«Io non sono un influencer, sono un viaggiatore»: Dino Lanzaretti e la geografia delle emozioni in bicicletta

Decine di migliaia di chilometri pedalati ai confini del mondo, dalla Siberia a –60° al salar di Uyuni. Oggi accompagna sconosciuti dove l’ambulanza non arriva. E dei social dice una cosa sola: sono uno strumento di lavoro, non uno specchio in cui piacersi.
C’è un dettaglio che spiega meglio di tutto chi è Dino Lanzaretti: di notte, a cinquemila metri, non dorme. Si sveglia ogni ora, esce dalla tenda e passa da una all’altra per ascoltare se le persone che ha portato fin lassù respirano nel modo giusto. «Non mi occupo se ho mangiato, non mi occupo se ho dormito. Non esisto più», racconta. È questo il rovescio di un mestiere che dall’esterno sembra solo avventura: portare persone adulte — commercialisti, avvocati, gente che ha pagato per un’esperienza — in luoghi dove, se qualcosa va storto, nessuno verrà a recuperarti.
Ha iniziato a viaggiare quando le foto si facevano ancora a rullino e non esistevano né telefoni né GPS, solo carte cartacee. I social sono arrivati molto dopo, e con loro la necessità di adeguarsi. Ne ha fatto un lavoro, ma non un’identità. Lo ribadisce senza mezzi termini: non accetta collaborazioni, non fa pubblicità, non va agli eventi. «Io non sono un influencer, io sono un viaggiatore. Questo voglio.» Lo abbiamo intervistato sul rapporto con il digitale, sulla responsabilità di chi guida negli ambienti estremi e su cosa, alla fine, gli ha davvero insegnato la strada.
Dalla passione alla professione: l’uso autentico dei social
C’è stato un momento preciso in cui hai deciso di costruire il tuo ecosistema digitale intorno a quello che fai, o è arrivato seguendo il viaggio?
Quando ho cominciato a viaggiare si usavano ancora le macchine fotografiche a rullino, non esistevano i social. Prima ho viaggiato per passione, addirittura senza telefono, senza GPS, con le carte cartacee. Quella roba che mettevo da parte era come un album per me. Poi, con la diffusione dei social, mi sono dovuto adeguare: per trovare sponsor, per dare visibilità a quello che facevo. Al tempo era quasi inutile, solo fatica sprecata. Dopo molti anni e molti viaggi ho deciso di usare questi maledettissimi arnesi del demonio per costruirmi una carriera. Su YouTube ho ancora roba di quindici anni fa, caroselli di foto, diapositive tirate su. Ma col senno di poi ho costruito un’attività che derivava dalla fama che mi ero fatto sui social: ho messo giù un sito, un’attività vera e propria, come fanno gli adulti. È diventato il mio lavoro principale.
YouTube, Instagram, il sito: ognuno ha un suo registro. C’è un formato che non hai ancora esplorato e che ti piacerebbe affrontare — un podcast, una newsletter, un documentario?
Una newsletter ce l’ho, ma non è facile gestirla: la uso più per avvertire le persone delle attività che per dare contenuti veri e propri. Ho messo il naso anche su TikTok, però mi devo orientare. Il mio ego è abbastanza sazio per quello che ho fatto nella vita, non mi servono i like: uso le piattaforme semplicemente per monetizzare, per portare clienti nei miei viaggi. E TikTok, essendo prettamente per giovani, non è il mio target: non sono persone con una passione così viscerale da reggere, fisicamente e mentalmente, un viaggio dei miei. Mi ero spostato su Instagram, ma lì hai l’attenzione delle persone per pochissimi secondi, e io ho contenuti un po’ più complessi. Da poco mi sono reso conto che bisogna tornare al buon vecchio YouTube: è lì che hai lo spazio adeguato per dire quello che pensi e per differenziarti. Non avendo mai avuto un posto dove vivere, un luogo da chiamare base, mi è sempre mancata una stabilità. Probabilmente sta per arrivare, e allora mi metterò più seriamente su YouTube.
Raccontare certe esperienze rischia di scivolare nel sensazionalismo o nell’autoreferenzialità. Come fai a tenere il tono giusto e a restare autentico?
Ti dico la verità: il mio modo di raccontare non funziona tantissimo, arriva a meno persone. Oggi il sensazionalismo è la chiave assoluta del successo sui social. Ma io non ne ho bisogno, quindi non me lo devo imporre. Resto quello che ero prima, il ragazzo di vent’anni partito per girare il mondo — ed è lo stesso che sono quando porto le persone in viaggio con me. Questo lavoro deriva solo da una passione: l’avrei fatto anche gratis, ho avuto la fortuna che diventasse un mestiere senza dover cambiare niente di me. La maggior parte delle persone, sui social, mostra sempre la parte migliore di sé, quella che vorrebbe gli altri pensassero di loro. Io non ne ho bisogno. Per questo non accetto collaborazioni, non faccio pubblicità, non vado a eventi. I miei numeri saranno pure ridicoli nel mondo di oggi, ma hanno un valore di conversione che mi permette una vita dignitosa senza fare l’influencer. Funziona molto il passaparola, le persone che tornano. Io non sono un influencer, sono un viaggiatore.
La filosofia di una guida: responsabilità, preparazione, emozione
Quando accompagni persone in luoghi estremi, come vivi la responsabilità? E quanto cambia il tuo rapporto con il viaggio rispetto a quando sei solo?
Sono due cose che non hanno nulla in comune. Immagina di vivere in una casa bellissima e di farla vedere agli amici, orgoglioso, stanza per stanza: ecco, io ho avuto la fortuna di essere un cittadino del mondo, di vedere con i miei occhi cose spettacolari. Ora apro quelle porte agli altri, sono il tramite. La commozione che ho provato pedalando sul salar di Uyuni è matematicamente riproducibile: succede a tutti quelli che porto lì. Ma è anche tutt’altra cosa. Di notte non dormo, mi sveglio ogni ora, vado tenda per tenda a cinquemila metri ad ascoltare se respirano correttamente. Non mi occupo di me, non esisto più. Sono ambienti molto estremi: se succede qualcosa, lì non viene mai nessuno. Per questo ci prepariamo moltissimo. Seleziono le persone settimane prima dell’iscrizione, le valuto fisicamente, psicologicamente, tecnicamente. Sono spedizioni come se andassimo sul K2. La gente sa che andrà sull’Everest e che non potrà chiamare l’ambulanza per una caviglia slogata: l’avventura che propongo non lo contempla, e le persone ne sono consapevoli. Gli imprevisti arrivano sempre — meteo, vento che strappa le tende, qualcuno che cade o sta male — ma una soluzione si trova.
C’è un posto che ti spaventa? Non in senso fisico, ma perché non sei sicuro di essere pronto come guida ad affrontarlo?
Più che spaventarmi, faccio tantissimo scouting. Torno una seconda volta, in bici, nei posti in cui sono già stato, per vedere se la difficoltà regge, se la logistica funziona, ma soprattutto se ritrovo l’emozione di prima. Se quella roba non emoziona più me, non ci porto nessuno. L’anno scorso sono tornato in Georgia: anni fa era bellissima, adesso hanno asfaltato le strade, è diventata troppo moderna, e quel percorso non mi ha dato più niente. Non lo propongo. Non esiste un posto che non sono in grado di affrontare: esiste un posto che non mi dà più emozioni. Non posso convincerti a partire con me se, mentre te lo racconto, non mi viene la pelle d’oca. Per questo i posti diventano pochi. Ho attraversato l’Africa, diecimila chilometri, ma ce ne sono pochissimi che valgono la pena di essere pedalati: di tutta quella distanza ne propongo un pezzettino in Namibia. Ho centellinato le strade del mondo per offrire solo il massimo: altrimenti farei quello che fanno tutti.
Dopo la frattura alla caviglia è cambiato il tuo rapporto con gli infortuni? Sei diventato più scrupoloso?
Sono sempre stato scrupoloso. In Siberia, a –60°, avevo paura persino a respirare: se sbagli qualcosa per trenta secondi non recuperi più, e mi è sempre andata bene perché ero terrorizzato. Essere terrorizzato vuol dire studiare tutto. Il mio infortunio, peraltro, non è stata colpa mia: è successo per un incidente in montagna. Non ho mai messo in dubbio la mia preparazione tecnica. Anzi, in Siberia ci sono tornato con la gamba ancora rotta, con i ferri dentro, per una questione personale: volevo tornare in forma come prima e ho ripreso le cose più difficili che avevo fatto al 100%, per vedere se ci riuscivo ancora. Ci sono riuscito. Pensa a quando attraversi l’Africa: c’è chi paga centinaia di euro per vedere un leone dall’alto di una jeep, con la guida e la carabina. Io sono in bici, un leone non lo voglio incontrare per niente: così ho studiato tutto, le zone di caccia, come riconoscere dove ci sono, come non trovarmeli davanti. La paura ti permette di essere preparato.
Il viaggio cambia la prospettiva: la mente si apre, l’umanità diventa una
La tua dimensione iniziale del viaggio è cambiata, in venticinque anni? Ha assunto una forma diversa?
Certo. In questi viaggi sono andato dai più famosi sciamani delle Americhe, dai grandi santoni indiani, da Sai Baba. Cercavo Dio, cercavo risposte. Dai santoni non ne ho trovata nessuna. Le risposte alle domande della vita me le hanno date le persone più comuni che ho conosciuto per strada. Il mio approccio è diventato molto più pragmatico, molte cose sono più chiare. Viaggiare ti mette di fronte un punto di vista che non immagineresti nemmeno potesse esistere. Quando ti siedi con un ragazzo di vent’anni a Varanasi, o a Bogotá, e discuti con lui di come pensa la morte, hai una visione del mondo molto più nitida di quella che ti darebbe qualunque santone.
Se un giorno dovessi smettere di pedalare, cosa ti piacerebbe che restasse di quello che hai fatto?
Sono sicuro che qualcosa resterà, perché è già partito da tempo: il cicloturismo, l’idea di vedere il mondo in bici. Quando ho cominciato io, il massimo che si vedeva era un tedesco al lago di Garda con calzini e sandali e una bici con le borse. Oggi, con i social e con un sacco di eventi che abbiamo promosso — questo fine settimana ce n’è uno a Padova — ci sono migliaia di persone che si radunano ogni weekend, da qualche parte in Italia, per fare un giro di chilometri o di giorni. Non è partito da me, ma in tanti hanno capito che con una bici si può andare oltre, in vacanza, in avventura. Spero che continui. Io però nasco viaggiatore: da giovanissimo ho letto i libri di Tiziano Terzani e lì ho capito che là fuori c’era un altro valore della vita, un altro modo di misurare gli anni che restiamo su questo pianeta.
Cos’è, per te, la vera libertà?
Sei libero solo quando capisci come funzionano le cose. A quel punto non c’è più telegiornale, non c’è più politico, non c’è più niente che possa metterti in discussione: vai oltre il concetto e abbracci l’umanità. Vedi cosa pensa un padre in un villaggio sperduto quando solleva il figlio felice, ed è lo stesso di un padre qui da noi. Il mondo è uno, l’essere umano è uno, ci restiamo per pochissimo. Porto in viaggio commercialisti e avvocati, gente per cui all’inizio conta solo il viaggio, e li metto in contesti che non sono solo viaggio: li porto in Marocco e per loro è “Africa”, “gente che crede in un Dio diverso dal mio”. Poi li metto davanti alla realtà e diventa tutt’altro. Tutta la vita mi sono affidato al prossimo: al camionista che non ti tira sotto, al vecchietto che ti dà da dormire, alla signora che ti procura il cibo. Sopravvivi grazie agli altri. È diverso da un villaggio turistico o da un’esperienza con WeRoad o Avventure nel Mondo: lì è tutto più ermetico. Quando ti affidi davvero al prossimo, e diventa naturale, le persone capiscono che è una parte essenziale dell’essere umano, e crollano i muri che qualcuno, per interesse, tira su. Dicono che viaggiare apre la mente: è assolutamente così.
Alla fine il filo è uno solo, e tiene insieme i social, le spedizioni e la strada: il rifiuto della scorciatoia. Dino Lanzaretti non usa il digitale per piacere, ma per lavorare; non guida per stupire, ma per condividere un’emozione che sa essere autentica solo se la prova per primo; non viaggia per collezionare mete, ma per lasciarsi smontare ogni certezza. È un mestiere costruito sulla paura usata bene, quella che obbliga a prepararsi nel dettaglio e sulla fiducia, quella che si impara solo dipendendo dagli sconosciuti incontrati per strada. In un’epoca che premia chi mostra la versione migliore di sé, lui rivendica l’esatto contrario: restare il ragazzo di vent’anni partito senza GPS, e portare gli altri a scoprire, pedalata dopo pedalata, che il mondo è molto diverso da come se lo immaginavano.