Giampiero Galeazzi contro la Coppa Davis: «Zero spettacolo, sembra la Serie A italiana»

di Federico Pallone | 22/11/2019

Giampiero Galeazzi
  • Giampiero Galeazzi critica la nuova formula della Coppa Davis

  • L'ex telecronista è convinto che tutto ruoti solo attorno ai soldi

  • Stadi vuoti, partite che finiscono alle 4 del mattino: l'analisi di Galeazzi sembra inattaccabile

Se anche Giampiero Galeazzi va contro la nuova formula della Coppa Davis allora, forse, c’è davvero qualcosa che non va. Lui che di tennis se ne intende e che ha passato una vita a commentare le storiche partite dei maestri della racchetta italiani e non solo, in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera, critica duramente la nuova edizione ispirata dal difensore del Barcellona Gerard Piqué.

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L’attacco di Giampiero Galeazzi alla nuova Coppa Davis

Galeazzi ripercorre brevemente quanto successo nei primi giorni di questa nuova formula della competizione: partite che finiscono alle 4 del mattino (leggasi il match di doppio di Fognini e Bolelli contro la coppia statunitense formata da Querrey e Sock), giocatori costretti a giocare ogni ventiquattro ore, pubblico praticamente inesistente sugli spalti del palazzetto di Madrid. Il tutto per un motivo: i soldi. «L’ho detto e ribadisco: in questa Coppa Davis c’è qualcosa di sbagliato. Impossibile giocare giorno e notte, impossibile giocare ogni ventiquattro ore. Il motivo? Soldi, soldi e ancora soldi. Si sa quanto hanno guadagnato per giocare una competizione del genere? Non ho idea. Di certo una barca di quattrini», scrive Galeazzi sul Corriere della Sera. Che continua: «La Coppa Davis non è uno spazio da riempire in attesa degli Australian Open ma una manifestazione che deve essere valorizzata in maniera differente […] Sembra la Serie A italiana. La manifestazione non deve essere inquadrata come uno spazio nuovo da riempire, perché questo sembra».

Insomma, al 73enne ex storico volto della Rai mancano quelle sfide leggendarie che ha commentato, in cui i tennisti davano l’anima, lottavano punto su punto. Quelle partite in cui gli stadi ribollivano di pubblico e il giudice di sedia faticava a far rispettare il silenzio. Erano altri tempi e forse era anche un altro tennis. Uno sport in cui il Dio denaro non la faceva da padrone.

[CREDIT PHOTO: ANSA/CLAUDIO PERI]