«Google è la parola più cercata su Bing»: così il colosso fa appello contro la multa record per concorrenza sleale

Google non vuole pagare la salatissima multa dell'Ue e fa appello al fatto di essere la parola più cercata anche su altri motori di ricerca

30/09/2021 di Ilaria Roncone

«Abbiamo presentato prove che dimostrano che la query di ricerca più comune su Bing è, di gran lunga, ‘Google’. La gente usa Google perché sceglie di farlo, non perché è costretta»: queste le parole con le quali l’avvocato Alfonso Lamadrid ha contestato la multa di 4,3 miliardi di euro – circa 5 miliardi di dollari – che il motore di ricerca ha ricevuto dall’Unione Europea per abuso di posizione dominante.

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Anche chi va su Bing cerca Google vale come difesa?

Secondo chi lo difende dalle accuse di monopolio sul mercato – come ha riferito la BBC – , Google non ha eguali semplicemente perché, tra tutti quelli che esistono,  è il servizio più popolare. «La quota di mercato di Google nella ricerca generale è coerente con le indagini sui consumatori – ha continuato l’avvocato – che mostrano che il 95% degli utenti preferisce quello ai motori di ricerca rivali».

Il colosso ha scelto di utilizzare come difesa per fare appello contro la colossale multa dell’UE – risalente al 2018 – sottolineando quanto Google sia il servizio preferito dagli utenti. L’Unione, dal canto suo, insiste sul fatto che il colosso abbia sfruttato il successo di Android sul mercato degli smartphone nel processo che lo ha reso il motore di ricerca preferito da tutti.

Se da un lato, all’epoca, l’ad dell’azienda Sundar Pichai aveva scritto sul blog che Android «ha creati più scelta per tutti, non meno», dall’altro Margrethe Vestager – all’epoca commissaria per la concorrenza UE – l’ha inquadrata diversamente. Secondo il garante della concorrenza del Vecchio Continente, infatti, Google avrebbe fatto preinstallare Chrome – la sua app di ricerca – su tutti i prodotti con Android arrivando a pagare alcuni per renderla l’unica app preinstallata. Questo vuol dire, in termini numerici, che solo l’1% della popolazione ha scaricato un’altra app di ricerca.

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