«La consapevolezza di poter finire è la nostra arma più grande»

Federica Basili 31 Mag 2026
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Andrea Rossi ha fondato Alici Come Prima a poco più di vent’anni, partendo dall’insonnia e da un giornalino di quartiere. Oggi il suo network produce 50 milioni di visualizzazioni al mese, gestisce la comunicazione di brand campani e forma una squadra di talent selezionati. Lo abbiamo incontrato per capire cosa c’è davvero dietro un progetto che resiste da 13 anni in un settore in cui la maggior parte dei canali nasce, esplode e scompare.

Alici Come Prima nasce dall’insonnia. Cosa succedeva in quelle notti? Stavi già immaginando i video o era solo un modo per non pensare?

Ero molto giovane, avevo poco più di 20 anni, quindi quell’insonnia non era dettata da ansia o preoccupazioni. Pensare di cominciare a fare video non fu un modo per fuggire dalla realtà, ma il sogno ambizioso di un ragazzino in cerca della sua dimensione. All’epoca scrivevo su piccoli giornali e sentivo di poter dare di più. Alici Come Prima è diventato il mio modo per esprimermi davvero.

Giornalista con tesserino, laureato in economia, creator: tre identità che in Italia faticano a stare insieme. Quale delle tre ti rappresenta di più oggi?

Sicuramente oggi mi rappresenta di più il ruolo di creator. Mi sono laureato in Economia soprattutto per dare una soddisfazione a mia madre. Il tesserino da giornalista, invece, è passato un po’ in secondo piano quando Alici Come Prima ha iniziato ad avere successo — ho smesso di scrivere. In realtà proprio in queste settimane sto considerando una proposta che mi hanno fatto, di diventare direttore di un giornale che sta per nascere. Con il mio team, nel frattempo, cerchiamo di portare contenuti diversi da quelli classici dei creator moderni, con attrezzature professionali, idee strutturate e briefing prima delle riprese. Facciamo il possibile per collocarci a un livello un po’ più alto.

Napoli e la Campania sono centrali nel vostro progetto. Quanto pesa essere del Sud in un settore digitale che spesso guarda solo a Milano? Ti ha frenato o ti ha dato un vantaggio inaspettato?

Nel mondo dei social essere del Sud è un grandissimo vantaggio, secondo me. Ci sono molti più spunti giornalieri dai quali attingere per i video e molti più attori — consapevoli o inconsapevoli — da coinvolgere. Il Sud attira di più, fa più visualizzazioni, crea più discussione e maggiore interesse. L’unica differenza è che al Nord si guadagna molto di più.

Hai costruito una squadra solida nel tempo. C’è stato un momento in cui hai capito che non potevi andare avanti da solo?

In realtà non ho mai voluto andare avanti da solo. Ho chiamato la pagina Alici Come Prima, e non “Andrea Rossi”, proprio perché quella del gruppo è sempre stata l’idea alla base del progetto. Mattia è con me ormai da 10 anni. Tantissimi matrimoni sarebbero finiti da tempo, invece noi funzioniamo moltissimo perché siamo complementari sia nelle skill lavorative che in quelle umane. Io sono più imprenditore, lui è più artista del montaggio e della regia. Io sono più frontman, lui è più da dietro le quinte. Due persone che si sono conosciute per un mero rapporto lavorativo poi sono diventate amiche e si sono trovate talmente bene insieme da aver reso grande una piccola idea. Peppe è il nostro jolly: ci dà supporto nella creatività, nella finalizzazione dei contenuti, e oggi è anche il nostro addetto agli effetti speciali con l’intelligenza artificiale. Poi ci sono i talent, che hanno senza dubbio modernizzato il nostro linguaggio. Su tutti devo assolutamente menzionare Massimo e Gaia, che ormai per noi sono famiglia.

50 milioni di visualizzazioni al mese è un numero che in pochi possono dire. Traguardo o punto di partenza?

Ho la malsana abitudine di non considerare mai nessun traguardo come un punto di arrivo. Posizionare l’asticella a una determinata altezza mi comporta l’ambizione di non scendere mai sotto quel livello. Dunque se oggi sono 50 milioni di visualizzazioni al mese, tra tre anni dovranno essere 100. Per quanto riguarda obiettivi veri e propri, ho smesso di darmene, perché la vita è talmente imprevedibile che è davvero inutile cercare di forzarla. Io assecondo ogni testacoda cercando di indirizzare l’inerzia verso i miei unici due obiettivi: soddisfazione e felicità.

Il vostro modello è ibrido: video-interviste agli eventi da un lato, social media management per i brand dall’altro. Sono due anime separate o tendono a convergere?

Mi piace pensare che l’esperienza maturata negli ultimi 13 anni sul web la facciamo fruttare mettendola a disposizione di brand e attività che si affidano a noi per la loro comunicazione. Proponiamo già pacchetti che integrano la semplice gestione dei social del cliente all’influencer marketing con i nostri talent. Vedere pagine con poche migliaia di follower andare virali con contenuti pensati, scritti, girati e pubblicati da noi è sempre una grandissima soddisfazione.

Avete un network di talent campani. Allargherete il raggio geografico o la dimensione territoriale è parte integrante dell’identità del progetto?

La territorialità ci dà una marcia in più in quel micro mondo quasi da città-stato che è Napoli e la Campania. Ma il motivo per cui non abbiamo ancora allargato i nostri orizzonti a talent non autoctoni è semplicemente la logistica. La nostra agenzia si differenzia dalle altre perché produce i contenuti dei propri talent — molte non lo fanno — e al momento ci risulterebbe difficile garantire questo servizio a centinaia di chilometri di distanza. Una crescita graduale potrebbe portarci un giorno ad avere sedi anche in altre parti d’Italia, chissà. In realtà qualche cliente a cui gestiamo la comunicazione fuori regione già ce l’abbiamo.

Il settore si evolve rapidamente. Qual è la scommessa di Alici Come Prima per restare rilevante?

La nostra scommessa da 13 anni a questa parte è rimanere sempre al passo con il continuo aggiornarsi dei linguaggi social. Siamo partiti da YouTube e abbiamo dovuto adeguarci a Facebook, poi a Instagram, poi a TikTok. Personalmente mi divertivo di più quando si potevano esprimere concetti in maniera più rilassata e approfondita con video più lunghi, ma oggi che un video ha l’obbligo di restare entro i 90 secondi, mi diverte la sfida di riuscire a essere chiaro ed esaustivo in così poco tempo. Abbiamo visto pagine nascere, superarci in termini di follower e visualizzazioni, e poi sparire per sempre. Noi siamo qui da tanto tempo perché abbiamo l’umiltà di non crederci eterni. La consapevolezza di poter finire è la nostra arma più grande per continuare a restare.

Qual è l’errore più comune che vedete fare alle PMI italiane quando si avvicinano al digitale?

L’errore più comune è credere che affidarsi a una web agency o all’influencer marketing cambierà il fatturato nel mese successivo. Cerco di spiegare ai miei clienti che la cura dei propri social non è doping per la propria attività, ma un percorso di consolidamento che, mediante la presenza continua, porta ad esistere e a essere presi in considerazione dai potenziali clienti.

L’intelligenza artificiale sta trasformando la produzione di contenuti. È un alleato, un concorrente o ancora un rumore di fondo?

Cerchiamo di considerarla un alleato. L’abbiamo integrata nei nostri video come effetti speciali che rendono possibili anche le idee più assurde che ci vengono in mente. Non mi spaventa la possibilità che molti contenuti possano venir realizzati soltanto con dei prompt, perché siamo ancora a un punto in cui la genialità della mente umana — in un pezzo comico o in un video divertente — batte il freddo meccanismo artificiale.

Le video-interviste agli eventi sembrano resistere bene all’automazione: richiedono presenza, spontaneità, personalità. È una scelta consapevole presidiare il territorio del non automatizzabile?

No, non è stata una scelta consapevole. Questo format nasce nel 2013 — non avevamo idea che potesse diventare un lavoro, non ci aspettavamo tanto successo e tantomeno si poteva prevedere la mole di cambiamenti avvenuti nel nostro settore. La forza di questo format è la spontaneità che ogni volta ci regalano i nostri intervistati.

C’è una piattaforma che vi aspettate esploda nei prossimi 12 mesi — o una che state già abbandonando silenziosamente?

YouTube l’abbiamo un po’ abbandonato. Con la comunicazione moderna abbiamo dovuto fare una scelta tra i contenuti lunghi orizzontali e i contenuti brevi verticali. Abbiamo seguito il pubblico dedicandoci principalmente a Instagram e TikTok, ma abbiamo tanti progetti di format orizzontali per la prossima stagione. Li realizzeremo e li pubblicheremo su YouTube e Facebook — oppure magari in tv, chissà.

 

Tredici anni nel digitale italiano sono un’eternità. Canali nati con milioni di follower sono spariti, formati considerati immortali sono diventati archeologia. Alici Come Prima è ancora qui, e la spiegazione che ne dà Andrea è disarmante nella sua semplicità: non si sono mai creduti eterni. In un settore che premia chi grida più forte di essere arrivato, restare in piedi così a lungo richiede esattamente l’opposto, la lucidità di sapere che si può finire, e usare quella consapevolezza come carburante.