Dal Sahara all’Amazzonia a propulsione umana: «Ho quasi 29 anni e un terzo della mia vita è già passato. Per questo non smetto»

Cinque mesi. Quattro ecosistemi. Un oceano attraversato a remi. Migliaia di chilometri percorsi in bici, a piedi, in kayak — dalla depressione di Bodélé, nel cuore del Ciad, fino alle Ande boliviane a quasi cinquemila metri di quota. Project Dust non era solo un’avventura sportiva: era anche una missione scientifica, con campioni di polvere sahariana da consegnare ai ricercatori, e una dichiarazione silenziosa su come si può ancora esplorare il mondo senza trasformarlo in contenuto.
Lorenzo Barone è rientrato in Italia il 23 aprile. Undici anni di spedizioni estreme alle spalle, una barca comprata usata, sponsor selezionati con cura, pochissimi post pubblicati in sei mesi. Lo abbiamo incontrato per capire cosa rimane, quando finisce un viaggio così — e cosa inizia.
Project Dust è terminato il 23 aprile. Ora che sei rientrato in Italia, come stai vivendo il ritorno alla quotidianità dopo mesi in ambienti estremi?
Il progetto Dust si è concluso il 23 aprile. Ora che sono tornato in Italia e a una vita considerata normale, sto apprezzando molto le piccole cose. Dopo undici anni di esperienze intense ho imparato a gestire gli alti e bassi e il passaggio da situazioni considerate estreme a contesti più tranquilli, ma devo ammettere che dopo Dust sentivo davvero il bisogno di fermarmi e tornare per un po’ in un ambiente familiare, con tutte le comodità che questo comporta.
Nei tuoi aggiornamenti hai scritto che ti consideri “solo un puntino che si muove su questo pianeta”. È una forma di umiltà o una filosofia che hai costruito nel tempo attraverso l’esperienza?
Mi considero solo un puntino che si muove su questo pianeta perché oggettivamente è così. Se guardo le cose da un punto di vista razionale, sono semplicemente materia organica destinata un giorno a decomporsi. Finché però le mie cellule saranno vive, ho scelto di vivere questa vita il più intensamente possibile. Ho quasi 29 anni e, anche ipotizzando una vita lunga, circa un terzo è già passato. Questo mi motiva ancora di più a vivere a fondo il tempo che ho davanti.
Quali sono stati i momenti più duri del viaggio — non fisicamente, ma mentalmente? C’è stato un punto in cui hai avuto dubbi?
I momenti mentalmente più difficili del viaggio li ho vissuti durante l’attraversamento dell’Oceano Atlantico. Per circa cinque giorni mi sono sentito come un prigioniero. Non erano necessariamente i giorni più tempestosi, ma quelli in cui percepivo maggiormente la mancanza di spazio. La mia realtà era limitata a una piccola cabina e al vogatore, ciò significa niente passeggiate, niente corsa, niente bici, nessun movimento se non remare e dormire oscillando tra le onde continuamente.
Project Dust non è solo un’avventura sportiva: hai raccolto campioni di polvere sahariana nel Bodélé, in Ciad. In che fase è ora l’analisi scientifica e cosa speri di dimostrare concretamente?
Dust non era soltanto un’avventura fisica o personale. Uno degli obiettivi del progetto era raccogliere campioni di polvere nella depressione di Bodélé, nel cuore del Sahara in Ciad, e successivamente anche in Sud America. I campioni verranno studiati da ricercatori che si occupano di polveri atmosferiche e biodiversità microbica, per verificare eventuali correlazioni nella presenza di diatomee e altri nutrienti trasportati dal vento. Spero che il materiale raccolto possa contribuire, anche in minima parte, a ricerche già esistenti, indipendentemente dal mio progetto o dalla mia figura.
Hai attraversato quattro ecosistemi consecutivi — Sahara, Atlantico, Amazzonia, Ande — a propulsione umana. Qual è l’aspetto che ti ha sorpreso di più in termini di interconnessione tra questi ambienti?
Una delle cose che mi ha colpito di più è stata la trasformazione improvvisa degli ecosistemi. Dal silenzio assoluto del Sahara mi sono ritrovato davanti all’Oceano Atlantico, per poi approdare in Sud America, dove la giungla emergeva direttamente dall’acqua. I suoni degli animali, l’umidità, la vegetazione. Poco dopo, in appena 64 chilometri di salita, sono passato dalla foresta tropicale ai 4.600 metri delle Ande, con aria rarefatta e clima secco. Tutto questo mi ha confermato quanto il pianeta sia allo stesso tempo fragile, piccolo e incredibilmente ricco di biodiversità.
Nei tuoi aggiornamenti hai parlato di zone disboscate e foreste che bruciano in Amazzonia. Cosa hai visto che non si racconta abbastanza?
In Amazzonia ho attraversato la Guyana Francese, il Suriname, la Guyana, il Brasile e l’Amazzonia boliviana. In alcune di queste aree la deforestazione illegale è molto evidente. In Suriname, lungo le piste nella giungla, vedevo continuamente camion carichi di legname. In altri punti il legno veniva trasportato su zattere lungo i fiumi prima di essere caricato sui mezzi. In Brasile, sia di giorno che di notte, si vedevano incendi ai margini della strada. È evidente quanto l’impatto umano stia modificando l’Amazzonia, così come molte altre aree del pianeta, spesso sacrificando ecosistemi incontaminati per interessi economici.
Come hai gestito il rapporto con i social durante il viaggio — e quali limiti ti sei dato deliberatamente?
Con il passare del tempo sento sempre più distanza dal mondo dei social network, anche se fanno parte della mia attività. Ho sempre cercato di separare la passione dall’aspetto professionale. Per questo motivo il viaggio in Ciad non l’avevo annunciato prima o durante, ma solo una volta rientrato in Italia. Dust invece prevedeva accordi e collaborazioni con aziende che supportavano il progetto, quindi ho deciso di comunicarlo in anticipo e raccontarlo in tempo reale, ma in maniera molto limitata. Poco più di dieci post in sei mesi, pubblicati nei momenti chiave. Ho sempre preferito dare priorità all’esperienza reale piuttosto che alla produzione continua di contenuti. In futuro credo realizzerò progetti più brevi ma probabilmente ancora più intensi, affrontandoli con maggiore libertà e raccontandoli magari solo al ritorno.
Stai lavorando a un documentario. Come immagini il formato e hai già in mente una piattaforma di distribuzione?
Per quanto riguarda il documentario, ci sto lavorando e mi sto confrontando con diverse realtà. Il problema principale al momento sono i costi, perché una produzione di qualità richiede professionisti e risorse economiche importanti, spesso superiori a quelle del viaggio stesso. Il mio obiettivo però è mantenere la proprietà del progetto senza doverne cedere i diritti. Credo possa nascere qualcosa di molto forte, non il classico racconto di viaggio ma un lavoro più profondo e cinematografico.
Una community ti ha seguito in tempo reale via GPS. Quanto ha pesato quella presenza “invisibile” del pubblico durante i momenti più difficili?
La community che seguiva il GPS in tempo reale non mi ha mai pesato. Durante il viaggio spesso non avevo connessione e non sapevo nemmeno quante persone stessero guardando la traccia. Leggevo solo in alcuni momenti commenti o screenshot inviati da chi seguiva il percorso, ma non mi sono mai sentito osservato.
Come hai impostato la comunicazione di Project Dust — e quali regole ti sei dato?
Il limite che mi ero imposto nella comunicazione di Dust era semplice, ovvero pubblicare solo quando avevo davvero il tempo per farlo, senza compromettere ciò che stavo vivendo. Molti mi chiedevano di pubblicare di più, ma non era quello il senso del progetto. I contenuti online vengono rapidamente sommersi da migliaia di altri contenuti, e non voglio investire le mie energie in quella direzione.
Quanto è difficile oggi fare l’esploratore in modo indipendente, senza diventare un prodotto da marketing?
La difficoltà principale nella realizzazione di Dust è stata economica. Ho lavorato circa un anno e mezzo per trovare il budget necessario. Oggi il mondo dell’esplorazione è sempre più complesso, anche per via dell’enorme quantità di contenuti artificiali o costruiti. Io ho iniziato nel 2015 con la bici di mia madre e delle taniche di plastica usate come borse. Per i primi anni non avevo praticamente social network. Solo dal 2020 ho iniziato a costruire un’attività più strutturata, ricevendo supporto tecnico e avviando collaborazioni coerenti con la mia immagine, rifiutandone molte altre che avrebbero trasformato il progetto in semplice marketing.
Jovanotti ti ha pubblicamente sostenuto. Il riconoscimento di una figura come la sua cambia qualcosa nel modo in cui arrivi al pubblico — o rischia di cambiare il progetto stesso?
Jovanotti mi segue e mi sostiene da circa sei anni. Durante un viaggio in Africa mi inviò anche una donazione. Tra noi c’è stima reciproca, anche se non ci siamo mai incontrati di persona e ci siamo sentiti solo tramite messaggi vocali o scritti. Questo però non ha mai influenzato il mio modo di vivere i progetti.
Hai dichiarato che Dust potrebbe essere la tua ultima spedizione lunga. Hai già un’idea concreta di cosa sarà la prossima?
Continuo a credere che Dust sia stato il mio ultimo progetto così lungo dal punto di vista temporale. In futuro vorrei concentrarmi su spedizioni più brevi, al massimo due mesi, ma spesso più intense, sullo stile della traversata del Ciad.
Se dovessi indicare un territorio — geografico o concettuale — che ancora non hai esplorato e che ti chiama, quale sarebbe?
In questi undici anni ho attraversato praticamente ogni tipo di ecosistema, dai fiordi artici della Norvegia in kayak, alla Jacuzia in bici con temperature sotto i -50°C, ai deserti del Ciad, Sudan e altre zone del Sahara, alla giungla del Borneo, dell’Africa centrale e dell’Amazzonia, fino all’Himalaya indiano, al Pamir in inverno, alle Ande tra Bolivia, Cile e Argentina dove ho raggiunto i 6.893 metri di quota. Ho attraversato steppe, l’oceano Atlantico, tundre e regioni mediterranee. Eppure esistono ancora luoghi molto più remoti, complessi e difficili da raggiungere. Con l’esperienza accumulata e la capacità di muovermi con diversi mezzi, dalla bici al kayak fino agli sci con slitta, spero in futuro di riuscire a esplorarli.
C’è qualcosa di volutamente controcorrente nel modo in cui Lorenzo esiste nel mondo e in rete. In un’epoca in cui l’avventura si misura in follower, storie in tempo reale e contenuti ottimizzati per l’algoritmo, lui ha scelto di dare priorità al momento vissuto hit et nunc.