L’amore ai tempi del dating: l’occhio della sociologia

Un tempo c’erano gli sguardi, l’imbarazzo e le farfalle nello stomaco. Poi è arrivata la tecnologia. La prima scintilla scatta nel 1965 con Operation Match, un esperimento universitario che incrociava questionari su un computer IBM per proporre affinità. Nessun romanticismo, solo statistica: ma era già il segnale che la tecnologia poteva accorciare le distanze.
Negli anni ’90 nascono i primi siti come Match.com e Meetic, ancora nell’era del modem 56k. La vera svolta arriva con l’iPhone e l’App Store: la prossimità diventa immediata. Nel 2009 Grindr introduce il geodating, nel 2012 Tinder rivoluziona tutto con lo swipe: un gesto semplice che trasforma l’incontro in interfaccia, rendendo il dating un fenomeno culturale globale.
La pandemia del 2020 cambia le regole: impossibile vedersi, le app integrano videochiamate e spazi più intimi. Ma finita l’emergenza, torna la voglia di immediatezza e compatibilità “a colpo d’occhio”.
I colossi del settore
Badoo, nato a Londra nel 2006, ha unito social network e dating, raggiungendo oltre 500 milioni di iscritti grazie a un modello “di massa” e gratuito, sostenuto da funzioni premium. Tinder, lanciato nel 2012, ha reso lo swipe un gesto universale: nel giro di due anni registrava già un miliardo di swipe al giorno, trasformando il dating in un’esperienza rapida e quasi ludica.
Da questo momento, cercare relazioni online non è più un tabù.
Un business miliardario
Il modello è chiaro: accesso gratuito per tutti, ma ricavi da abbonamenti premium, micro-acquisti e pubblicità mirata. Nel 2024 il mercato globale delle app di dating valeva 8,5 miliardi di dollari, con previsioni di crescita fino a 14 miliardi entro il 2031. Tinder resta leader con oltre 75 milioni di utenti attivi al mese, mentre il gruppo Match continua a generare miliardi di fatturato.
Parola al professor Davide Bennato
Ogni volta che un nuovo fenomeno sociale cambia il modo di relazionarsi, la sociologia si mette in moto. Le app di dating non fanno eccezione: studiosi di tutto il mondo hanno analizzato come queste piattaforme trasformino l’intimità in prodotto e il legame in esperienza digitale. Ne abbiamo parlato con Davide Bennato, Professore di Sociologia dei media digitali – Università di Catania.
Professore, quando le tecnologie digitali entrano nelle relazioni sociali, che tipo di dinamiche si creano?
Possiamo distinguere tre tipologie principali:
– Scoperta: le app aprono un mondo nuovo a chi non era abituato a certi strumenti, offrendo opportunità di interazione altrimenti impossibili.
– Integrazione: per altri, le app si inseriscono in comportamenti già esistenti, senza stravolgere l’identità ma aggiungendo un nuovo canale.
– Industrializzazione delle relazioni: alcuni le usano sistematicamente per flirt paralleli, costruzione di profili accattivanti e interazioni seriali.
In sostanza, non è la tecnologia in sé a determinare il cambiamento, ma la negoziazione tra l’atteggiamento culturale delle persone e le opportunità offerte dalla piattaforma.
Se lo schermo diventa al tempo stesso arma e protezione, stiamo davvero imparando a relazionarci meglio o ci stiamo solo abituando a vivere dietro una barriera che rende i rapporti più controllati ma meno autentici?
Le app di dating intercettano due tipologie di utenti: chi è abituato a rapporti sistematici e chi non lo è. Lo schermo, in questo senso, può essere un facilitatore oppure una protezione. Per alcuni è un’arma in più, per altri è un modo per sentirsi al sicuro e gestire le relazioni con maggiore controllo.
Quindi le app offrono un vantaggio anche alle persone più timide?
Esatto. Per chi è più riservato, le app permettono di gestire relazioni a “bassa intensità”: decido io quando apparire, quando interagire, quando svelare qualcosa di me. È una sorta di controparte del ghosting: la possibilità di modulare la propria presenza. Faccia a faccia, questo è molto più difficile da gestire.
Le app di dating rispondono a un bisogno sociale più ampio?
Sì. Nonostante viviamo in città sempre più affollate, siamo sempre più soli. È una dinamica che nasce già con la rivoluzione industriale: basti pensare a figure letterarie come L’uomo della folla di Poe. La solitudine è connaturata alle trasformazioni sociali e oggi la viviamo in una versione più avanzata. Le connessioni digitali danno l’impressione di essere connessi, ma spesso restiamo individui isolati.
Quindi le app sono una causa o una conseguenza di questa solitudine?
Direi che sono una reazione. Non sono la causa, ma l’effetto di una società che ci rende più soli. Le app possono essere usate per reagire a questa condizione: se non riesco a incontrare persone in un locale, posso farlo online. In questo senso, possono diventare strumenti costruttivi.
Possiamo dire che le app di dating configurano e reagiscono alla solitudine?
Assolutamente sì. Le app si collocano dentro un contesto sociale dove la solitudine è ormai strutturale. Offrono spazi di relazione che, pur non sostituendo del tutto i rapporti tradizionali, permettono di reagire a un isolamento crescente. Sono strumenti che riflettono i nostri modelli culturali e relazionali, ma anche la necessità di trovare nuove forme di connessione nell’era digitale.
La costruzione dell’identità nelle app di dating è sempre aderente alla realtà o rischia di essere un “paravento”?
È un tema controverso. In realtà, ciò che accade nelle app di dating non è diverso da quanto avviene su Facebook o Instagram: si tratta di spazi pubblici in cui ciascuno tende a mostrare la parte migliore di sé. Nelle app di dating questa dinamica è amplificata dalla componente del flirt, che spinge a presentarsi nel modo più attraente possibile. Non si tratta necessariamente di mentire, ma di sfruttare le opportunità della piattaforma per costruire un’immagine di sé che si ritiene appetibile. Certo, esistono anche casi di falsificazione consapevole, ma il fenomeno riguarda tanto le app di dating quanto qualsiasi altro social.
Le piattaforme di dating cosa rivelano davvero di chi le frequenta?
Molto più di quanto siamo disposti ad ammettere. Anche quando condividiamo informazioni apparentemente banali, il tono e i contenuti che scegliamo finiscono per costruire stereotipi della nostra identità. In realtà, riveliamo di noi stessi molto di più di quanto crediamo.
Se nella bio di Tinder scrivo una frase tratta da Il piccolo principe, trasmetto un’immagine di me più “poetica” e rassicurante. Se invece scelgo una frase di Bukowski, il messaggio cambia radicalmente. La scelta di un dettaglio così semplice dice molto di più di noi, anche oltre le nostre intenzioni.
Quindi i profili non corrispondono mai davvero alla nostra identità?
Esatto. Mi piace citare Carl Kraus: “Gli aforismi non corrispondono mai alla verità, o sono mezza verità o una verità e mezza”. Lo stesso vale per i profili online: non dicono mai tutto, ma possono dire troppo o troppo poco rispetto a ciò che vorremmo ammettere.
Queste dinamiche sono universali o cambiano a seconda delle culture?
Sono universali, ma la componente generazionale pesa molto. Chi è cresciuto immerso nei media digitali impara subito le regole implicite. Chi invece non è socializzato alle piattaforme rischia di muoversi goffamente: il famoso “boomer” che appare fuori luogo tra i più giovani.
E come si differenziano le generazioni nell’uso delle app?
I dati mostrano che le ultime generazioni sono più reticenti rispetto ai millennial o ai boomer, che sembrano più a loro agio. I giovani cercano maggiore autenticità, ma sono anche più colpiti da ansia e carico mentale. Gli adulti, invece, hanno più esperienza emotiva e sentono maggiormente l’isolamento sociale: per loro le app diventano un luogo dove abbassare le difese e cercare legami in modo più diretto.
Quindi gli adulti sono più “spontanei” nelle piattaforme?
Sì, perché costruire nuove relazioni amicali o intime da adulti è più difficile. Le app offrono uno spazio legittimo dove si può essere più immediati. I giovani, invece, hanno più contesti offline (scuola, università, gruppi di pari) e quindi possono permettersi di essere più cauti online.
In che modo l’economia della solitudine influisce su queste dinamiche?
Viviamo in una società sempre più segnata dalla solitudine: famiglie unipersonali, consumi individuali, servizi pensati per chi è solo. Le app di dating non sono la causa, ma l’effetto di questa tendenza. In un contesto dove la solitudine è commercializzata, le piattaforme diventano opportunità per ricostruire socialità e legami. Dopo un po’, infatti, ci si interroga su quanto sia legittimo vivere una vita da solitari.
Queste piattaforme sono specchi che riflettono le nostre fragilità, i nostri desideri e le regole non scritte che governano la socialità digitale. In un’epoca segnata dall’economia della solitudine, esse diventano al tempo stesso rifugio e opportunità, luoghi dove la spontaneità convive con la strategia e dove la ricerca di autenticità si intreccia con la costruzione di identità.
Ma se queste piattaforme ci aiutano a reagire alla solitudine, siamo davvero noi a usarle per costruire relazioni… o sono loro che ci insegnano a vivere la solitudine come nuova normalità?
Federica Basili