Duecentomila follower e un rumore di fondo: Marko e il romanzo che nessun filtro poteva raccontare

Per anni ha riempito i social di foto perfette da tutto il mondo — Indonesia, New York, Portogallo, Asia — costruendo una carriera da content creator quando il mestiere non aveva ancora un nome. Poi ha capito che i chilometri erano diventati un anestetico, e che il luogo più importante era dentro di sé. Marko Morciano è partito dalla Puglia, ha vissuto a Roma e Milano, ha preso sette o otto aerei al mese, e alla fine si è fermato — non per stanchezza, ma per scelta. Il risultato è La vita mentre accade, romanzo d’esordio che parte da una domanda scomoda: ti sei mai sentito fuori posto nella tua stessa vita? Abbiamo chiesto a lui da dove viene quella domanda, cosa si perde e cosa si guadagna passando dall’obiettivo alla pagina, e dove sta guardando adesso.
“La vita mentre accade” nasce da una domanda precisa: “Ti sei mai sentito fuori posto nella tua stessa vita?”. Da dove arriva — da un momento specifico, o da qualcosa che si è accumulato nel tempo?
Da un accumulo lento e silenzioso. Per anni ho costruito una facciata degnamente bella sui social. È diventato il mio lavoro, seppur iniziato per puro gioco — pubblicando i miei lavori da fotografo su Instagram nel lontano 2013. Poi ho iniziato a viaggiare tanto: in un mese arrivavo a prendere anche sette o otto aerei, creavo contenuti, i numeri crescevano. Ma dentro c’era un rumore di fondo che ignoravo volutamente. La domanda è esplosa quando il contrasto tra il successo esterno e il mio stato interiore è diventato insostenibile. Non c’è stato un singolo evento, ma la somma di tutti gli istanti in cui sorridevo a un obiettivo volendo essere, in realtà, sempre altrove — pensando che fuggire verso un nuovo luogo potesse alleviare quel senso di inadeguatezza. Non riuscivo a essere soddisfatto della mia stessa vita, nonostante non mi mancasse nulla e facessi il lavoro dei miei sogni.
Il protagonista, Leonardo, cresce in un piccolo paese del Sud con la certezza silenziosa di non essere abbastanza. Quanto c’è di autobiografico in quel punto di partenza, e quanto è stato difficile metterlo su carta?
C’è tantissimo di me. Crescere in un piccolo paese del Sud ti riempie di calore, ma a volte ti inocula una forma sottile di inadeguatezza se sogni qualcosa di “diverso” dalle strade già tracciate. Metterlo su carta è stato uno scontro con me stesso. Sui social sono abituato a curare l’estetica, a mostrare la parte risolta; scrivere quella fragilità è stato come togliermi ogni filtro e guardarmi dritto negli occhi. Ho capito molto presto che quello non era il mio posto, e appena ho potuto ho iniziato a inseguire la mia strada — senza sapere quale fosse, ma sapendo da dove andare via. Spero che questa autenticità possa diventare uno specchio per chi, a volte, si sente fuori posto nella propria vita.
Hai raccontato che per anni hai cercato l’inquadratura perfetta attraverso un obiettivo fotografico, poi hai capito che certe emozioni avevano bisogno di parole. Cosa ha significato, concretamente, passare dall’immagine alla scrittura?
Ha significato imparare ad abitare i silenzi. La fotografia l’ho scoperta a 9 anni, tramite una piccola fotocamera analogica trovata abbandonata in casa dei miei. L’idea di fissare un istante ti regala la bellezza di un momento, fermandolo per sempre. Ma le emozioni complesse, i dubbi, le paure, non si possono sempre inquadrare in un sedicesimo di secondo. La scrittura è sempre stata un modo per liberarmi di ciò che avevo dentro prima ancora di poterlo raccontare a qualcuno — una sorta di terapia. Mi ha dato lo spazio per esplorare cosa succede prima e dopo lo scatto, per andare oltre la luce di un’immagine e analizzare quello che ci sta sotto.
Il libro ha come sottotitolo “Quando ho smesso di scappare”. C’è un confine sottile tra esplorare e fuggire: come lo hai trovato, e quando hai capito da che parte stavi?
L’ho capito prestando attenzione a cosa provavo quando partivo. Mi rendevo conto che fuggire era un movimento generato dall’ansia, dal bisogno di non stare fermi per non fare i conti con se stessi. Mi svegliavo con l’esigenza viscerale di scoprire un posto nuovo, ma unita allo scopo di scappare nel vero senso della parola. Poi ho capito che esplorare è un movimento generato dalla curiosità — e sono sempre stato estremamente curioso, sin da bambino smontavo ogni giocattolo per capirne il funzionamento. Ho trovato il confine quando, arrivato in un posto nuovo, ho smesso di pensare alla prossima meta. Ho smesso di usare i chilometri come anestetico, ho smesso di contare le bandierine dei luoghi visitati. E finalmente ho capito che il luogo più importante era dentro di me.
Il libro tocca identità, indipendenza emotiva, coraggio di accettarsi. Hai sentito il peso di quella scelta narrativa, o la necessità era più forte di qualsiasi preoccupazione?
La necessità era assoluta e ha spazzato via ogni preoccupazione. In Italia c’è ancora un disperato bisogno di normalizzare questo tipo di narrazioni — sull’identità, sulla propria natura, sull’accettazione di sé e dell’altro. Ho provato a dare libertà alle parole che avevo dentro senza farne una bandiera o un caso isolato. Ho sentito una responsabilità verso me stesso, verso quel ragazzo del Sud che ero, e verso chi mi segue da anni. Nascondere una parte così importante dell’identità avrebbe tradito la promessa di autenticità del libro.
Sei tra i primi in Italia ad aver costruito una professione strutturata da content creator, quando non esisteva ancora un nome per quello che stavi facendo. Cosa significava?
Era un salto nel buio, puro pionierismo. Non c’erano manuali, non c’erano agenzie strutturate, non c’erano migliaia di persone che volessero fare esattamente questo — semplicemente perché il mestiere non esisteva ancora. Significava scontrarsi con i pregiudizi di chi lo considerava un passatempo, e al tempo stesso avere una libertà creativa immensa. Mi ricordo ancora quando il capo di un’agenzia in cui lavoravo mi disse: “Marko, devi specializzarti in qualcosa, non puoi voler fare tante cose.” Io risposi andandomene, concludendo il periodo di prova prima del tempo. La mia creatività non poteva essere chiusa in quattro mura d’ufficio. Con le prime collaborazioni retribuite ho capito che tutto questo poteva concretizzarsi — e ho aperto la partita IVA, con tutte le paure del mondo. Se tornassi indietro, lo rifarei senza esitare.
Storytelling è una parola abusata nel digitale. Per te cosa vuol dire concretamente — qual è la differenza tra raccontare un viaggio e documentarlo?
Documentare è fare la cronaca: “Sono arrivato qui, ho mangiato questo, il posto è bello.” È bidimensionale. Raccontare è spiegare attraverso quale filtro emotivo stai guardando quel luogo. Ho sempre cercato di unire i viaggi al mio modo di vedere le cose — raccontando le sensazioni che mi dava un posto, attraversandolo da local. È usare il viaggio fuori per spiegare il viaggio dentro. Se una mia foto di un tramonto a Bali suscita un’emozione, non è solo perché il cielo è rosso, ma perché chi la guarda percepisce la mia vulnerabilità in quel momento. I commenti più belli che ricevo sono quelli in cui mi si dice che attraverso i miei occhi ogni posto diventa magico. Ed è lì che ho capito che stavo raccontando, non documentando.
Qual è stata la tappa — geografica o professionale — che ha cambiato davvero il modo in cui lavori?
Roma è stata il mio inizio professionale. Mi sono laureato a 23 anni e questo mi ha dato l’imprinting. Ma la vera svolta è stata viaggiare da solo. Il primo viaggio che mi ha dato più di tutti è stato in Indonesia: un influencer trip con trenta persone da tutto il mondo, nessuna italiana. Tre settimane in cui ero l’unico a non poter scambiare due parole in italiano — probabilmente le più formative della mia vita fino ad allora. Essere dall’altra parte del mondo con nient’altro che me stesso e la mia fotocamera mi ha costretto a trovare la mia vera voce autoriale, scrostando via le influenze esterne. Ho riversato quella sicurezza nel lavoro, trasformandola in professionalità.
Esiste un rischio reale che il digitale appiattisca lo storytelling di viaggio — che tutto finisca per assomigliarsi? Come ci si protegge?
Il rischio è altissimo. Viviamo nell’epoca della standardizzazione estetica, dove tutti replicano i contenuti virali. Ci si protegge mettendo al centro la propria personalità, la propria fallibilità, la propria autenticità. L’unica cosa che l’algoritmo non può replicare è la prospettiva umana. Un posto bellissimo visto da cento creator sembrerà sempre uguale, ma se ci metti dentro le tue paure o le tue riflessioni, diventi insostituibile. Per me questo vuol dire fare storytelling.
Quanto della tua vita privata entra consapevolmente nel racconto pubblico, e dove metti il confine?
Il confine esiste ed è molto netto. Nel racconto pubblico porto i miei sentimenti, le mie elaborazioni interiori, i miei dubbi — la mia vulnerabilità. Ma la mia profonda intimità resta tra quelle pagine e il lettore. Mi piace pensare che chi vuole conoscermi davvero sceglierà di leggere il libro. Le dinamiche strettamente private e le relazioni quotidiane restano fuori. Condivido ciò che può essere uno specchio utile per chi mi segue, non ciò che alimenta il semplice voyeurismo.
Come è fatta una tua giornata tipo quando non sei in viaggio?
Sono un uragano di idee che mi pervadono la mente da quando apro gli occhi. Mi sveglio molto presto, dedico le prime ore alla colazione — che per me è sacra — e se riesco alla lettura, almeno venti minuti. Nei giorni in cui non mi alleno mi dedico al lavoro creativo: rispondo alle email, ideio script e contenuti per i miei profili e per i clienti di cui gestisco i social. Poi gestisco casa come Airbnb — check-in, check-out, e quando non sono in viaggio anche le pulizie. Tempo libero ce n’è, ma me lo devo ritagliare: ci sono la vita sociale, gli eventi a Roma, le faccende domestiche, le relazioni. Non mi annoio mai, questo è certo.
Scrivere un romanzo mentre si gestisce una presenza digitale attiva richiede due tipi di attenzione molto diversi. Come hai organizzato il tempo senza che le due cose si cannibalizzassero?
Ho fatto anche di peggio: sono rimasto attivo sui social mentre ristrutturavo casa da solo per cinque mesi. Ho sfruttato quel cantiere per creare contenuti che hanno avuto un successo virale — la mia casa eclettica è finita su riviste americane. Per il romanzo i tempi sono stati più lunghi, perché non era lavoro fisico ma un processo mentale iniziato nel 2019. Mi obbligavo a spegnere il telefono e staccare internet per ore. Quando scrivo mi perdo completamente e dimentico anche che ora è — ed è una delle sensazioni più belle che conosca.
Dopo un romanzo d’esordio e un percorso che ha attraversato il Sud Italia, Roma, Milano e mezzo mondo — dove stai guardando adesso?
Sto guardando a come fondere ancora meglio questi due mondi: l’immediatezza visiva della fotografia e la profondità della scrittura. Nel cuore ho sempre New York — entrambe le volte in cui ci sono stato mi sono sentito centrato, come se in un’altra vita avessi già vissuto lì. E non è un caso che il nuovo romanzo a cui sto lavorando abbia un protagonista che vive quel sogno di trasferirsi lì. Nasce da una domanda: “E se avessi preso quella decisione — cosa sarebbe cambiato?” Non dico altro. Sono sempre stato vagamente scaramantico.
Marko non ha aspettato che qualcuno definisse il suo mestiere per iniziare a farlo. Non ha aspettato di sentirsi a posto per scrivere di quando non lo era. E non ha aspettato di avere tutte le risposte per pubblicarle — ha pubblicato le domande, che è molto più difficile. La vita mentre accade non è un libro di viaggi e non è un manuale di crescita personale: è il racconto di qualcuno che ha usato i chilometri per cercarsi e alla fine ha capito che poteva smettere di cercare altrove. Il secondo romanzo è già in cantiere. New York aspetta.