: un terzo della popolazione italiana. E se includiamo celiaci, dializzati, persone con disabilità temporanee, ci avviciniamo a metà della popolazione. Non stiamo parlando di una minoranza, ma di una fetta enorme del paese che potrebbe portare un contributo economico importante. Il problema è che spesso la politica e le amministrazioni non considerano l’accessibilità come priorità nei progetti di governo territoriale. 

Per rendere un cammino davvero inclusivo, quanto è importante coinvolgere le comunità locali? 

Non mi sono mai permesso di lavorare in un territorio senza coinvolgere il territorio stesso. Anche la selezione dei tratti di percorso, la scelta di una variante rispetto a un’altra, deve passare da chi vive sul posto, da chi conosce i boschi e i sentieri metro per metro. Il coinvolgimento delle comunità locali è essenziale. Ad esempio, sto per partire per un rilievo in pianura padana, in Lombardia: il primo passo è stato coinvolgere le associazioni locali per capire dove sia meglio passare. Noi tecnici sappiamo leggere le cartine, ma se la mappa non è stata disegnata correttamente, sul territorio emergono problemi. La sapienza umana e l’eredità delle comunità hanno ancora un valore enorme. 

Oggi si parla molto di intelligenza artificiale applicata ai cammini e ai percorsi. Secondo te, la tecnologia può sostituire la conoscenza umana e le narrazioni locali? 

Io mantengo un beneficio del dubbio. Vedo che i cammini sono ancora custodi di narrazioni umane, spesso orali, che hanno un valore enorme. L’intelligenza artificiale può supportare, ma difficilmente potrà superare questo patrimonio. I percorsi e i cammini restano legati a storie, memorie e conoscenze che appartengono alle comunità. E questo, secondo me, è insostituibile. 

 

La Via Francigena, con la sua storia millenaria e il suo percorso che attraversa territori diversi, continua a rappresentare un’occasione unica di incontro tra cultura, spiritualità e turismo. L’accoglienza, l’attenzione all’accessibilità e la valorizzazione delle risorse locali sono elementi fondamentali per trasformare il cammino in un’esperienza autentica e inclusiva. 

Investire su questi aspetti significa non solo garantire un viaggio più consapevole e rispettoso, ma anche generare nuove opportunità di sviluppo per le comunità che vivono lungo il percorso.  

La Francigena, dunque, non è soltanto una strada da percorrere: è un patrimonio da custodire e un futuro da costruire insieme, passo dopo passo.