L’alchimia del tessile digitale: ALKYMAI trasforma gli archivi in creatività

Come una startup italiana sta ridisegnando il processo creativo nella moda grazie all'intelligenza artificiale senza togliere nulla ai designer, ma aggiungendo tutto il resto

Federica Basili 14 Apr 2026
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Mosaico è una realtà attiva nel panorama della comunicazione e dell’innovazione, partner di Lazio Innova per progetti legati alla valorizzazione e allo sviluppo imprenditoriale e culturale del territorio. Giornalettismo, testata online di informazione e approfondimento appartenente al gruppo Mosai.co, si distingue per un approccio multimediale e orientato all’analisi affrontando temi legati all’economia digitale, all’impresa e all’innovazione. In questo contesto nasce la collaborazione con il programma Boost Your Ideas di Lazio Innova: una serie di interviste alle startup innovative selezionate dal programma, per dare voce a chi sta costruendo il futuro imprenditoriale del territorio. Boost Your Ideas è il programma della Regione Lazio, gestito da Lazio Innova, che accompagna la nascita e la crescita di startup innovative: un percorso di accelerazione che seleziona idee con il potenziale di trasformarsi in imprese. ALKYMAI è tra le realtà scelte in questa edizione. Per chi volesse candidarsi, le call sono aperte dal 6 maggio al 15 giugno. 

 

L’intelligenza artificiale entra nei laboratori creativi della moda spesso con la stessa delicatezza di un elefante in una sartoria. Promette rivoluzione, genera diffidenza, raramente capisce davvero di cosa ha bisogno chi disegna una texture o seleziona un colore sotto la luce giusta. ALKYMAI è nata esattamente da quella consapevolezza: che la tecnologia, nel tessile, non può permettersi di essere generica. Deve conoscere il mestiere. Deve saper leggere un archivio come lo legge un designer di esperienza. Deve, in una parola, essere utile. Il fondatore Stefano Novati racconta come un’idea nata dall’interno del settore stia diventando uno strumento concreto — e premiato — per chi lavora con i materiali ogni giorno. 

 

Come nasce l’idea di ALKYMAI? 

Nasce dall’interno, da anni di lavoro quotidiano accanto ad aziende del tessile e ai loro uffici stile. Quello che vedevo ogni giorno era un paradosso: la parte più creativa del processo produttivo era anche la più lenta, la più frammentata, spesso la più frustrante. Archivi enormi e difficili da consultare, idee che si perdevano tra cartelle e versioni, tempo sprecato a rifare lavori già esistenti che nessuno riusciva a ritrovare. 

Da quella frustrazione è nata una domanda: e se l’intelligenza artificiale potesse liberare la creatività invece di ostacolarla? Non sostituire il designer, ma togliergli di mano tutto il lavoro che lo tiene lontano dal disegnare. 

Il nome richiama l’alchimia perché è esattamente quello che facciamo: prendiamo materia grezza — dati, immagini, archivi storici — e la trasformiamo in qualcosa di nuovo e di valore. Non è magia, è tecnologia applicata con sensibilità al settore. 

 

Qual è stata la sfida più difficile da affrontare nello sviluppo? 

Costruire modelli di intelligenza artificiale è complesso, ma non è stato quello il problema principale. La sfida vera è stata un’altra: rendere qualcosa di tecnicamente molto sofisticato abbastanza semplice da usare senza bisogno di un manuale, senza competenze di Photoshop, senza un reparto IT alle spalle. 

Un designer deve poter aprire lo strumento e iniziare a lavorare. Punto. Se c’è attrito, se richiede formazione lunga o una curva di apprendimento ripida, fallisce — non perché la tecnologia sia sbagliata, ma perché non è stata progettata per le persone giuste. Abbiamo investito moltissimo sull’interfaccia e sull’esperienza d’uso, perché l’usabilità non è un dettaglio: è la metà del prodotto. 

 

Cosa fa concretamente la piattaforma? 

ALKYMAI permette a un’azienda di interrogare i propri archivi di immagini e pattern usando il linguaggio naturale — come se stessi descrivendo a un collega quello che stai cercando. Da lì, si possono generare nuove varianti creative, modificare tessuti, colori, strutture, e simulare il risultato finale direttamente sul prodotto. 

Il valore concreto è uno: accorcia drasticamente il tempo tra l’idea e il risultato. Quello che prima richiedeva giorni di ricerca interna, campionature fisiche e cicli di approvazione, oggi può diventare una bozza esplorabile nel giro di ore. 

 

Il tessile è un settore particolarmente difficile da digitalizzare. Perché? 

Perché non è solo visivo: è materiale. Un tessuto si tocca, ha comportamento, cade in un certo modo, reagisce alla luce in modo diverso dal rendering. Addestrare un’AI su questi elementi significa lavorare su dettagli finissimi, su texture reali, su caratteristiche che non si catturano con una fotografia standard. 

Ed è proprio qui che sta il valore più profondo di quello che facciamo. Ridurre i prototipi fisici, eliminare campionature inutili, tagliare i cicli di test che si moltiplicano quando la comunicazione tra ufficio stile e produzione non funziona: tutto questo si traduce in meno spreco di materiali, meno energia consumata, meno CO₂ prodotta. L’impatto ambientale non è un argomento di facciata — è una conseguenza diretta di lavorare meglio. 

 

Come gestite la sicurezza dei dati? Per un’azienda di moda, l’archivio è il patrimonio. 

È la prima cosa di cui parliamo con i clienti, perché è la prima cosa a cui pensano — giustamente. Nel settore moda i dati non sono semplici file: sono ricerca, identità, patrimonio aziendale costruito in anni. Cederli a una piattaforma esterna, o scoprire che vengono usati per addestrare modelli condivisi, è un rischio inaccettabile. 

Per questo abbiamo scelto fin dall’inizio un approccio diverso: infrastrutture di livello enterprise, controllo totale da parte dell’azienda sui propri contenuti, e un principio che non tradiamo — i dati dei clienti non vengono mai usati per addestrare modelli condivisi. Ogni realtà lavora nel proprio ecosistema chiuso. 

 

L’AI toglierà lavoro ai designer? 

No, e la storia ci dà ragione. Photoshop non ha sostituito i creativi — li ha resi più veloci, ha spostato il loro tempo dalla tecnica alla visione. Lo stesso vale qui. Chi impara a usare questi strumenti diventa più produttivo, più libero di sperimentare, più competitivo. Chi li rifiuta per principio rischia di restare indietro — non per colpa dell’AI, ma per una scelta. 

Il momento in cui capisci davvero che stai facendo la cosa giusta è quando un designer usa lo strumento per la prima volta e dice: “questa cosa da solo non l’avrei mai fatta.” Non perché non fosse capace — ma perché non aveva il tempo, gli strumenti o la possibilità di esplorare così in profondità. 

 

Avete avuto dubbi etici lungo la strada? 

Sì, e li abbiamo ancora. Credo che chiunque lavori seriamente con tecnologie così impattanti debba averli. La domanda che ci siamo posti fin dall’inizio — e che continuiamo a porci — è sempre la stessa: stiamo creando valore reale o stiamo solo creando velocità? 

Per noi “etico” non è uno slogan da mettere sul sito. È un principio operativo che si traduce in scelte concrete: architettura dei dati, gestione della proprietà intellettuale, rispetto del lavoro creativo. L’AI non deve appropriarsi di ciò che esiste — deve valorizzarlo. 

 

Il John McCarthy Award è stato un riconoscimento importante. Cosa ha significato? 

È stato un momento molto forte, sinceramente inaspettato nella sua intensità. Ricevere un riconoscimento del genere insieme a realtà come Barilla e Intesa Sanpaolo — con una startup nata da un’idea e tanta determinazione — è uno di quei momenti in cui ti fermi un attimo e pensi: ok, siamo sulla strada giusta. 

Ma più che un punto di arrivo, l’ho vissuto come un incremento di responsabilità. Quando il mondo esterno riconosce quello che stai costruendo, non puoi permetterti di rallentare. Devi continuare a sviluppare tecnologia che abbia un impatto reale — non solo dimostrabile in un pitch, ma misurabile nel lavoro quotidiano delle persone. 

 

Dove sarà ALKYMAI tra tre anni? 

Resteremo nel fashion, ma non solo. Tutto ciò che è creativo, visivo e materico può beneficiare di questo approccio: design di prodotto, automotive, arredamento, manifattura di qualità. I principi sono gli stessi — archivi complessi, processi creativi lenti, distanza tra idea e prototipo. 

Ma più che un’espansione di mercato, quello che vogliamo costruire è un modo diverso di lavorare. Più veloce, più consapevole, più sostenibile. Non una piattaforma AI tra le tante, ma un cambio di mentalità su come l’industria creativa può relazionarsi con la tecnologia senza perdersi. 

 

ALKYMAI dimostra che l’intelligenza artificiale può entrare nei settori più artigianali e complessi senza snaturarli — anzi, restituendo tempo e spazio a chi li abita. Il tessile non ha bisogno di essere disrupted: ha bisogno di strumenti che ne capiscano la complessità.  

È una distinzione sottile, ma è tutto.