La mucca dai puntini blu: «Essere autentici sui social è ancora una scommessa. Ma è l’unica che valga la pena fare»

C’è una favola che Luisa e Michael non hanno mai scritto su carta, eppure i loro figli la sanno a memoria. Parla di una mucca diversa dalle altre — con i puntini blu, invece del manto uniforme — e di quanto quella differenza, all’inizio incompresa, si riveli alla fine la cosa più preziosa che ha. Da quella storia non scritta è nata La Mucca dai Puntini Blu: un profilo Instagram che oggi conta oltre 70mila follower e che racconta, dall’interno, cosa significa costruire una famiglia italo-ghanese in Italia, crescere figli bilingui e biculturali, e farlo senza smettere di essere se stessi.
Luisa è fotografa e social media manager. Michael porta un punto di vista che, per sua stessa ammissione, tende a dissociarsi dove lei assorbe tutto. Insieme hanno costruito uno spazio in cui rappresentanza e autenticità non sono parole d’ordine, ma necessità — nate dal bisogno, molto umano, di non sentirsi soli. Li abbiamo intervistati.
«La mucca dai puntini blu» è una favola — e le favole di solito nascono per spiegare qualcosa che le parole normali non riescono a dire. Cosa non riuscivate a raccontare in modo diretto?
La Mucca dei Puntini Blu nasce da una favola che abbiamo inventato per i nostri bambini e che, in realtà, non è mai stata scritta davvero su carta. Eppure è sempre rimasta con noi, tanto che ancora oggi loro la ripetono a memoria. Per questo ci siamo sempre sentiti molto legati a questa storia e ci piacerebbe che un giorno potesse diventare una favola per tutti i bambini.
Dentro questa favola c’è un tema a cui teniamo profondamente: quello dell’essere unici. Spesso ciò che ci rende diversi non viene subito accettato o compreso dagli altri, soprattutto quando si è piccoli. Ma noi abbiamo sempre voluto raccontare ai nostri figli che proprio quelle differenze possono diventare una risorsa, qualcosa di prezioso, un valore aggiunto da non nascondere mai.
Raccontare una famiglia italo-ghanese in Italia: era una scelta consapevole di rappresentanza o è partita semplicemente dal voler condividere la vostra vita?
Sì, sicuramente è nato anche come un progetto di rappresentanza, perché mi rendevo conto che certe dinamiche che vivevamo nella quotidianità venivano spesso minimizzate da chi ci stava intorno. Quando raccontavo episodi o situazioni che mi facevano stare male, tante volte mi sentivo dire che ero io a darci troppo peso. E questa cosa mi faceva sentire anche piuttosto sola e poco compresa.
Per me, Luisa, era un tema molto sentito, probabilmente molto più che per Michael. Lui, anche per carattere, riesce a vivere certe situazioni in maniera meno personale, tende a dissociarsi e a dare meno peso a determinati episodi. Io invece li assorbivo molto di più e sentivo il bisogno di parlarne.
Parliamo di episodi che succedevano davvero nella realtà di tutti i giorni: domande continue, osservazioni fuori luogo, curiosità molto invadenti sulla religione, sulla circoncisione, o commenti come «che razza siete?». Oppure situazioni scolastiche che mi lasciavano molta amarezza, come quando a mia figlia veniva detto di colorarsi di giallo anche se lei non si riconosceva in quel colore. Più che cattiveria, spesso percepivo una forte impreparazione culturale ed emotiva verso certe tematiche.
Probabilmente quell’empatia che non riuscivo a trovare nella vita reale l’ho cercata online. Ed è stato proprio lì che ho scoperto tante altre famiglie che vivevano dinamiche molto simili alle nostre. Questo ci ha fatto capire quanto fosse importante raccontarsi in modo autentico, perché spesso basta vedere qualcun altro vivere le tue stesse esperienze per sentirsi finalmente meno soli.
Col tempo il profilo è diventato anche il racconto dei nostri valori come famiglia: l’educazione dolce, l’approccio montessoriano, il modo in cui cerchiamo di crescere i nostri figli e vivere le relazioni. Però tutto è nato dal bisogno molto umano di sentirsi compresi e di creare uno spazio in cui anche altre famiglie potessero riconoscersi.
Chi è la mucca dai puntini blu? È un personaggio, una metafora, una di voi due — o tutti e tre insieme?
La Mucca dei Puntini Blu è un personaggio che, secondo me, ha proprio una vita sua. Mi piacerebbe tantissimo che un giorno potesse diventare davvero un libro e vivere tante avventure in cui i bambini possano sentirsi rappresentati, visti, o magari imparare a guardare anche gli altri con occhi diversi.
Se penso alla me bambina, in realtà mi rivedo molto nella mucca dai puntini blu. Agli occhi degli altri c’era sempre qualcosa che mi rendeva «diversa»: gli occhiali, i capelli, il modo di vestire, il carattere, l’atteggiamento. C’era sempre un motivo per cui, in alcune situazioni, mi sentivo un po’ esclusa o fuori posto.
Ed è proprio per questo che la mucca ha i puntini blu: perché le mucche, normalmente, non li hanno. Lei è unica. Ma non è un personaggio straordinario nel senso eroico del termine. È straordinaria nell’ordinario, un po’ come lo siamo tutti noi. Ama cucire, ha passioni semplici, caratteristiche particolari, un modo tutto suo di stare nel mondo.
Forse il senso della mucca dai puntini blu è proprio questo: ricordarci che ciò che ci rende diversi non è qualcosa da nascondere, ma spesso la parte più preziosa di noi.
Luisa, tu sei fotografa e social media manager: quanto pesa la parte artigianale — la cura dell’immagine, della luce, del racconto visivo — in quello che fate, rispetto alla spontaneità del quotidiano?
Nel 2019, quando abbiamo iniziato La Mucca dei Puntini Blu, la parte fotografica per me era davvero una forma di espressione pura. Ancora oggi riguardo certe immagini e le sento profondamente nostre. Erano fotografie molto concettuali, molto studiate, in cui mettevo dentro emozioni, simboli, dettagli. È stato probabilmente il momento in cui riuscivo a esprimere di più tutta la mia creatività, anche grazie al supporto di Michael, perché anche lui è una persona profondamente creativa.
Credo che oggi su Instagram questa parte si sia un po’ persa. I social sono cambiati tantissimo e hanno premiato sempre di più l’immediatezza, la velocità, la spontaneità. E quindi inevitabilmente anche noi ci siamo adattati. Oggi, ad esempio, quando facciamo dei format in cui ci facciamo domande o raccontiamo qualcosa della nostra quotidianità, spesso registriamo tutto una volta sola. Non cerchiamo la perfezione.
Qui prevale sicuramente la parte di me che è social media manager e che sa che, in questo momento storico, funziona molto di più l’autenticità rispetto alla costruzione perfetta dell’immagine. La fotografa, in un certo senso, si è un po’ accantonata, perché è cambiato il linguaggio della comunicazione.
Però una cosa è rimasta identica: il bisogno di autenticità. Ed è qualcosa che oggi cerco anche nel mio lavoro con i clienti. Cerco sempre di far emergere la parte più vera delle persone e, non a caso, tendo a scegliere progetti e collaborazioni che sento vicini a me anche a livello umano e valoriale.
70mila follower sono una community o un pubblico? Come ci parlate — e soprattutto, vi ascoltano davvero?
La Mucca dei Puntini Blu oggi ha circa 70mila follower e credo che siano sia una community sia, in parte, anche un pubblico. Perché il profilo è cresciuto in momenti storici molto diversi dei social, e questo cambia inevitabilmente anche il modo in cui le persone ti seguono.
All’inizio la nostra comunicazione era molto fotografica: immagini concettuali, storytelling scritti nei copy, testi lunghi in cui le persone si fermavano davvero a leggere e a osservare. Noi abbiamo sempre amato scrivere e credo che quel tipo di comunicazione creasse un legame molto profondo. Le persone che arrivavano in quel periodo tendevano a diventare più affezionate, più presenti, quasi parte della nostra quotidianità.
Oggi i social funzionano in modo molto diverso. L’intrattenimento è continuo, velocissimo, e inevitabilmente una parte delle persone guarda i contenuti in maniera più leggera, più veloce, magari semplicemente per passare qualche minuto. Ed è normale che lì si crei più un pubblico che una vera relazione.
Però esiste ancora una parte molto forte di community, ed è quella che riconosci subito: persone che ci seguono da anni, che ci scrivono, che partecipano, che ci sono sempre nei momenti belli ma anche in quelli difficili. E credo che sia proprio questa la differenza più grande tra avere dei numeri e avere delle persone che, nel tempo, hanno scelto davvero di restare.
Avete mai avuto la tentazione di «normalizzarvi» per piacere a più persone — o la vostra diversità è sempre stata la vostra forza, anche quando scomoda?
Sicuramente la nostra unicità è sempre stata la nostra forza, anche perché, in realtà, non ci siamo mai sentiti così «diversi» come magari gli altri ci percepivano. Siamo semplicemente una famiglia, con i nostri valori, le nostre fragilità e il nostro modo di stare al mondo. E dopo 21 anni insieme credo che la cosa di cui andiamo più fieri sia proprio essere rimasti autentici.
Io, Luisa, non sono mai stata una persona che sente il bisogno di adeguarsi agli altri o alle mode del momento. Non solo sui social, ma proprio nella vita. Mi piace avere una personalità che riesce anche ad andare controcorrente, che evolve, che cambia idea quando serve, ma senza perdere i propri valori.
Ovviamente ci sono stati momenti in cui essere autentici è stato anche scomodo, perché sui social è molto facile sentirsi spinti verso quello che funziona di più, verso modelli tutti uguali o verso il desiderio di piacere a tutti. Però non ho mai sentito il bisogno di cambiare me stessa per assomigliare a qualcun altro o per diventare una versione più «accettabile» agli occhi del pubblico.
Anzi, credo che proprio il fatto di esserci mostrati sempre in maniera molto vera abbia creato nel tempo un legame forte con tante persone. E oggi sono molto orgogliosa del percorso che abbiamo fatto come famiglia, proprio perché non è mai stato costruito per piacere, ma per raccontarci davvero.
Quali sono le domande che vi arrivano più spesso dai follower? E quali non vorreste più ricevere?
Le domande che riceviamo più spesso riguardano sicuramente il nostro modo di vivere la famiglia e il rapporto che abbiamo con i nostri figli. Tante persone ci scrivono perché percepiscono tra noi una comunicazione molto immediata, molto aperta, e quindi ci chiedono spesso come gestiamo il dialogo, l’educazione o determinate dinamiche familiari.
Riceviamo anche tanti messaggi da persone che stanno vivendo relazioni interculturali e che magari si trovano in difficoltà con le proprie famiglie. Persone che si sentono giudicate, non comprese, o che fanno fatica a far accettare la propria relazione ai genitori o al contesto in cui vivono. In questi anni ci sono state persone che ci hanno scritto per dirci che, anche grazie ai nostri contenuti, hanno trovato la forza di affrontare certe situazioni. Ricordo ad esempio una ragazza che, dopo tantissime difficoltà familiari, è riuscita persino a celebrare il suo matrimonio. E questi sono messaggi che ci restano davvero dentro.
Più che domande che non vorremmo ricevere, ci sono commenti che a volte possono essere molto pesanti. Però, nel tempo, abbiamo anche imparato a guardarli in un altro modo. Ci fanno capire quanto lavoro ci sia ancora da fare, non solo a livello individuale, ma anche culturale e istituzionale. Spesso le persone sono anche il riflesso del tipo di comunicazione che ricevono ogni giorno: una comunicazione che tende ancora a raccontare chi viene percepito come «straniero» quasi sempre come qualcosa di distante, problematico o diverso da noi. E quindi credo che serva ancora tantissimo lavoro, anche nel modo in cui certi temi vengono raccontati pubblicamente.
Fare i creator in Italia su temi come identità, famiglia mista, diversità culturale — è un percorso sostenibile economicamente, o ancora una scommessa?
Fare i creator in Italia parlando di identità, famiglia mista e diversità culturale è ancora, secondo me, in parte una scommessa. Noi abbiamo iniziato a fare collaborazioni retribuite già dai 4mila follower, quindi sicuramente abbiamo incontrato anche aziende molto aperte e all’avanguardia, capaci di capire il valore di certi temi prima di altri.
Però credo che, ancora oggi, sui social venga privilegiata un’idea molto tradizionale di famiglia e anche di influencer. E questo inevitabilmente si riflette sulle collaborazioni, sulle campagne e sul tipo di rappresentazione che si vede online.
La cosa che a volte dispiace è che, in realtà, ci sarebbe ancora tantissimo bisogno di raccontare queste realtà in modo più ampio e naturale. Una famiglia mista non ha bisogno di sentirsi rappresentata solo nei grandi temi legati all’identità, ma anche nella quotidianità più semplice: dalla cura dei capelli alle bambole, dalle penne alle matite colorate. Sono dettagli che magari per qualcuno sembrano piccoli, ma che invece fanno sentire un bambino visto, incluso, riconosciuto.
Quindi sì, qualcosa sta cambiando e alcune aziende stanno facendo passi avanti importanti, però credo che ci sia ancora molta strada da fare perché questa rappresentazione diventi davvero normale e non qualcosa di «eccezionale» o di nicchia.
Con i brand e le collaborazioni: avete mai dovuto rinunciare a qualcosa perché non era coerente con quello che siete? Come presidiate la vostra autenticità?
Secondo noi l’autenticità parte innanzitutto da una cosa molto semplice: credere davvero nel valore di ciò che raccontiamo. Se un prodotto o un brand non ci rappresentano oppure non rispecchiano i nostri valori, facciamo fatica a comunicarlo, perché le persone percepiscono subito quando qualcosa non è sincero.
Nel tempo abbiamo rinunciato anche a collaborazioni importanti proprio per questo motivo. Ad esempio abbiamo sempre detto no a realtà come Shein o Temu, perché non erano coerenti con il nostro modo di vedere le cose e con il tipo di messaggio che vogliamo trasmettere.
Per noi non avrebbe senso accettare un progetto solo per una questione economica. Se utilizziamo qualcosa, dobbiamo prima di tutto sentirci bene noi nel consigliarlo. Ed è questo, secondo me, che nel tempo ha costruito il rapporto di fiducia con chi ci segue.
La nostra autenticità sta proprio lì: nel proporre alle persone prodotti, esperienze o collaborazioni che sentiamo davvero vicine a noi e che riteniamo possano avere un valore reale anche per la nostra community.
Cosa non funziona ancora nel sistema della creator economy italiana, secondo voi?
Secondo noi ci sono ancora diverse cose che non funzionano. Una delle principali è il fatto che spesso il valore del lavoro venga legato quasi esclusivamente alle conversioni immediate o ai click generati. Però un creator, a prescindere dal risultato finale, investe tempo, competenze, creatività ed energie nella realizzazione di un contenuto, e quel lavoro dovrebbe essere riconosciuto comunque.
Oggi la comunicazione funziona in modo molto più complesso rispetto al passato. Una persona magari vede un contenuto, si ricorda di quel prodotto, ci torna dopo settimane o mesi e acquista in un secondo momento. Non tutto è più tracciabile nel «clicco subito e compro». Per questo ha sempre meno senso valutare il lavoro solo sulla conversione immediata.
Credo anche che si dia ancora troppo peso esclusivamente ai numeri, mentre si dovrebbe guardare molto di più alla qualità del contenuto, alla creatività, all’identità del creator e al tipo di relazione che riesce a costruire con la propria community.
Un altro tema importante è quello dei pagamenti: spesso i compensi arrivano a 60 giorni fine mese e non sempre questa cosa è sostenibile, soprattutto per chi lavora come libero professionista e ha costi, tasse e tempi da gestire continuamente.
E poi sicuramente manca ancora una normativa più chiara ed efficiente che regolamenti davvero questa professione. Oggi il lavoro del creator viene spesso percepito come qualcosa di improvvisato o leggero, quando in realtà dietro c’è una struttura fatta di strategia, competenze, produzione, comunicazione e tantissime ore di lavoro invisibile.
Dove volete portare La Mucca dai Puntini Blu nei prossimi anni — più contenuto, più progetti, più presenza fisica?
Nei prossimi anni ci piacerebbe che La Mucca dei Puntini Blu non restasse solo uno spazio online, ma diventasse anche qualcosa di più concreto e vissuto dal vivo.
Sicuramente continueremo a creare contenuti, perché il racconto e la comunicazione fanno parte di noi. Però sentiamo sempre di più il desiderio di portare certi temi anche offline, creando momenti di incontro reali, di confronto e di condivisione con le persone.
In parte inizieremo già a farlo attraverso Stai Sereno, il profilo di educazione finanziaria che segue Luisa, ma che in qualche modo è collegato anche al mondo della Mucca dai Puntini Blu, perché nelle storie, nei valori e anche in alcune collaborazioni questi mondi finiscono spesso per intrecciarsi.
Ci piacerebbe partire dalla nostra città e poi magari allargarci sempre di più, affrontando dal vivo temi legati alla famiglia, all’identità, alla crescita dei figli, all’educazione, ma anche al sentirsi rappresentati e compresi.
Quindi sì, immaginiamo un futuro fatto ancora di contenuti, ma anche di progetti, eventi e occasioni reali in cui l’online possa trasformarsi in qualcosa di umano, concreto e condiviso.
C’è qualcosa che non avete ancora raccontato e che vorreste raccontare?
Più che qualcosa che non abbiamo ancora raccontato, credo ci siano tante cose che forse non siamo ancora riusciti a raccontare fino in fondo. I social spesso ti portano a condividere momenti, riflessioni, pezzi di vita, ma ci sono emozioni, fatiche e trasformazioni personali che sono molto più profonde e difficili da spiegare in un reel o in una storia.
Sicuramente mi piacerebbe raccontare ancora di più il dietro le quinte della nostra crescita come famiglia e anche come persone. Non solo le parti belle o quelle più condivisibili, ma anche tutto quello che negli anni ci ha fatto evolvere, cambiare prospettiva, diventare quelli che siamo oggi.
E poi, forse, mi piacerebbe davvero dare una forma più concreta alla Mucca dai Puntini Blu. Perché sento che quel personaggio ha ancora tante storie da raccontare.
Se la vostra storia diventasse un libro, un documentario, una serie — di cosa parlerebbe davvero?
Parlerebbe probabilmente di quello che succede quando una famiglia prova semplicemente a essere se stessa, in un mondo che molto spesso sente ancora il bisogno di mettere etichette a tutto.
Non credo sarebbe una storia «solo» sulla diversità o sull’essere una famiglia mista. Sarebbe più una storia sull’identità, sull’amore, sulla crescita e sul cercare il proprio posto senza dover cambiare per essere accettati.
Parlerebbe anche delle piccole cose quotidiane: dei figli, delle fragilità, delle discussioni, dell’ironia, della creatività, del modo in cui negli anni abbiamo costruito la nostra famiglia restando molto uniti pur essendo persone profondamente diverse tra noi.
E credo parlerebbe tanto anche di quello che significa sentirsi visti. Perché alla fine la Mucca dai Puntini Blu nasce proprio da lì: dal desiderio di dire ai bambini, ma forse anche agli adulti, che non c’è nulla di sbagliato nell’essere diversi dagli altri. Forse sarebbe una storia molto normale, ma raccontata da un punto di vista che ancora oggi non viene mostrato così spesso.
Alla fine di questa conversazione, quello che resta non è tanto la storia di una famiglia che ha scelto i social per raccontarsi. È la storia di due persone che hanno cercato online l’empatia che non trovavano offline e l’hanno trovata, insieme a 70mila persone che stavano cercando la stessa cosa.