Gabriele Aprile: «Ho perso la voce, ma non la mia storia. L’intelligenza artificiale mi ha restituito la libertà di creare»

Cantautore, imprenditore, formatore e oggi sperimentatore delle possibilità offerte dall’intelligenza artificiale. Gabriele Aprile ha attraversato mondi apparentemente lontani, trovando un filo conduttore nella necessità di comunicare, raccontarsi e costruire relazioni autentiche. Un percorso segnato anche da una perdita che avrebbe potuto mettere fine alla sua carriera artistica: quella della voce.
Cosa succede quando ciò che definisce la tua identità professionale improvvisamente viene meno? Per Gabriele Aprile, la diagnosi di disfonia spasmodica ha rappresentato molto più di un ostacolo artistico. È stata l’occasione, dolorosa e inattesa, per ripensare il significato del successo.
Dalla formazione musicale al CET di Mogol alla nascita di Social Music Marketing, fino al progetto ESSERCI, Aprile ha progressivamente trasformato la propria esperienza in un percorso di ricerca che oggi intreccia psicologia, creatività e nuove tecnologie.
Al centro della sua riflessione c’è un apparente paradosso: utilizzare l’intelligenza artificiale, persino i propri cloni digitali, per recuperare ciò che la tecnologia rischia di sottrarci ogni giorno, ovvero il tempo, le relazioni e la possibilità di essere davvero presenti.
Lo abbiamo incontrato.
Se dovessi presentarti senza ricorrere a nessuna delle etichette professionali che ti accompagnano, cosa diresti di te?
Direi che sono un papà. È l’unica etichetta che non mi sono scelto per lavoro ed è quella che conta di più.
Poi direi che sono napoletano, e questa è una parte di me che porto ovunque. Sono un introverso che sale sui palchi, un endonauta: qualcuno che esplora il proprio mondo interiore fino a consumare la pazienza di chi gli sta vicino.
E se proprio dovessi spiegare cosa faccio, senza utilizzare nomi di mestieri, direi che cerco di esserci. Soprattutto per le persone che contano.
Hai raccontato pubblicamente di aver perso la voce. Cosa è cambiato in te durante quel periodo, prima ancora che come artista?
Ero a Roma, durante le prove di uno spettacolo. Per riscaldarmi ho iniziato a cantare Fenesta vascia, un canto napoletano del Cinquecento che adoravo. E la voce si è spezzata. Davanti a tutti. Proprio a me, che avevo cinque ottave di estensione e cantavo Stevie Wonder un’ottava sopra.
Si chiama disfonia spasmodica, un disturbo neurologico della voce. Ci sono voluti anni per capire di cosa si trattasse, finché il dottor Franco Fussi non l’ha riconosciuta in dieci minuti di visita.
Ma il cambiamento più grande non ha riguardato la voce. Per quasi due anni ho cercato di convincermi che fosse colpa dello stress. Avevo studiato psicologia e ho finito per vivisezionare la mia mente attraverso tutte le teorie che conoscevo. Ma il problema non era lì.
Ho dovuto imparare a perdonarmi. Ed è stata la lezione più importante.
All’inizio mi sono arrabbiato, poi ho smesso. E ho iniziato a chiedermi cosa significasse essere un cantante che non può più cantare.
Hai trasformato una ferita personale in qualcosa da condividere con gli altri. Cosa hai imparato? E quanto è rischioso esporsi così apertamente?
Ho imparato che quello che chiamiamo “male”, a volte, è semplicemente qualcosa che non abbiamo ancora compreso.
Quando cantavo bene, le persone si complimentavano per gli acuti e per l’estensione vocale. Nessuno ascoltava davvero le mie parole.
Quando la voce si è spezzata, ho capito che la mia storia era il bene più importante che possedevo. E che nessuno conosce la tua storia meglio di te: per questo hai sempre il diritto di raccontarla.
Naturalmente il rischio esiste. Quando racconti pubblicamente una ferita, quella ferita smette di appartenere soltanto a te. Gli altri ci proiettano le proprie interpretazioni, a volte persino la propria pietà.
E c’è anche il rischio opposto: trasformare quella ferita in un personaggio da interpretare.
Per questo alcune parti della mia vita scelgo di raccontarle soltanto quando lo desidero. Raccontarsi non significa consegnarsi completamente agli altri.
Chi sono le persone che hanno contribuito maggiormente a formare l’uomo che sei oggi?
I miei genitori, senza dubbio. Mia madre e mio padre.
Papà è stato il mio primo vero fan. Ha investito su di me fin da quando avevo cinque anni e cantavo Gli altri siamo noi davanti alla televisione, durante Sanremo del 1991.
Mi accompagnava ai concorsi, alle lezioni di musica. Abbiamo preso anche qualche fregatura insieme, ma sono esperienze che ti formano.
Poi c’è Maria Gabriella Marino, la direttrice artistica con cui ho lavorato per anni come cantante. Mi ha insegnato una cosa fondamentale: essere spontanei, ma con rigore.
Da ragazzo preferivi leggere Nietzsche nella tua stanza mentre gli altri uscivano. Era solitudine o ricerca di qualcosa che non trovavi altrove?
Non ero solitario, ero introverso. Oggi mi definisco ambiverso: sto bene in mezzo alle persone, ma poi ho bisogno di tornare dentro me stesso.
Credo che stessi cercando un senso.
Da quando ho memoria penso alla morte quasi ogni giorno. E lo considero molto sano, perché mi mantiene in contatto con la vita.
Da ragazzo, quei libri erano il luogo in cui le mie domande non sembravano strane.
All’inizio leggevo dell’eterno ritorno. Più che come teoria di un tempo circolare, mi affascinava come principio etico: vivere ogni esperienza come se dovessimo ripeterla per sempre, all’infinito.
È una prospettiva che cambia il modo di guardare ogni istante. Ti rende responsabile di ciò che costruisci, perché il tuo compito diventa rendere ogni momento degno di essere vissuto. Magari anche più volte.
Non a caso, la mia prima tesi di laurea era dedicata proprio alla responsabilità, attraverso il pensiero di Derrida.
Quella domanda mi accompagna ancora oggi.
Sostieni che le parole debbano essere ascoltate senza bisogno di urlare. In un mondo in cui sembra vincere chi fa più rumore, cosa rende davvero riuscita una canzone?
Viviamo in un mondo chiassoso, dove sembra necessario urlare per farsi ascoltare. Vale anche per i cantanti.
Io li chiamo “acutomani”: esploratori ossessivi delle note alte.
Chi si complimenta con te mentre canti Mina tre ottave sopra, difficilmente sta ascoltando davvero ciò che dici. Perché si ascolta anche con il corpo, con gli occhi.
Quando ho perso la voce ho compreso qualcosa che prima mi sfuggiva: nessuno ascoltava davvero le mie canzoni. Ascoltavano come cantavo, e basta.
Per me una canzone riuscita è quella di cui qualcuno ricorda una frase. Anche una soltanto, magari nemmeno quella del ritornello.
Una delle mie diceva: «Parole confortano, ti illudono e convincono che il mondo sia tra un no e un sì, e il cuore tra parentesi».
Se qualcuno ricorda quelle parole, allora quella canzone ha fatto il suo lavoro.
Hai studiato al CET di Mogol. Qual è l’insegnamento che continua ad accompagnarti?
È stata una delle esperienze più formative della mia giovinezza.
La prima volta avevo sedici o diciassette anni, non ricordo esattamente, ma ricordo di essere l’unico minorenne. Poi sono tornato, sia come autore sia come interprete.
Ho studiato con il maestro Giuseppe Anastasi e con David Poggiolini, che sarebbero poi diventati autori di grandi classici della musica italiana.
Lì ho compreso il valore di una canzone e l’impatto che può avere nella vita di una persona. Ho imparato soprattutto il peso delle parole.
In una canzone ogni parola deve essere dosata, centellinata. In tre minuti non c’è spazio per quelle inutili.
Ma l’insegnamento più importante riguarda il modo in cui le parole vengono pronunciate.
La stessa frase, detta con un’intenzione diversa, può generare in chi ascolta uno stato d’animo completamente differente.
Il modo in cui scrivi e pronunci una parola determina la direzione dei pensieri di chi ti ascolta.
Forse è anche per questo che, quando ho perso la voce, non ho perso tutto. Il peso delle parole me lo avevano insegnato lì.
Dal 2016 offri formazione gratuita agli artisti attraverso Social Music Marketing. Da dove nasce questa scelta?
A vent’anni sono andato in Canada per produrre tre brani con un produttore noto.
Ho speso diecimila euro, accompagnati dalla promessa verbale che qualcosa sarebbe successo, perché c’erano dei presunti “canali preferenziali”.
Non è successo nulla. Quei brani non sono mai nemmeno usciti.
Da quell’esperienza ho capito come funziona una parte del mercato dei servizi rivolti agli artisti: si fa leva sui sogni delle persone.
Io non volevo fare lo stesso.
Il gruppo è nato quasi per caso. Avevo tenuto un workshop al Medimex di Bari e volevo mantenere i contatti con i partecipanti. Doveva essere semplicemente uno spazio in cui continuare a rispondere alle loro domande.
Poi è cresciuto ed è diventato una risorsa per centinaia, anzi migliaia, di persone.
Per me i contenuti gratuiti rappresentano la parte più importante del lavoro.
Ogni euro che guadagno deve servire a comprare tempo per ciò che non viene monetizzato: i contenuti gratuiti e la community.
Da Artisti Adesso a ESSERCI: cosa ti ha portato a cambiare direzione?
Avevo capito che la musica, per me, era diventata un alibi.
Mi portavo dentro una delusione profonda per ciò che era diventata l’industria musicale. E per anni quella delusione mi aveva permesso di nascondermi.
Poi, nel 2022, sono diventato papà.
Mi sono reso conto che il problema dei musicisti che seguivo era anche il mio: il lavoro divorava le giornate e alle cose davvero importanti arrivavi esausto.
Ho iniziato a utilizzare l’intelligenza artificiale e i cloni digitali prima di tutto su me stesso, per recuperare la mia quotidianità.
E ho capito che non era una questione che riguardava soltanto i musicisti, ma chiunque lavori e abbia paura di essere sostituito.
Non c’è stato un momento preciso in cui ho deciso di cambiare.
A un certo punto ho semplicemente capito che non ero più un musicista. O meglio, che quella definizione mi stava stretta, così come tutte le altre etichette con cui mi ero presentato fino ad allora.
Con l’intelligenza artificiale ho iniziato a esplorare nuove forme di creatività e, progressivamente, mi sono liberato di quelle definizioni.
Questo mi ha permesso di fare qualcosa che ad altri potrebbe sembrare assurdo: insegnare alle persone a clonarsi.
ESSERCI nasce proprio da qui.
Psicologia, musica, marketing e intelligenza artificiale sembrano discipline lontane. Qual è il filo che le unisce?
In realtà parlano tutte della stessa cosa: di come una persona riesce a raggiungerne un’altra.
La psicologia mi ha fornito gli strumenti per comprendere le persone. La musica mi ha insegnato a raccontarmi. Il marketing mi ha insegnato a farmi trovare.
E oggi l’intelligenza artificiale mi permette di esserci anche dove fisicamente non posso essere.
Per anni ho sentito la pressione di dover scegliere.
Mi chiedevano continuamente: “Ma tu cosa fai, esattamente?”. E io mi sentivo in difetto.
Poi ho smesso di rispondere.
Ho capito che si trattava dello stesso mestiere osservato da quattro finestre differenti.
Da allora quella domanda non mi pesa più.
Qual è stato il fallimento più importante della tua esperienza imprenditoriale?
Faccio fatica a sceglierne uno.
La mia vita è piena di fallimenti, piccoli e grandi, e quella da imprenditore non fa eccezione.
Ho aperto tante finestre: progetti, idee, canali, prodotti. Molti non hanno funzionato.
Ma credo faccia parte del mestiere.
Fare impresa, soprattutto in un settore che cambia ogni settimana, significa sperimentare.
E se sperimenti davvero, la maggior parte degli esperimenti fallisce. Altrimenti stai semplicemente ripetendo ciò che sai già fare.
Ho imparato a progettare le cose in modo da poterle anche cancellare.
Quando qualcosa non funziona, la fermo. Non continuo a tenerla in piedi per orgoglio.
Un progetto può anche restare fermo. Una cosa fatta male con il mio nome sopra, invece, no.
E soprattutto ho imparato a non confondere il fallimento di un progetto con il mio fallimento personale.
Dopo tanti anni dedicati alla formazione e al marketing musicale, cosa ti ha avvicinato all’intelligenza artificiale?
La fatica.
Per anni ho visto sempre la stessa scena: artisti che avrebbero voluto suonare e che invece trascorrevano le serate a montare video e scrivere didascalie.
Io per primo.
All’inizio l’intelligenza artificiale è stata semplicemente una risposta a quella fatica.
Poi è successo qualcosa che non mi aspettavo: mi ha restituito la voglia di inventare.
Ho iniziato a immaginare storie e mondi che da solo non avrei mai potuto realizzare.
Mi sono ritrovato a creare la sigla e i visual per il ledwall de La città ideale, in Rai. Io che, fino a poco tempo prima, scrivevo didascalie per gli altri.
Non senza nottate e sacrifici, naturalmente.
Ma per un cantante senza voce, ritrovare un modo di creare è stato un regalo.
Dici che si può clonare la voce, ma non la presenza. Dove si trova il confine tra utilizzare la tecnologia e diventarne dipendenti?
Il mio clone può parlare al posto mio. Può realizzare un video mentre io sono al parco con mia figlia.
Ma al parco con mia figlia devo esserci io.
Quello non si può clonare.
Per me il confine sta tutto in una domanda: chi decide?
Quando non riesco più a distinguere ciò che ho deciso io da ciò che ha deciso la macchina, allora significa che sono io a essere utilizzato dalla tecnologia.
Esiste anche un segnale più semplice.
Tutto ciò che consuma la tua presenza senza restituirti nulla ti sta usando. Che sia una tecnologia o una persona.
Io, per esempio, durante le cene tengo il telefono spento.
La dittatura della reperibilità è il primo modo in cui la tecnologia finisce per usarci.
C’è ancora un sogno artistico che non sei riuscito a realizzare?
Ho scritto tante canzoni che nessuno conosce.
Alcune sono le più belle che abbia mai scritto. Ci ho dedicato persino un articolo.
Forse il mio sogno è semplicemente trovare il modo di far ascoltare quelle parole senza doverle urlare.
Se potessi parlare al Gabriele di vent’anni, oppure a un ragazzo che oggi teme di perdere la propria voce, cosa gli diresti?
Al Gabriele di vent’anni direi: non partire per il Canada.
Quei diecimila euro tienili e usali per farti ascoltare da poche persone vere.
Poi gli direi ciò che ho capito soltanto dopo.
Non hai bisogno che ti ascoltino tutti.
“Tutti” non esiste.
In realtà vuoi che ti ascoltino alcune persone precise. E quelle persone vogliono l’arrosto, non il fumo.
L’arrosto è la tua storia.
A un ragazzo che ha paura di perdere la propria voce, in tutti i sensi, direi questo: la voce può rompersi, la tua storia no.
Quella resta tua anche quando canti male.
Per concludere, c’è una domanda che nessuno ti ha mai fatto e alla quale vorresti finalmente rispondere?
Più che una domanda che nessuno mi ha mai fatto, c’è una risposta che non ho mai dato.
A una domanda che, invece, mi fanno continuamente: “Ti manca cantare?”.
La risposta è semplice: non ho mai davvero smesso.