La Menta Piperita: «La vera responsabilità collettiva è pretendere che cambino le regole del gioco»

Federica Basili 5 Nov 2026
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Dalla giurisprudenza alla divulgazione ambientale, passando per i social e la scrittura. Stefania Mangiapane (@lamentapiperita) racconta il suo percorso, il rapporto con la natura, le contraddizioni della comunicazione green e la necessità di superare l’idea che salvare il Pianeta sia una responsabilità esclusivamente individuale.

La sostenibilità non dovrebbe essere una gara a chi è più virtuoso, né un elenco di rinunce da imporre ai cittadini e soprattutto non può essere affidata soltanto alle scelte dei singoli. Per affrontare le sfide ambientali servono consapevolezza, informazione e comportamenti responsabili, ma anche politiche e interventi strutturali capaci di incidere sulle cause della crisi climatica.

Ne è convinta Stefania Mangiapane, giurista ambientale, sustainability manager e docente di green management, che dal 2016 racconta le questioni ambientali attraverso un linguaggio accessibile, cercando di avvicinare le persone a temi spesso percepiti come complessi o distanti dalla quotidianità.

Il suo progetto di divulgazione coinvolge oggi una community di oltre 200mila persone. È autrice de Il manuale del risparmio sostenibile e conduce il podcast Felicità sostenibile, premiato con il Premio Pentapolis “Giornalisti per la sostenibilità 2026”.

Dietro il suo percorso professionale c’è una storia personale che affonda le radici nelle estati trascorse in campagna, nell’influenza della madre agronoma e in un episodio dell’infanzia che ha segnato il suo rapporto con la natura.

Ma c’è anche un cambiamento di prospettiva: se agli inizi della sua attività era convinta che la transizione ecologica dovesse partire quasi esclusivamente dalle abitudini individuali, oggi ritiene indispensabile affiancare alle scelte dei cittadini una trasformazione delle regole economiche e politiche.

Tra greenwashing, eco-ansia, responsabilità delle imprese e nuovi progetti, racconta il suo modo di vivere la sostenibilità, dentro e fuori dai social.

Il tuo percorso unisce una formazione giuridica alla passione per l’ambiente e alla divulgazione. Come si sono incontrati questi mondi? Cosa immaginavi per il tuo futuro quando hai iniziato a studiare?

Ho capito che il diritto e la tutela dell’ambiente non sono due binari paralleli, ma due dimensioni profondamente intrecciate. Dopo la laurea magistrale in Giurisprudenza, la passione per la natura mi ha spinta a specializzarmi come giurista ambientale e sustainability manager, oltre che nella formazione in green management.

Mi sono resa conto che le leggi e le normative tecniche per difendere il Pianeta rischiano di rimanere astratte se non vengono tradotte in una consapevolezza diffusa. Per questo, nel 2016, ho deciso di unire le mie competenze tecniche all’amore per la divulgazione, fondando il sito lamentapiperita.com.

La formazione giuridica mi ha dato metodo e precisione per analizzare fenomeni complessi, come il greenwashing e le regole dell’economia circolare. La divulgazione, invece, mi ha permesso di trasformare questi concetti in consigli quotidiani e accessibili.

Quando ho iniziato l’università immaginavo un futuro professionale piuttosto tradizionale, probabilmente legato alla consulenza aziendale. Non avrei mai pensato di creare una community che oggi raggiunge oltre 200mila persone, né di realizzare un podcast come Felicità sostenibile, premiato con il Premio Pentapolis “Giornalisti per la sostenibilità 2026”.

La mia vita è andata ben oltre le aspettative che avevo da studentessa. Ho trasformato una professione tecnica in un’attività quotidiana di divulgazione, che mi ha portata anche a scrivere il mio secondo libro, Il manuale del risparmio sostenibile, con 101 suggerimenti per vivere in modo più sostenibile risparmiando.

C’è un episodio della tua infanzia o adolescenza che ti fa capire da dove nasce la tua sensibilità verso le questioni ambientali?

Quando ripenso a dove tutto è iniziato, torno alle estati della mia infanzia trascorse in campagna. Erano mesi di libertà, passati a raccogliere la frutta dagli alberi, osservare gli animali e seguire i ritmi della natura.

La campagna non era soltanto un luogo di vacanza, ma un ambiente che mi insegnava il rispetto, la pazienza e la cura per ogni creatura vivente.

Ricordo un episodio, tra l’infanzia e l’adolescenza, che ha rappresentato un punto di svolta. Un’estate tornai con alcuni amici in un piccolo boschetto dove amavo rifugiarmi per leggere e osservare gli animali. Lo trovai devastato da un principio d’incendio.

Provai un senso di vuoto e di rabbia impotente. Non vedevo soltanto degli alberi bruciati, ma un’ingiustizia: il sopruso dell’uomo, distratto e incurante, nei confronti di una natura che non poteva difendersi.

Quel giorno ho capito quanto l’indifferenza umana potesse essere pericolosa. Credo che il desiderio di difendere quel piccolo paradiso perduto abbia contribuito a rendermi prima una studentessa di Giurisprudenza sensibile al tema della giustizia e poi una giurista ambientale determinata a dare voce alla natura.

Hai scelto di esporti pubblicamente su temi che spesso dividono e generano discussioni. Nella vita privata cerchi il confronto oppure preferisci proteggere i tuoi spazi?

Esporsi pubblicamente sui social significa confrontarsi ogni giorno con opinioni diverse, critiche e talvolta provocazioni. Temi come l’ecologia, il cambiamento degli stili di vita e la giustizia climatica suscitano spesso reazioni forti.

Sono però convinta che il confronto sia fondamentale per costruire politiche ambientali efficaci, inclusive e vicine alla realtà. Anche nella mia community cerco di partire dall’attualità e dai fatti concreti, evitando discussioni astratte.

Questo approccio nasce dalla mia famiglia, dove confrontarsi sui temi importanti è sempre stato naturale. La tavola di casa e il salotto erano luoghi in cui discutere significava crescere e sviluppare spirito critico.

Naturalmente sento anche il bisogno di proteggere i miei spazi e le mie energie. La scelta di vivere in campagna risponde anche a questa esigenza. Ma il confronto, quando è sano e orientato alla ricerca di soluzioni, non lo considero un peso: è uno strumento per generare cambiamento.

La Menta Piperita è diventato un progetto riconoscibile. Come è nato questo nome e quale idea di comunicazione volevi costruire? C’è qualcosa che oggi faresti diversamente?

Quando ho fondato il blog, nel 2016, la comunicazione ambientale mi sembrava divisa tra due estremi: da una parte un catastrofismo che rischiava di paralizzare le persone, dall’altra un ottimismo superficiale.

Volevo proporre una visione più costruttiva della sostenibilità. La menta piperita rappresentava bene questa idea: una pianta tenace, associata alla freschezza, capace di evocare qualcosa di positivo.

Il mio obiettivo era costruire una comunicazione autorevole ma accessibile, ironica ma rigorosa. Volevo utilizzare le mie competenze giuridiche per spiegare temi complessi e riconoscere il greenwashing, parlando però alla quotidianità delle persone, senza farle sentire giudicate.

Se guardo indietro, non cambierei l’essenza del progetto. Affronterei invece diversamente il timore iniziale di espormi in prima persona.

All’inizio privilegiavo una comunicazione più tradizionale, fatta di articoli e partecipazione a eventi. Con il tempo ho capito quanto l’autenticità e la vicinanza umana siano importanti nella comunicazione digitale.

La divulgazione sui social richiede di semplificare argomenti complessi. Ti è mai capitato di rinunciare a pubblicare un contenuto per paura che venisse banalizzato o frainteso?

No, non mi è mai capitato. Ho scelto di essere una voce indipendente e ho costruito una community abituata a confrontarsi sui dati, sulla trasparenza e sul rigore scientifico.

La divulgazione sui social richiede certamente un grande lavoro di sintesi, ma esiste una differenza fondamentale tra semplificare e banalizzare.

Semplificare significa rendere accessibile un concetto tecnico, come una direttiva europea sull’economia circolare o un rapporto scientifico sulle emissioni, senza comprometterne la precisione.

Banalizzare, invece, significa eliminare le sfumature per inseguire un clic facile. È qualcosa che cerco di evitare.

Quando un tema è particolarmente complesso, dedico più tempo allo studio, scelgo con attenzione le parole e individuo il formato più adatto. A volte un articolo approfondito o una puntata del podcast possono funzionare meglio di un breve video.

Essere una creator significa anche trasformare le proprie idee in un lavoro. Come scegli le collaborazioni? Hai mai rifiutato opportunità economicamente interessanti perché non rispecchiavano i tuoi valori?

La credibilità è il bene più prezioso che possiedo. Per questo seleziono con grande attenzione le collaborazioni commerciali, scegliendo soltanto quelle coerenti con i miei valori e con la responsabilità che sento nei confronti della community.

Quando un’azienda mi propone una partnership, non considero soltanto il budget o la visibilità del marchio. Applico un vero e proprio processo di verifica basato sulle mie competenze di giurista ambientale.

Analizzo la trasparenza della filiera, i report di sostenibilità, l’impatto del prodotto e la storia dell’azienda, cercando di individuare eventuali dinamiche di greenwashing.

Se un progetto non supera queste verifiche, non può entrare a far parte della mia attività di comunicazione.

Rinunciare a opportunità economicamente importanti può fare paura, ma nel tempo ho capito che quei rifiuti hanno contribuito a costruire la solidità della mia carriera.

Dire di no a una proposta incoerente non è soltanto una scelta etica, ma anche una decisione strategica. La fiducia delle persone che mi seguono non è negoziabile.

C’è una persona che ha cambiato profondamente il tuo modo di vedere il mondo o di comunicare? Quale insegnamento ti ha lasciato?

Ho incontrato tanti professionisti e colleghi straordinari, ma la persona che ha avuto l’influenza più profonda su di me è mia madre Brigida, agronoma con oltre trent’anni di esperienza.

È stata la mia prima e più grande fonte di ispirazione. Crescere accanto a una donna che ha dedicato la propria vita professionale allo studio della terra e del territorio mi ha permesso di avvicinarmi all’ecologia fin da piccolissima, molto prima che la sostenibilità diventasse un tema così presente nel dibattito pubblico.

L’insegnamento più importante che mi ha trasmesso è che amare la natura significa proteggerla con i fatti, non soltanto con le parole.

Da lei ho imparato a osservare la terra, comprenderne i ritmi e rispettarne la fragilità. Proteggere il Pianeta richiede competenza, dedizione e responsabilità quotidiana.

C’è un tema sul quale hai cambiato radicalmente opinione nel corso degli anni? Cosa ti ha portata a rivedere le tue convinzioni?

Sì, ed è il ruolo della responsabilità individuale rispetto a quella delle grandi aziende e dei governi.

Quando ho iniziato a fare divulgazione, nel 2016, ero convinta che la transizione ecologica dovesse partire quasi interamente dal basso.

Pensavo che modificando radicalmente le nostre abitudini, eliminando la plastica monouso, riducendo gli sprechi e scegliendo prodotti biologici e locali, avremmo potuto salvare il Pianeta.

Con il tempo ho rivisto profondamente questa convinzione, soprattutto grazie allo studio dei dati scientifici ed economici e alla mia formazione giuridica.

Analizzando le emissioni globali e l’impatto delle grandi multinazionali, mi sono resa conto che le azioni individuali, pur essendo importanti, non sono sufficienti senza riforme strutturali, normative efficaci e politiche industriali adeguate.

Ho compreso anche come la retorica dell’impronta ecologica individuale sia stata spesso utilizzata dai grandi gruppi del settore fossile per spostare l’attenzione dalle proprie responsabilità a quelle dei cittadini.

Continuo a credere nel valore delle scelte quotidiane, ma oggi le considero parte di un processo più ampio.

Il consumatore non è l’unico responsabile della salvezza del Pianeta. È anche un soggetto politico ed economico che, attraverso gli acquisti e il voto, può esercitare pressione sulle istituzioni e sui mercati.

La vera responsabilità collettiva non consiste soltanto nel fare correttamente la raccolta differenziata, ma nel pretendere che cambino le regole del gioco a livello globale.

Chi si occupa quotidianamente di crisi ambientale rischia di confrontarsi con un senso di impotenza. Come gestisci emotivamente le notizie negative? Riesci a separare il lavoro dalla vita privata?

Chi si occupa di crisi climatica e divulgazione ambientale deve inevitabilmente confrontarsi con quella che viene definita eco-ansia.

Quando leggo notizie drammatiche sul deterioramento degli ecosistemi o sull’inerzia della politica, cerco di non fermarmi al problema, perché questo rischierebbe di generare soltanto impotenza.

Utilizzo le mie competenze per analizzare i dati e capire cosa si possa fare concretamente. Provo a trasformare una notizia negativa in un approfondimento che informi, smonti il greenwashing o offra alle persone strumenti per agire.

Per me l’azione è il miglior antidoto al senso di impotenza.

Separare completamente il lavoro dalla vita privata è difficile quando la professione coincide con i propri valori. Ho però imparato a stabilire alcuni confini.

Mi concedo momenti di digital detox, durante i quali cerco di tenere lontane le notizie e le preoccupazioni. Curare l’orto o camminare nel verde mi aiuta a recuperare energie e a ritrovare la lucidità necessaria per continuare il mio lavoro.

Sui social siamo continuamente invitati a essere persone migliori e più responsabili. Questa pressione può trasformarsi in una nuova forma di giudizio sociale? Ti sei mai sentita prigioniera delle aspettative della tua community?

Credo assolutamente che questa pressione possa trasformarsi in una forma di giudizio e colpevolizzazione.

Sui social si tende spesso a inseguire un ideale di perfezione ecologica che non è realistico e che rischia di allontanare le persone dalla sostenibilità, anziché avvicinarle.

Personalmente non mi sono mai sentita prigioniera delle aspettative della mia community, perché cerco di mostrarmi con trasparenza, condividendo non soltanto le scelte sostenibili, ma anche i limiti e i compromessi della vita quotidiana.

È la stessa filosofia alla base del mio libro, Il manuale del risparmio sostenibile.

La sostenibilità dovrebbe essere un’opportunità di miglioramento e di risparmio concreto, non un elenco opprimente di divieti o uno standard sociale da rispettare per paura del giudizio.

Non serve essere perfetti. Dieci persone che adottano comportamenti sostenibili in modo imperfetto ma costante possono fare molta più differenza di una sola persona che li applica in maniera impeccabile.

È questo approccio, basato sulla normalità e sull’assenza di giudizio, che cerco di condividere ogni giorno.

Qual è un aspetto di te che potrebbe sorprendere chi ti conosce soltanto attraverso La Menta Piperita?

Credo che chi mi conosce attraverso le analisi giuridiche e i contenuti di La Menta Piperita possa immaginarmi come una persona molto seria, rigorosa e concentrata su codici e normative.

In realtà sono un vulcano. Chi mi incontra dal vivo scopre una persona ottimista, ironica, piena di energia e con una forte vena creativa.

Un aspetto che potrebbe sorprendere è proprio il modo in cui vivo la mia nuova vita in campagna.

Ho una grande passione per l’orto, ma non lo considero un’attività da affrontare in maniera accademica. Per me la campagna è un luogo di scoperta e sperimentazione.

Mi piace imparare nuove tecniche di permacultura, sperimentare l’autoproduzione e cimentarmi con strumenti e attività che non conosco.

Affronto le sfide ambientali con il sorriso e con la convinzione che imparare a prendersi cura del Pianeta possa essere anche un’esperienza divertente e stimolante.

Se domani i social network scomparissero, quale strada professionale sceglieresti?

La scomparsa dei social non interromperebbe il mio percorso professionale, ma mi permetterebbe di concentrare maggiormente le energie sulle attività che svolgo già al di fuori del digitale.

Spesso si tende a identificare un content creator esclusivamente con la sua presenza online. Nel mio caso, però, i social rappresentano soltanto una parte del lavoro.

Da quasi quindici anni opero come formatrice, giurista ambientale e sustainability manager per aziende, organizzazioni ed enti istituzionali.

I canali digitali sono uno strumento importante per amplificare i contenuti e raggiungere nuove persone, ma non costituiscono l’unica base della mia attività professionale.

Se avessi più tempo a disposizione, lo dedicherei soprattutto alla scrittura.

Posso anche anticipare che, dopo Il manuale del risparmio sostenibile, sto già lavorando al mio terzo libro.

C’è un mestiere o un progetto che ti incuriosisce e che non hai ancora avuto occasione di esplorare?

Più che iniziare qualcosa di completamente nuovo, mi piacerebbe riprendere e sviluppare un progetto che ho già sperimentato in passato.

Ho ideato e diretto eventi dedicati alla sostenibilità in parchi e luoghi particolarmente suggestivi della Sicilia. Vorrei tornare a investire in questa direzione.

Credo che nel Sud Italia ci sia ancora bisogno di maggiori occasioni di sensibilizzazione ambientale e di spazi capaci di valorizzare le realtà locali che si impegnano concretamente per la sostenibilità.

Mi piacerebbe far rinascere questi appuntamenti, utilizzando la bellezza del territorio come punto di partenza per creare incontri dal vivo, coinvolgere la community e dare visibilità alle esperienze virtuose del Mezzogiorno.

Guardando ai prossimi anni, quali progetti vorresti realizzare? C’è un traguardo professionale che senti ancora di non aver raggiunto?

Nei prossimi anni vorrei consolidare e ampliare il lavoro che sto portando avanti.

La dimensione offline è già una parte importante della mia attività. Partecipo come relatrice a eventi e incontri istituzionali di rilievo nazionale, come gli Stati Generali dell’Informazione Ambientale organizzati da ISPRA.

Il confronto diretto con il pubblico, le aziende e le istituzioni rappresenta per me un’opportunità preziosa.

Vorrei continuare a portare il dibattito sui dati e sulle normative ambientali anche fuori dagli schermi, creando nuove occasioni di approfondimento e confronto.

Guardando al futuro, cosa ti spaventa di più del mondo che stiamo costruendo e cosa, invece, continua a darti speranza?

Mi preoccupano soprattutto la polarizzazione ideologica, la diffusione dell’eco-scetticismo e il greenwashing sistemico.

Osservo con timore la tendenza a trasformare l’emergenza climatica e la transizione ecologica in terreni di scontro politico o commerciale, perdendo di vista la necessità di affrontarle attraverso dati, competenze e strumenti normativi.

Temo che la complessità delle soluzioni venga sacrificata in favore di slogan superficiali, alimentando nelle persone un senso di impotenza o di sfiducia.

Quando la comunicazione si riduce a marketing o catastrofismo, si perde la capacità di agire concretamente.

A darmi speranza, invece, sono la reattività, la competenza e lo spirito critico delle persone quando hanno accesso a informazioni trasparenti e fondate sui fatti.

Lo vedo quotidianamente nella formazione e nel confronto con la mia community. Esistono cittadini, studenti, professionisti e imprese che non cercano risposte semplicistiche, ma strumenti per comprendere i problemi e contribuire al cambiamento.

Vedere persone che scelgono di approfondire le filiere produttive, ridurre il proprio impatto ambientale e rispettare la legalità mi conferma che la transizione è già in atto.

È questa consapevolezza collettiva, insieme alla capacità di resilienza della natura, a darmi la motivazione per continuare a lavorare a un futuro realmente sostenibile.