Yasmina Pani: «Non racconto favole consolatorie»

Federica Basili 21 Set 2026
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Yasmina Pani è una linguista, insegnante e divulgatrice di materie linguistiche e letterarie. Dopo alcuni anni nella scuola superiore, dal 2020 ha portato la sua divulgazione su YouTube e Instagram, dove è diventata una delle voci più riconoscibili e divisive del dibattito culturale italiano. Si è fatta conoscere per il lavoro di «sbufalamento» in ambito linguistico e letterario e per il saggio Schwa: una soluzione senza problema (2022), a cui affianca un progetto di informazione antisessista sulla parità di genere e i diritti maschili.

Con Veneri deformi (Neo Edizioni, 2026), primo titolo della collana Diversioni, cambia registro e si mette a nudo: un memoir crudo e senza consolazioni sul disturbo alimentare e sul rapporto con il corpo. L’abbiamo intervistata partendo dal suo mestiere e dalle sue battaglie sulla lingua, per arrivare fino alla parte più intima del suo lavoro.

Il mestiere e la lingua

Sei insegnante, divulgatrice, editorialista, autrice. Qual è il mestiere che senti davvero tuo e quali sono invece “conseguenze” della visibilità?

Se non sento mia un’attività tendo a non svolgerla; uno dei motivi per cui ho scelto di lavorare in proprio è esattamente questo: non vivo bene il violarmi costringendomi a fare cose che non sono in linea con la mia persona. Il ruolo in cui mi riconosco di più attualmente è quello della divulgatrice; credo che tutte le altre attività ne siano un corollario.

Lavori molto sullo “sbufalamento” linguistico. Qual è la bufala sulla lingua italiana che fai più fatica a estirpare?

In generale l’idea che la lingua sia sessista perché prodotto della società patriarcale. Viene ripetuta in lungo e in largo dappertutto, quando non ci sono studi che la dimostrino.

A distanza di quattro anni da Schwa: una soluzione senza problema, il dibattito sul linguaggio inclusivo è cambiato o si è solo spostato altrove?

Direi che è come un relitto che ogni tanto qualcuno riscopre: una discussione stantia che rimane ancora in certi ambienti ma ha per lo più stancato. In pochissimi ormai usano lo schwa e l’asterisco: era solo una moda, e i linguisti lo hanno sempre detto.

La tua tesi è che la lingua sia uno strumento, non un dispositivo che modella la realtà. Non c’è nessun caso in cui, secondo te, le parole abbiano davvero cambiato qualcosa?

Dipende da cosa intendiamo con «cambiare»: la comunicazione ha ovviamente un effetto sulle persone, e le parole hanno un significato e veicolano impressioni, suggestioni e così via. Questo non va confuso con la capacità del sistema linguistico di costruire il modo di pensare di un parlante: il fatto che noi abbiamo il genere grammaticale, o certi modi verbali, non fa sì che vediamo le persone o le azioni in modo diverso da chi usa un sistema linguistico con altre caratteristiche. Quello che influenza le persone è ciò che si dice e come, non la lingua in sé.

Genere, diritti e confronto pubblico

Parli di “antisessismo egualitario” e di diritti maschili: perché secondo te questo terreno genera reazioni così violente, anche da chi si dice progressista?

Credo che sia perché il femminismo è diventato un simbolo su cui i progressisti e le persone di sinistra si arroccano, come se fosse l’unico elemento di identità che li tiene assieme. È diventato un dogma su cui si è costruita un’impalcatura gigantesca: tutti gli italiani sono indotti a pensare che l’unica visione giusta sia quella del maschio privilegiato e della femmina oppressa. Non si è disposti ad accettare una visione diversa, perché significherebbe mettere in crisi quell’identità: dopo un decennio passato ad affermare che c’è una misoginia sistemica, come fai ad ammettere che anche gli uomini vengono discriminati in alcuni ambiti?

Il video rimosso da Feltrinelli e Dis-Pari cancellato al Monk: cosa ti hanno insegnato quelle due vicende sui limiti reali del confronto pubblico in Italia?

Sono stati due episodi molto difficili, soprattutto la cancellazione dell’evento. Non mi hanno stupito troppo, a dire il vero, ma di certo mi hanno messo davanti alla realtà: questi argomenti sono intoccabili. La sanzione sociale (e lavorativa) che pesa su chi se ne occupa è un fatto. Fortunatamente non basta certo questo a fermarci.

C’è una posizione che hai preso in passato e che oggi riformuleresti diversamente?

Le mie posizioni sono più o meno le stesse, ma ora che ho combattuto a lungo sui diritti maschili sto cercando di occuparmi di più anche di quelli femminili e di avere una visione più equilibrata. Non cambierei niente, perché penso che le mie scelte comunicative siano state efficaci per il momento in cui mi trovavo; ora spero che si possa passare a una comunicazione più aperta, e sto cercando di farlo.

Veneri deformi

Veneri deformi inaugura la collana Diversioni. Hai scelto di non offrire nessun messaggio di speranza o “rinascita”, contro quasi tutta la tradizione dei libri sul tema. Perché quella scelta radicale?

Non è stata neanche una scelta: è la realtà del mio vivere il disturbo. Non ho davvero nulla da consegnare al lettore se non la verità di ciò che ho vissuto e vivo. Non è una verità consolante, ma non sono tipa da raccontarsi (e raccontare) favole consolatorie. Non credo neanche che faccia bene, almeno per come sono fatta io, che ho Leopardi come modello filosofico.

Sei una persona che vive di parola pubblica e controllo del discorso: cosa ha voluto dire consegnare al lettore proprio la parte di te meno controllata?

L’ho fatto senza riflettere davvero sulle conseguenze. Può essere difficile da credere ma — anche a causa della mia situazione di salute mentale — spesso prendo decisioni anche grosse senza aver valutato l’intera situazione. Quando mi sono confrontata con il pubblico e mi sono trovata a parlare delle mie debolezze davanti a decine di persone, ho capito cosa avevo fatto. Inizialmente mi sono preoccupata e imbarazzata, ma credo che la mia natura franca e senza fronzoli mi abbia quasi subito riportato alla tranquillità.

Temevi che raccontare il disturbo alimentare avrebbe ridotto la tua figura pubblica a quella esperienza? È successo?

No, non lo temevo, perché sapevo che il libro non avrebbe avuto un’enorme risonanza rispetto al resto del mio lavoro: è normale, certi libri non attirano poi tanto, e molte persone mi seguono per ragioni diverse dalla mia capacità di scrivere. Inoltre non lo avrei permesso, semplicemente.

Parole, metodo e futuro

Da bambina preferivi un libro a un cartone animato. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che le parole sarebbero state il tuo mestiere?

L’ho capito definitivamente all’inizio delle superiori, ma non ho mai amato nient’altro con la stessa intensità, quindi era un po’ prevedibile! Sognavo di fare la scrittrice o di imparare tantissime lingue, e quando ho iniziato in modo serio lo studio della letteratura e delle lingue classiche tutto è stato chiarissimo.

Cosa ti fa cambiare idea? Ti è capitato di recente?

I dati incontrovertibili, la logica, insomma quello che è dimostrabile. Ho cambiato idea sugli OGM e sul nucleare quando mi è stato spiegato cosa sono davvero. Rientra in questo, ovviamente, anche l’acquisire informazioni che prima non avevo, se sono convincenti. Non sono molto elastica, ho un carattere rigido e una profonda convinzione in quello in cui credo; a volte votarsi alla razionalità è molto scomodo, è seccante doversi ricredere.

Cosa ti piacerebbe che cambiasse, nei prossimi anni, nel modo in cui si discute in Italia di lingua e di genere?

Mi piacerebbe che di lingua si discutesse solo nell’ottica di preservarla e di usarla come lo strumento per cui è nata: comunicare e far evolvere il pensiero. Se ne dovrebbe parlare in termini didattici e culturali, non certo in termini sociali o di diritti civili. La vera emergenza linguistica è il fatto che non leggiamo e non padroneggiamo l’italiano. Per quanto riguarda il genere, spero che un domani l’approccio antisessista sarà quello più diffuso e potremo lavorare parallelamente sui problemi femminili e su quelli maschili; soprattutto spero che si ponga fine alla guerra tra i sessi.

Se potessi ottenere una sola cosa dal tuo lavoro di divulgazione, quale sarebbe?

Diffondere la lettura, specie la lettura critica: da questo derivano infinite capacità e possibilità.