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Alex Bellini, tra gli esploratori e divulgatori ambientali più noti in Italia, torna in libreria con la nuova edizione del suo racconto oceanico. Vent’anni dopo la traversata atlantica, riflette su solitudine, paura, limiti e sul sogno che da dodici anni lo guida: vivere su un iceberg.
Sono trascorsi più di vent’anni da quando ha attraversato Alex Bellini da alcuni dei territori più estremi del pianeta. Ha remato in solitaria attraverso l’Atlantico e il Pacifico, ha camminato sui grandi ghiacciai, ha navigato i fiumi più inquinati della Terra su zattere costruite con materiali di recupero.
Leggendo le sue parole si evince però che l’esplorazione non è mai una questione di record: è uno strumento di conoscenza prima di sé e poi del mondo.
Con l’uscita per Sonzogno della nuova edizione del suo racconto autobiografico, Pensa se non ci avessi provato, lo abbiamo incontrato per ripercorrere una vita spesa a spostare confini quelli delle mappe e quelli, ben più insidiosi, che abitano dentro di noi.
All’inizio degli anni Duemila la tua vita cambia direzione e scegli l’esplorazione estrema. Da cosa stavi scappando, o verso cosa stavi andando?
Tutto è cominciato con un lutto, che ha aperto un varco in una situazione già fragile. Nel 1999, a vent’anni, ho perso mia madre. È stato un dolore enorme, ma mi ha costretto a interrogarmi sulla vita che stavo vivendo e, soprattutto, su quella che volevo vivere. Attraversavo una crisi d’identità che solo più tardi avrei scoperto essere piuttosto comune a quell’età: non sapevo bene chi fossi, né quale direzione prendere. Sentivo però che la vita, così come la stavo immaginando, mi stava stretta, e avevo bisogno di misurarmi con orizzonti lontani. Da un lato cercavo qualcosa che restituisse alla mia esistenza un significato più grande; dall’altro avevo dentro un’energia enorme, difficile da comprendere, a cui volevo dare una direzione. Se mi chiedi se stessi scappando o andando incontro a qualcosa, ti rispondo: probabilmente entrambe le cose. Mi stavo allontanando da una vita in cui non mi riconoscevo più, ma soprattutto stavo andando incontro a una persona che ancora non conoscevo: me stesso.
Dici che l’esplorazione non è un lusso ma un bisogno dello spirito umano. Perché per te deve passare attraverso la fatica e il rischio fisico?
Credo che il bisogno di misurarsi con l’ignoto sia profondamente umano: esploriamo da sempre, per necessità, per curiosità, per capire meglio il mondo e noi stessi. E non penso serva attraversare un oceano o raggiungere un luogo remoto: esplorare ha più a che fare con il come che con il cosa. Per me, però, la dimensione fisica conta in modo particolare. La fatica e il rischio mi costringono a confrontarmi con la realtà senza spazio per le finzioni. Posso raccontarmi di essere paziente, coraggioso, capace di adattarmi; ma quando sono esausto, quando ho paura, quando le cose non vanno come previsto, quelle convinzioni vengono messe alla prova. È lì che scopro qualcosa di me. Non significa che dobbiamo soffrire o metterci in pericolo per crescere: significa che, nel mio caso, la fatica è stata uno degli strumenti con cui ho imparato a conoscermi. E poi c’è un’altra cosa: nella vita non possiamo eliminare la fatica, il rischio o l’incertezza, ma possiamo imparare a scegliere per che cosa siamo disposti ad affrontarli.
Hai passato mesi da solo, in mezzo all’oceano o sui ghiacci. Cosa hai scoperto della solitudine che chi non l’ha mai vissuta a quei livelli non può capire?
Che di solitudine non si muore — è una provocazione, naturalmente. La solitudine può diventare dolorosissima, soprattutto quando è subita, ma ho scoperto che può anche essere uno spazio straordinario in cui crescere. All’inizio, quando sei solo, senti soprattutto l’assenza degli altri: ti mancano le persone, le conversazioni, le cose di tutti i giorni. Poi, lentamente, cominci a fare i conti con la tua stessa presenza. Nella vita quotidiana abbiamo mille modi per distrarci da ciò che proviamo; in mezzo all’oceano molte di quelle vie di fuga semplicemente non esistono, perché sei costretto a essere presente a te stesso. È un esercizio spirituale. Se hai paura, devi stare con quella paura. Se sei triste, devi attraversare quella tristezza. Se un pensiero continua a tornare, non puoi sperare di zittirlo cambiando stanza. Questo non mi ha insegnato che non ho bisogno degli altri, anzi: mi ha aiutato a distinguere due cose molto diverse, saper stare da solo e pensare di poter fare tutto da solo. La prima è una capacità che ho cercato di coltivare; la seconda è un’illusione da cui ho impiegato molto tempo a liberarmi.
Parli della paura come di qualcosa di fondamentale, da non eliminare. Che rapporto hai costruito con lei in questi vent’anni, ed è cambiato con l’età?
C’è davvero qualcuno che pensa di poter eliminare la paura dalla propria vita? Se esiste, mi piacerebbe conoscerlo. Con gli anni ho costruito con la paura un rapporto che definirei di fiducia: quando arriva, cerco di accoglierla. Non perché sia piacevole, ma perché so che ha qualcosa da comunicarmi. A volte mi segnala un pericolo reale; altre volte mi dice che mi sto avvicinando a qualcosa di importante, rispetto a cui mi sento vulnerabile o impreparato. Il problema nasce quando pretendiamo che sia la paura a prendere tutte le decisioni al posto nostro, oppure quando facciamo l’esatto contrario e la ignoriamo per dimostrarci coraggiosi. Con l’età il rapporto è cambiato: da giovane ero molto più disposto a considerare il rischio come qualcosa che riguardava solo me. Oggi so che le conseguenze delle mie decisioni possono ricadere anche sulle persone che amo.
Quanto conta oggi, per te, la parola limite?
Sembrerà paradossale, ma è centrale nella mia vita: senza limiti, probabilmente, il mio lavoro non avrebbe nemmeno senso. Un esploratore, in fondo, vive di limiti. C’è quello di una mappa, quello imposto da un oceano, dal freddo, dalla distanza. C’è il limite del corpo, delle nostre capacità. E poi ce n’è uno molto più difficile da individuare: il limite di ciò che pensiamo di essere capaci di fare. Col tempo sono arrivato alla conclusione che non conta tanto incontrare un limite, quanto decidere che cosa farne. Perché alcuni vanno rispettati, altri accettati, altri ancora possono essere spostati; e ce ne sono alcuni che esistono soprattutto nella nostra testa, e che vale la pena mettere alla prova.
All’inizio le tue imprese erano sfide sportive e personali; poi diventano testimonianza e divulgazione ambientale. Qual è stato il punto di svolta?
È arrivato quando mi sono accorto che affrontare una nuova spedizione solo per misurarmi con me stesso non produceva più la stessa energia di un tempo. Per molti anni l’esplorazione era stata soprattutto uno strumento di conoscenza personale: partivo per capire chi fossi, per scoprire come avrei reagito alla fatica, alla paura, all’incertezza. A un certo punto, però, ho avuto la sensazione di aver esaurito almeno una parte delle domande che mi avevano spinto a partire. Così ho cominciato a spostare lo sguardo: anziché guardare solo dentro di me, ho iniziato a osservare con più attenzione ciò che avevo intorno. Ho capito che l’esplorazione poteva diventare anche testimonianza, che potevo usare il viaggio, le immagini e le storie raccolte lungo il percorso per avvicinare le persone a questioni ambientali che spesso percepiamo come lontane o astratte. È stato un cambiamento importante, perché ha modificato la domanda con cui progettavo le spedizioni: prima mi chiedevo che cosa avrei scoperto di me attraverso quel viaggio, poi che cosa avrei potuto raccontare agli altri.
Con 10 Rivers 1 Ocean hai navigato i dieci fiumi più inquinati del mondo su zattere di materiali di recupero. C’è un’immagine di quel viaggio che non riesci a toglierti dalla testa?
Ricordo un incontro in Pakistan, lungo il fiume Indo. Avevo davanti una famiglia che cercava di pescare qualcosa per cena, poco a valle di una grande diga. A monte il fiume era gonfio d’acqua; a valle, invece, l’acqua arrivava appena alle caviglie, tra fango e pochissima vita. Quella famiglia cercava di ricavare il proprio sostentamento da ciò che restava del fiume. È un’immagine che mi è rimasta impressa perché mi ha costretto ad allargare lo sguardo. Quel progetto voleva documentare l’inquinamento da plastica nei grandi fiumi del pianeta, ma davanti a quella famiglia ho capito che la plastica era solo una parte della storia. Lungo l’Indo, come lungo tutti gli altri fiumi che ho navigato, le dighe, i prelievi e la gestione delle risorse idriche modificano profondamente il corso e la quantità d’acqua disponibile a valle. E le conseguenze non riguardano solo gli ecosistemi: riguardano persone che da quell’acqua dipendono per vivere. Quell’incontro mi ha insegnato che, quando parti per raccontare un problema, devi essere disposto a scoprire che è più grande di come lo avevi immaginato.
Sei anche mental coach e parli di “psicologia della fatica”. Cosa hai imparato sulla mente umana, remando per mesi o sciando nel gelo, che poi porti alle persone che alleni?
Una delle cose più importanti riguarda la relazione tra fatica e significato. Quando attribuiamo un grande valore a ciò che stiamo cercando di raggiungere, siamo spesso disposti a tollerare livelli di fatica che in altre circostanze ci sembrerebbero insopportabili. Al contrario, quando quel significato si indebolisce, anche uno sforzo modesto può diventare difficile da sostenere. Non è una legge matematica, sia chiaro: il corpo ha dei limiti, la motivazione oscilla, e ci sono momenti in cui fermarsi è la scelta più sensata. Ma nelle mie spedizioni ho sperimentato più volte quanto il senso attribuito a un obiettivo possa cambiare il modo in cui viviamo la fatica. È un concetto che porto anche nel lavoro con gli atleti: spesso siamo concentratissimi sul come — come allenarci, come migliorare, come resistere — e dedichiamo molto meno tempo al perché. Perché questa sfida è importante per me? Che cosa rappresenta? Sono domande fondamentali, perché la motivazione non può dipendere solo dall’entusiasmo del momento.
È tornato in libreria, per Sonzogno, il racconto della traversata oceanica nella nuova edizione Pensa se non ci avessi provato. Riguardando oggi il te stesso di vent’anni fa, cosa gli diresti?
Gli direi una cosa che, allora, faceva molta fatica ad accettare: le grandi sfide non si vincono mai da soli. Quando ripenso alla traversata dell’Atlantico, vedo ancora me stesso su quella piccola barca, in mezzo all’oceano. Sono io che remo, che affronto le tempeste, che devo trovare il modo di andare avanti quando sono esausto. Guardando solo quell’immagine è facile convincersi che sia stata un’impresa individuale. Ma quel viaggio è stato possibile perché attorno e dietro di me c’erano persone che mi avevano aiutato a prepararlo, che mi avevano sostenuto e messo nelle condizioni di partire. E forse gli direi anche di godersi un po’ di più il viaggio, perché per molto tempo sono stato talmente concentrato sull’arrivare dall’altra parte da dimenticare, ogni tanto, che stavo già vivendo qualcosa di straordinario mentre lo attraversavo.
C’è un’età in cui il corpo non permette più certe imprese. Come immagini l’esploratore Alex Bellini fra dieci anni, e cosa vorresti lasciare a chi verrà dopo?
Tra dieci anni spero di poter continuare a compiere viaggi interessanti. Non cerco la sfida sempre più estrema: non sento il bisogno che ogni spedizione sia più lunga, più difficile o più pericolosa della precedente. Forse viaggerò in modo diverso, sceglierò progetti meno impegnativi fisicamente e più ricchi di incontri, di osservazione, di racconto. Non lo so, e questa incertezza mi piace. Quanto a ciò che vorrei lasciare, mi viene in mente un pensiero spesso attribuito a Proust: il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuovi paesaggi, ma nell’avere occhi nuovi per guardare quelli di sempre. Mi piacerebbe che chi ascolta le mie storie non sentisse il bisogno di attraversare un oceano, ma tornasse a guardare con più curiosità ciò che ha davanti. Perché possiamo trascorrere una vita intera nello stesso luogo e continuare a scoprirlo, oppure attraversare il pianeta senza imparare a vedere nulla di nuovo.
Hai confidato di sognare, da sempre, di vivere su un iceberg. Cosa rappresenta per te quel sogno, e pensi che un giorno proverai davvero a realizzarlo?
Sono passati circa dodici anni da quando ho cominciato a immaginare quel viaggio. Più volte mi sono trovato vicino a realizzarlo, ma per ragioni diverse non è ancora successo. Non ho smesso di credere che un giorno possa diventare realtà; è cambiato, semmai, il rapporto che ho con questo sogno. Fino a qualche tempo fa l’idea di non riuscirci mi provocava dispiacere, quasi un senso di incompiutezza. Oggi non la penso più così. In questi dodici anni il progetto ha funzionato come una stella polare: mi ha indicato una direzione e mi ha aiutato a scegliere quali esperienze fare, quali competenze sviluppare, quali storie raccontare. L’idea è vivere su un iceberg e documentarne gli ultimi momenti di vita, osservando da vicino il processo di fusione. Ma l’iceberg è anche un modo per raccontare qualcosa che ci riguarda tutti: il cambiamento di un ambiente che abbiamo a lungo considerato stabile e la necessità, per noi esseri umani, di imparare ad adattarci a condizioni nuove. Per questo oggi non lo considero più solo una spedizione da portare a termine, ma un progetto che orienta molte delle cose che faccio, anche quando sono lontano dall’Artico. Se riuscirò a realizzarlo, ne sarò felicissimo. Se non dovessi riuscirci, non significherà che questi dodici anni siano stati inutili.