“Il giornalismo che non commenta il giornalista” ne abbiamo parlato con il Professor Carlo Chianura

C’è qualcosa di paradossale nel silenzio che è seguito allo sciopero dei giornalisti del 27 marzo: l’informazione si è fermata per un giorno, eppure nessuno ne ha parlato, nessuno ha commentato nè fatto bilanci. Ne abbiamo parlato con Carlo Chianura giornalista, per trent’anni di Repubblica tra cronaca nazionale e politica, oggi direttore del Master in Giornalismo dell’Università LUMSA – una delle undici scuole italiane che consentono l’accesso diretto all’esame di Stato. Autore del manuale Diventare giornalisti (Carocci, 2024), Chianura è tra le voci più autorevoli nel dibattito sul futuro della professione. Una voce che, su questo tema, non si sottrae alla scomodità delle risposte.
L’articolo che le abbiamo sottoposto analizza i dati dello sciopero del 27 marzo: un calo del 47% degli articoli pubblicati, il secondo valore più basso mai registrato dal nostro sistema di monitoraggio. Il dato più inquietante non è il blackout informativo in sé, ma il silenzio che è venuto dopo. Nessuna analisi, nessun bilancio, nessuna riflessione pubblica. Lei condivide questa lettura?
Il fatto è vero: non se ne è parlato, non ci sono stati commenti sostanziali. Però devo dire – ahimè – che stiamo vivendo un’esperienza già vista. Non è che in passato fosse diverso. Il problema vero è che sono anni che i giornalisti non scioperano. Questo era il secondo sciopero dopo non si sa quanti anni, e ce ne sarà un altro il 16. Ma oggettivamente, anche quando si scioperava (e le ultime ondate risalgono intorno al 2000, quando scadde un altro contratto) non è che il giorno dopo i giornalisti commentavano lo sciopero. Non è mai stata una consuetudine.
A cosa attribuisce questo silenzio? È un riflesso corporativo, una forma di autocensura, o qualcos’altro?
Io parlerei più di pudore che di autocensura. I giornalisti sentono, in qualche modo, un limite nel commentare azioni sindacali fatte dalla propria stessa categoria. C’è la tendenza a pensare – sbagliando, secondo me – che le rivendicazioni debbano riguardare solo il sindacato, e non diventare argomento di dibattito pubblico. In realtà così non è, perché sappiamo benissimo qual è , o dovrebbe essere, il ruolo del giornalismo.
C’è anche un altro fattore, però: i giornali appartengono a un editore, che è la controparte nella trattativa. Quanto pesa questo elemento?
Pesa, e molto. È difficile che il direttore di una testata che in qualche modo è espressione dell’editore, il giorno dopo uno sciopero dia spazio ed enfasi a un’azione che, in linea di massima, ha danneggiato il datore di lavoro. Gli scioperi danneggiano chi non vuole farli, e l’editore è esattamente quella controparte. Quindi c’è sia un freno culturale interno alla categoria, sia una pressione strutturale che viene dall’alto.
“Il giornalismo sta perdendo il suo ruolo centrale nel raccontare il mondo e perfino sé stesso”. Siamo davvero a quel punto?
Siamo in una fase molto particolare. Questa è una vertenza che colpisce drasticamente chi ha un contratto a tempo indeterminato o determinato. E non stiamo nemmeno parlando di chi lavora senza contratto, perché lì si aprirebbe tutta un’altra parentesi sul precariato. Il giornalista ha perso enormemente potere d’acquisto negli ultimi vent’anni, e in modo accelerato negli ultimi dieci da quando è scaduto questo contratto. L’inflazione calcolata dall’Istat al 20% è già un dato pesante, ma chi va a fare la spesa sa benissimo cosa significa davvero. C’è il mancato rinnovo, c’è l’erosione del potere d’acquisto, e in tutto questo il giornalismo dovrebbe essere la professione che informa l’opinione pubblica da una posizione economicamente non ricattabile. Il che, sappiamo tutti, è relativamente vero — o abbastanza falso.
Lo sciopero del 27 marzo ha fermato le redazioni. Ma cosa è arrivato davvero al pubblico? Il messaggio delle rivendicazioni ha raggiunto chi legge, o è rimasto una questione interna alla categoria?
Il problema è che non abbiamo strumenti per misurare la reazione dell’opinione pubblica. Non sappiamo cosa ha capito chi quel giorno non ha trovato notizie sui siti, non ha ricevuto la notifica dal giornale. Mi viene in mente, come prima cosa, che sarebbe interessante che qualcuno, magari un giornalismo specializzato, rispetto al generalista, facesse un sondaggio su un campione statisticamente valido e chiedesse: tu cosa hai capito di questo sciopero? Quanto ti sembra importante la professione giornalistica, guardando quello che è successo? Ecco, quella risposta non ce l’abbiamo.
Alcuni giornali, però, sono usciti lo stesso. Come legge questo dato?
Non è una novità, devo essere onesto. Sono usciti quelli che escono sempre: i cosiddetti giornali di opinione di centrodestra — Il Giornale ha sempre pubblicato. Poi c’è Il Manifesto, che esce da sempre perché è una cooperativa: la cooperativa non protesta contro sé stessa, è un caso a parte. Non vedo grandi novità in questo quadro.
Quindi lo sciopero rischia di essere percepito come una questione interna, sindacato contro editori, senza una vera ricaduta sul dibattito pubblico?
È esattamente il rischio. Se nessuno racconta le ragioni dello sciopero dopo che è avvenuto, se non c’è analisi né bilancio, quella protesta resta un fatto intimo della categoria. Un segnale mandato verso l’interno, non verso chi dovrebbe riceverlo: il pubblico, i lettori, i cittadini che dipendono dall’informazione.
C’è anche un tema più profondo, però. La professione giornalistica è stata messa sotto pressione e in alcuni casi apertamente sminuita per anni. Come si è arrivati qui?
È una professione molto, molto in difficoltà. Ed è stata anche sottovalutata e svillaneggiata per un decennio intero, quando andava di moda teorizzare la disintermediazione: il giornalista non serve, perché tanto il politico sa come rivolgersi direttamente all’elettore. Quella narrazione ha fatto danni profondi.
Un cerchio che si chiude: la categoria fatica a raccontare sé stessa, il pubblico non ha gli strumenti per capire cosa sta perdendo, e nel frattempo la professione continua a perdere terreno. C’è una via d’uscita?
Il contratto è il punto di partenza non di arrivo. Senza una base economica dignitosa non esiste indipendenza, e senza indipendenza non esiste giornalismo. Ma serve anche che la categoria torni a parlare di sé con la stessa chiarezza con cui parla di tutto il resto. Altrimenti il silenzio post-sciopero non è un’anomalia: è la norma.
Se il giornalismo non trova le parole per difendere la sua centralità, chi lo farà al suo posto? La risposta del Professor Chianura è implicita: nessuno.