Il ridicolo affitto pagato da Briatore per il suo lido milionario

di Daniele Tempera | 15/03/2019

Flavio Briatore Beppe Grillo vacanze
  • L'imprenditore fattura 4 milioni di euro per il "Twiga" di Marina di Pietrasanta

  • Ma paga allo stato poco più di 17 mila euro all'anno

  • La denuncia del Corriere sulla mancata applicazione della direttiva Bolkestein

L’inchiesta è di quelle destinate a far quantomeno discutere. Il Twiga di Marina di Pietrasanta, storico lido balneare di extralusso di Flavio Briatore, fatturerebbe 4 milioni di euro l’anno. E fin qui nessun problema. Merito senza dubbio di un imprenditore che ha saputo puntare su un  target selezionato e su turisti in grado di spendere grandi quantità di denaro. Un’attività destinata a creare un indotto virtuoso per la cittadina dove è situato, Marina di Pietrasanta, e in generale per tutta la Versilia. Il problema è però che l’imprenditore piemontese paga allo Stato, e quindi alle tasche di tutti noi, appena 17.619 euro di affitto l’anno. Poco più di quanto spenderebbe una famiglia per una casa in affitto, quanto costerebbe l’acquisto di una vettura economica.

La denuncia del Corriere

Il dato, rivelato da un’inchiesta di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, sa di vero e proprio paradosso in un Paese dove molti si lamentano dell’alta pressione fiscale e della difficoltà di reperire risorse per realizzare riforme essenziali o per finanziare adeguatamente il Welfare. E l’imprenditore, sottolinea Stella, è solo l’esempio più eclatante di un’anomalia non solo italiana: la ritrosia di molti governi ad applicare la tanto contestata direttiva europea “Bolkestein”, legge europea sulla concorrenza che prevede, tra gli altri, la messa a gara delle concessioni balneari. Un paradosso denunciato, in prima linea dai Verdi Italiani e dal loro coordinatore, Angelo Bonelli, che si sono presi la briga di approfondire tutte le situazioni più paradossali legati a questa anomalia.

La Bolkestein: uno spettro per tutte le forze politiche

Stella ricorda che esiste una sentenza della Corte di Giustizia Europea del 2016 che obbliga i differenti paesi europei ad applicare la direttiva, che significherebbe, tralaltro,  la ri-contrattazione, da parte dello stato, delle vecchie concessioni a odierni prezzi di mercato. Un’eventualità che è stata però sempre rigettata in maniera bi-partisan da più governi. I governi Renzi e Gentiloni avevano infatti prorogato le concessioni fino al 2020. Il “Governo del Cambiamento” le ha invece prorogate addirittura fino al 2030, con buona pace di parole d’ordine come “casta” o “privilegi”, sempre più fedeli al vecchio motto gattopardesco: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».