Justine Mattera: «Basta con l’idea che le donne debbano fare sempre le cose più facili»

Federica Basili 6 Ago 2026
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Dallo sport alla televisione, dall’educazione dei figli all’eredità di Paolo Limiti: l’attrice e atleta americana si racconta senza filtri. E lancia una sfida a tutte le donne convinte di non farcela.

C’è una Justine Mattera che il pubblico conosce da trent’anni, il volto americano che Paolo Limiti portò in televisione e ce n’è un’altra che negli ultimi anni ha trovato la sua dimensione più autentica correndo, gareggiando, mettendosi alla prova su percorsi che qualcuno considerava «troppo difficili per una donna».

L’abbiamo incontrata dopo la sua Castellania, una gara sul Lago d’Orta a due passi da casa, per parlare di sport femminile e doppi standard, ma anche di scuola, social, maternità e di quella lezione credere in se stessi che resta la più difficile da imparare.

La Castellania era una prima volta. Come l’hai vissuta e cosa vuoi fare perché diventi un appuntamento fisso, in un mondo pensato da sempre al maschile?

La prima cosa che mi sono sentita dire è che era una gara troppo difficile per le donne. Ma lo sport femminile è cambiato tantissimo. Guardavo la Castellania il percorso è sul Lago d’Orta, vicino a dove ho casa e mi sembrava bellissima, una gara che nel calendario delle donne mancava. Basta con l’idea che per noi tutto debba essere più facile, più semplice. Se vuoi preparare una ragazza fin da giovane, anche per le gare all’estero, la devi abituare a percorsi come questo. Non a caso sono venuti a vederla i CT della Nazionale, sia maschile che femminile: con una gara così diventiamo competitive a livello internazionale e capisci chi puoi davvero portare fuori a rappresentare l’Italia. Mancava, ed è stato un successo: c’erano tantissime ragazze.

Domanda quasi retorica: un doppio standard, tra uomini e donne, esiste ancora?

Certo che esiste. Come nel salario, e anche sul piano fisico. Ci sta che il chilometraggio sia consono al corpo di una donna, ma percorsi e salite che prima si pensavano impossibili oggi le donne li stanno affrontando. Ci stiamo arrivando.

A livello personale, c’è un obiettivo sportivo che ti piacerebbe raggiungere nei prossimi due anni?

Dico sempre che vorrei avere il tempo di preparare bene le gare, ma sono una curiosa: mi butto anche con le preparazioni che riesco a incastrare, quasi a tempo perso, perché il mio lavoro è un altro. A settembre ho diverse gare — la Stralugano, la Polimi Run e poi l’Hyrox, che farò in coppia a Roma. Non l’ho mai provato, mi sto preparando adesso.

Passiamo alla televisione. Quando dici di sì a un programma e cosa invece rifiuti senza nemmeno pensarci?

Faccio molta fatica con i reality che mi portano lontano dai ragazzi. I miei figli hanno 16 e 18 anni, sono grandi ma sono anche in un’età critica: preferisco esserci, aiutarli. In questi anni potrei fare quello che voglio, pensare a me stessa — ma loro restano la mia priorità.

Ti piacerebbe passare dall’altra parte, come autrice o ideatrice?

Chi lo sa. Mi piacerebbe fare tante cose, ho delle offerte. Non necessariamente un reality: un programma tipo Pechino Express, quello sì, mi piacerebbe. Oggi però ho difficoltà ad allontanarmi, tra le gare di mia figlia e gli impegni scolastici.

Vivi in Italia da molti anni. C’è ancora qualcosa che ti fa guardare al nostro Paese con occhi da americana, o ti senti parte del contesto?

Una cosa la noto sempre, e riguarda lo sport. Ho una figlia atleta: negli Stati Uniti ti facilitano nel praticare sport e studiare insieme, qui è sempre un problema. Devi giustificarti con professori che a volte non capiscono l’impegno e lo trattano come una cosa secondaria. Sottovalutano l’importanza dello sport nella crescita di un ragazzo o di una ragazza una cosa che poi te la porti dietro per tutta la vita. Negli Stati Uniti l’unico paragone che ho, perché ho studiato lì ho mandato mio figlio a fare il quarto anno: si è diplomato, è andato benissimo, mentre qui a scuola faceva fatica. Lì ti ispirano di più, ti fanno sentire più parte della cosa. Ti danno un voto anche sui compiti a casa, e questo ti spinge a farli. Mio figlio diceva: «È facile, li faccio bene». Piccole cose, ma fanno una grande differenza nell’apprendimento.

Sui social, dove metti il confine tra ciò che mostri e ciò che tieni per te?

Io farei vedere molto di più. Ma per rispetto dei miei figli e di mio marito, che è una persona molto riservata, freno le cose familiari. Mi dispiace, perché avrei tanto da raccontare, ma non è il loro volere. E la loro privacy viene prima.

Ti sei mai sentita giudicata, o hai ricevuto commenti poco carini?

Tantissime volte, da tantissime persone. Ma ormai la vivo con filosofia: se qualcuno perde tempo a lasciarti anche solo un commento negativo, vuol dire che il tuo post ha funzionato. È come l’arte, deve stimolare: che sia in positivo o in negativo, purché smuova qualcosa. Altrimenti che senso ha?

Paolo Limiti ha avuto un ruolo importante nella tua vita, personale e professionale. Qual è l’insegnamento che ti porti dentro ogni giorno?

Essere costante, determinata e precisa. Lui era un precisino: si preparava tantissimo, non lasciava niente al caso. Sapeva il fatto suo in prima persona, e da lì veniva tutto il resto la preparazione, lo studio. Amava leggere e informarsi, era curioso, attento alle novità e alle tendenze, ma con un occhio chiaro al passato, perché è dal passato che si impara. Non è poco, capirlo da giovani.

Se ti immagini tra dieci anni: c’è un ambito che non hai mai esplorato e che ti incuriosisce?

Tante cose, ma realisticamente mi piacerebbe organizzare un ente sportivo, anche in Italia: forse è qualcosa che potrei fare bene. Sono laureata in letteratura italiana e inglese, potrei anche insegnare. Una volta sono andata a insegnare letteratura americana in un liceo a Milano: un disastro. Nessuno aveva letto il libro, nessuno aveva visto il film, ho passato tutto il tempo a spiegare. A un certo punto ho detto: «Ve lo leggo io?». Non puoi discutere di niente se a casa non hanno fatto il lavoro. Mi rendeva impaziente ecco, forse insegnare non è il mio mestiere. O forse era solo quella classe.

Ai tuoi ragazzi, e a chi affronta una gara o una sfida difficile, qual è il messaggio che passi sempre?

Paolo Ruffini una volta mi disse una cosa che non ho più dimenticato: non c’è nessuno che crederà in te quanto ci credi tu. Io credo sempre in quello che sto facendo in quel momento; poi che venga bene o male, do il massimo delle mie possibilità. Non chiedo altro, né a me né a loro. Ma non è facile: a volte ti fai prendere dal momento, ti abbatti da sola. Credere nelle tue gambe e nella tua testa è la cosa più difficile in assoluto — avere stima di sé. Io ai ragazzi lo dico sempre: sei grande, hai talento, vai, non pensare a quello che pensano gli altri. In gara ti dici «mi fa male, non ce la farò», e spesso è proprio quello che ti frena. Invece prova a dirti «dai, ce la posso fare», stringi i denti: magari ti sorprendi. Io mi sono sorpresa e scioccata tante volte. Non c’è niente di più bello che dire «non pensavo di farcela, e invece ce l’ho fatta —e potrei fare anche meglio».

Gli ostacoli, dice Justine, sono ovunque: in una gara come in un rapporto. E quando sei onesta con te stessa capisci sempre dove hai sbagliato e cosa vuoi davvero. «È difficile capire fin dove puoi arrivare», ammette. «Ci passi tutta la vita a cercare la risposta.» Forse è questa la vera lezione di una donna che ha attraversato la televisione, lo sport e due culture: continuare a chiederselo, stringere i denti e non smettere mai di sorprendersi.

 

 

Justine Mattera è tra i talent di Bang. Per collaborazioni social e campagne di influencer marketing contattaci su justine.mattera@bang.it