Elena Morali, dalla Pupa alle tribù più remote: «Il giudizio che temo di più è il mio»

Sedici anni fa era la Pupa de La Pupa e il Secchione, poi sono arrivati gli anni di Colorado e una lunga militanza nei salotti televisivi. Oggi Elena Morali ha cambiato rotta: viaggia verso le tribù più remote del pianeta e ne porta a casa video e racconti, mentre torna in tv come opinionista solo un paio di volte al mese. L’abbiamo intervistata per farci raccontare cosa le ha insegnato la comicità, perché le critiche non la sfiorano e quale progetto, ancora segreto, ha in mente per il futuro.
Hai detto più volte che la vera svolta non è arrivata dalle passerelle ma dal teatro e dai laboratori comici. Cosa ti ha insegnato la comicità che la bellezza, da sola, non ti avrebbe mai dato?
La comicità mi ha insegnato praticamente tutto. Innanzitutto a non prendere sempre la vita troppo sul serio, a capire quali sono le priorità e a lasciarmi scivolare di dosso le critiche. Mi ha fatto capire che la bellezza è sicuramente qualcosa che aiuta, ma che non è fondamentale per stare bene e soprattutto che non dura per sempre.
Sei partita da un’etichetta, la “pupa”, che molte avrebbero faticato a togliersi di dosso. Quanto hai dovuto combattere per non restare incastrata in quel personaggio, e quando hai sentito di esserci riuscita?
A dire la verità, i primi anni ci ha messo veramente tanto: solo dopo svariati anni di Colorado, circa dieci, hanno smesso di riconoscermi come la Pupa. Ma non ho mai avuto troppi problemi con le etichette, ho capito che comunque fai, la gente si ricorderà sempre solo quello che vuole. Sta poi a te fare il lavoro che ti piace di più e cercare di farlo al meglio. E prima o poi, ne sono sicura, verrà premiato e ricordato.
Racconti che le critiche ti sono “sempre scivolate”. È davvero così o è una corazza che ti sei costruita col tempo? C’è stato un momento in cui invece ti hanno ferita?
No, sinceramente non è mai esistito un periodo in cui le critiche mi abbiano ferita. Sarà che mi sono fatta la corazza bella spessa alle medie, quando sono stata bullizzata per tutti e tre gli anni. Da quel momento ho capito che il mondo è pieno di deficienti, che non si può piacere a tutti, che l’importante è impegnarsi in ciò che si fa e che il giudizio che temo di più è quello di me stessa. Nel momento in cui faccio tutto bene non mi interessa quello che pensa la gente. Tanto ci sarà sempre qualcuno che ti punterà il dito, che tu faccia bene o male, quindi l’importante è dare il massimo e divertirsi.
Il cambiamento è diventato la tua cifra, anche fisica ed esistenziale. C’è una versione di Elena di qualche anno fa che oggi guardi con tenerezza, o con un po’ di distanza?
Sinceramente guardo con molta tenerezza, e distanza, la Elena di sedici anni fa, quella della prima Pupa e il Secchione. Mi è capitato, la seconda volta in cui ho partecipato, di rivedere alcune scene di litigate o battibecchi con altre concorrenti basati su argomenti veramente stupidi. Si litigava sull’aspetto fisico, su chi fosse più bella, su chi avesse la cellulite o il sedere più alto, robe simili. Tutto questo lo trovo veramente stupido, inutile e insensato. D’altronde avevo solo diciannove anni e non capivo veramente un cavolo.
Tu e Luigi avete costruito una vita e un lavoro insieme, lontano dai riflettori televisivi. Quanto è complicato tenere insieme una relazione e un brand di coppia quando entrambi vivono di esposizione?
Devo dirti che per scelta abbiamo preferito comunicare meno da coppia e più da compagni di viaggio. Negli ultimi anni ci siamo appassionati molto a viaggi abbastanza avventurosi, diciamo che l’ho spinto io dato che sono amante e appassionata di antropologia, alla scoperta di usi e costumi delle tribù più remote del mondo. Ci piace raccontare e portare con noi, tramite i video delle nostre avventure, le persone che non farebbero mai un viaggio simile o che non saprebbero mai dell’esistenza di un certo popolo. Penso sia qualcosa di molto bello, sicuramente meno chiacchierato e remunerativo rispetto ai video di altre coppie dello spettacolo, che invece condividono i vari trend o le loro giornate giusto per ricevere due commenti di approvazione o chiudere qualche sponsor in più. Però di base a noi restano esperienze immense, e ci piace così.
Negli ultimi anni hai lasciato quasi del tutto la televisione per i viaggi: è una scelta definitiva o una pausa? Torneresti in un programma se arrivasse la proposta giusta?
No, in realtà non l’ho lasciata, perché all’incirca due volte al mese vado a Mediaset come opinionista, però è sicuramente un mercato in diminuzione. Sono contenta di tornare quando sono in Italia, ma sono anche molto felice di lavorare con il web e di poter vedere le meraviglie del mondo grazie ad esso. Inoltre ho uno spazio mio, dove posso essere me stessa a 360 gradi.
Sei arrivata fino a una tribù cannibale in Papua Nuova Guinea, una meta che hai definito tutt’altro che semplice. Quel viaggio è stato un’esperienza personale o l’inizio di un progetto vero e proprio, un format, un racconto, qualcosa di strutturato?
È stata un’esperienza personale che sognavo da diversi anni, stavo solo aspettando la persona giusta con cui partire. È sicuramente un viaggio non semplice, anche perché io sono passata dall’Indonesia per poi fare tutto a piedi nella foresta e arrivare in Papua Nuova Guinea. Non è il semplice viaggio che trovi pubblicizzato tra i viaggi di gruppo che ci sono adesso. È un viaggio da soli, per una settimana, completamente a contatto con la loro tribù. E poi diciamo che è stato anche l’inizio di un progetto di cui spero di poter parlare presto.
Se dovessi dare una forma al “lavoro dei tuoi sogni” oggi, somiglia più a un documentario di viaggio, a un tuo programma, a un brand tutto tuo o a qualcosa che ancora non esiste?
Diciamo che è l’insieme delle tre cose, e vorrei che diventasse qualcosa di nuovo, che ancora non c’è ma che ho bene in mente. Di sicuro in Italia non esiste.
Da quella ragazza di diciannove anni che litigava sull’aspetto fisico davanti alle telecamere alla donna che attraversa a piedi la foresta per arrivare in Papua Nuova Guinea, il filo che tiene insieme il percorso di Elena Morali è la voglia di non restare ferma. Il progetto di cui non vuole ancora parlare, dice, sarà l’insieme di tutto quello che ha imparato, qualcosa che in Italia ancora non esiste. Per scoprirlo, non resta che aspettare.