Irlanda, la tigre celtica si sta rialzando. Storia di una vittoria della Troika

di Andrea Mollica | 04/08/2015

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L’Irlanda è uno dei Paesi simbolo della crisi dell’euro e delle politiche di austerità adottate per contrastarla. L’economia dell’isola, cresciuta a livelli record negli anni novanta e duemila e indicata come modello per la sua capacità di attrarre investimenti esteri, è crollata con la crisi finanziaria del 2008. Lo scoppio della bolla immobiliare che aveva inflazionato la crescita irlandese ha travolto il sistema bancario, salvato dallo Stato con un intervento da diverse decine di miliardi di euro che ha fatto esplodere il debito pubblico. Lo spostamento dell’insostenibilità del debito privato a quello sovrano ha causato una fuga di capitali e un’esplosione dei tassi delle obbligazioni statali, così che a fine 2010 l’Irlanda è stata costretta a chiedere l’assistenza finanziaria di Eurogruppo e Troika per evitare il default. Negli anni della crisi i governi di Dublino hanno adottato otto manovre di bilancio composte da tagli e aumenti delle tasse per contenere il disavanzo record. Dopo anni di recessione e aumento della disoccupazione la crescita è tornata a ritmi sostenuti nel 2014, e in Europa l’Irlanda è stata più volta indicata come un modello per come sia uscita dalla crisi.

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Crisi Irlanda cause –

Negli ultimi mesi il governo dell’Irlanda, guidato dal premier conservatore Enda Kenny, ha più volte ribadito la fine dell’austerità. Dal 2008 al 2014 gli esecutivi di Dublino hanno adottato, appunto, otto manovre o correzioni di bilancio per contenere il disavanzo e il debito pubblico esplosi con la crisi iniziata ormai 7 anni fa che ha concluso uno dei periodi di maggior crescita del benessere registrato in Europa negli ultimi decenni. A partire dagli anni novanta l’Irlanda è stata l’economia dell’eurozona cresciuta alla maggiore velocità. Dal 1995 al 2000 il Pil è aumentato con una media di poco inferiore ai 10 punti, tassi di crescita conosciuti in quel periodo solo nei Paesi emergenti, in particolare asiatici, da cui è nato il soprannome di Celtic Tiger, la tigre celtica, come le originarie quattro tigri asiatiche, Hong Kong, Corea del Sud, Singapore e Taiwan. Dopo lo scoppio della bolla della New Economy e la recessione seguita all’11 settembre del 2001 l’Irlanda ha frenato, ma la sua economia ha continuato a viaggiare più velocemente dell’eurozona.

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Tra il 2000 e il 2007, l’ultimo anno prima dello scoppio della crisi finanziaria globale, il Pil della Repubblica irlandese è aumentato con una media di poco inferiore ai 5 punti percentuali l’anno, mentre all’interno dell’unione monetaria la media non ha mai superato il 3%. La crescita economica ha beneficiato i conti pubblici dei governi di Dublino, chiusi in avanzo di bilancio fino all’arrivo della recessione globale. Il debito pubblico tra il 2003 e il 2007 è sceso dal già basso 30 fino al 24% in rapporto al Pil, un valore più che dimezzato rispetto alla media dell’eurozona e ben al di sotto del 60% fissato dai criteri di convergenza di Maastricht e dal Patto di stabilità e crescita.

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Il tasso di disoccupazione si è mantenuto al di sotto del 4% per tutti gli anni duemila, confermando la nuova posizione dell’Irlanda come uno dei Paesi più ricchi d’Europa, dopo esser stato il più povero ai tempi dell’adesione all’UE, allora Cee, nel 1972. Nel 2008 però la crisi finanziaria ha fatto esplodere l’economia dell’isola, cresciuta negli anni precedenti soprattutto grazie a una bolla immobiliare trainata dagli investimenti delle banche estere, in particolari tedesche. La competitività dell’Irlanda si era deteriorata, con un calo della produttività rispetto agli anni di maggior crescita, e un Pil sostenuto in prevalenza dal boom immobiliare finanziato con un significativo aumento del debito privato.

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Crisi irlanda perché –

Tra il 2008 e il 2009 l’economia dell’Irlanda ha subito una flessione particolarmente pronunciata. Dopo quasi vent’anni di crescita costante il Pil nel 2008 ha subito una contrazione di -2,6% nel 2008 e di -6,4% nel 2009, la peggior performance all’interno dell’eurozona.

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Il sistema bancario, esposto in modo drammatico a causa dell’enorme quantità di investimenti immobiliari finanziati negli anni precedenti, è stato sul punto di collassare quando sono diminuiti in modo rilevante i prezzi delle case. L’inflazione dei prezzi immobiliari tra la metà degli anni novanta e la metà del 2000 era stata la più alta in eurozona.

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Il boom dell’immobiliare aveva portato l’Irlanda a essere il Paese Ocse con la più alta percentuale di occupati in questo settore, fino a sfiorare il 15% nel momento di massima vitalità dell’edilizia. L’espansione di questa bolla è stata favorita in modo sensibile dagli investimenti delle banche, che prima dello scoppio della crisi avevano accumulato asset pari al 320% del Pil irlandese, un dato che indicava un pericoloso sovradimensionamento. Il rapporto tra prestiti e depositi degli istituti di credito del Paese, in merito ai clienti domestici, era del 133% del gennaio 2013 e del 215% del maggio del 2008, con un gap di finanziamento chiuso grazie ai prestiti raccolti sui mercati esteri, in particolare dalle banche britanniche. Il continuo calo dei prezzi delle abitazioni, che a fine 2010 ha raggiunto il 38% del picco raggiunto prima della crisi, unito alle sempre più crescenti difficoltà di finanziamento da parte delle banche favorito dalla crisi finanziaria seguita al fallimento di Lehman Brothers, ha spinto il governo di Dublino a salvare il sistema creditizio visti i rilevanti problemi di liquidità e solvibilità. Per alleviare i problemi di raccolta dei prestiti è stato adottato a fine 2008 il programma Credit Institutions Financial Support Scheme (CIFS), una garanzia pubblica di due anni su tutti i depositi delle banche irlandesi di due anni, mentre a fine 2009 è stato introdotto un ulteriore schema di supporto finanziario, Eligible Liabilities Guarantee Scheme (ELG), per permettere agli istituti di credito di emettere nuovo debito così come depositi con scadenza successiva al 2010. Il deteriorarsi della recessione ha accresciuto l’impossibilità delle banche di raccogliere capitali, spingendo l’Irlanda a interventi di ricapitalizzazione degli istituti e a creare una bad bank pubblica, National Asset Management Agency o NAMA, per smaltire i crediti deteriorati accumulatisi nei bilanci dei principali istituti irlandesi, Anglo Irish Bank, Allied Irish Bank, Bank of Ireland, Irish National Building Society, and Educational Building Society. Negli anni successivi allo scoppio della crisi il governo di Dublino ha iniettato nel sistema bancario circa 46 miliardi di euro, pari al 29% del Pil.

Irlanda crisi 2011 –

Nel 2008 la recessione ha spinto il governo dell’Irlanda, all’epoca guidato da Brian Cowen, ad adottare misure di austerità per contenere il rapido e imponente deterioramento delle finanze pubbliche. La contrazione economica, un gettito erariale eccessivamente dipendente dalla tassazione sulle transazioni immobiliari, crollate dal 2008 in avanti da quasi il 20% delle entrate complessive a un misero 2%, e una base imponibile relativamente ristretta – la pressione fiscale in Irlanda era pari a poco più del 30% sul Pil – hanno favorito un’esplosione del disavanzo pubblico, causato in prima battuta dai costosissimi interventi di stabilizzazione sul sistema bancario.

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Il deficit del 2008 è stato pari al 7% in rapporto al Pil, percentuale moltiplicatasi al 13,9% nel 2009 e poi esplosa al 32% nel 2010, l’anno in cui l’Irlanda è stata espulsa dai mercati dei capitali. Il Paese, che prima della crisi finanziaria del 2008 aveva un debito pubblico pari a poco più del 20% in rapporto al Prodotto interno lordo, ha sfondato rapidamente la soglia del 100%. Nel 2008 l’indebitamento pubblico era salito oltre il 40%, per poi arrivare al 111% nel 2011.

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L’incapacità di finanziarsi delle banche irlandesi si è trasferita de facto al governo di Dublino, che si è accollato una parte significativa delle loro perdite per evitare un collasso economico dell’intero Paese. A partire dall’estate del 2010, alla luce delle continue difficoltà del salvataggio del sistema creditizio nazionale, i mercati hanno iniziato a interrogarsi sulla solvibilità dell’Irlanda. Nella primavera del 2010 lo spread tra i Bund tedeschi e i decennali IGB è salito oltre i 300 punti base, una tendenza alla crescita esplosa nell’estate e nell’autunno fino a oltre 500 punti base, portando i rendimenti oltre l’8%. I momenti di maggior tensione sul debito sovrano sono state causati dalla decisione di dividere l’Anglo Irish Bank in due istituti, e dal rinnovo della garanzia pubblica sui depositi, adottata dal governo di Dublino vista la perdurante incapacità delle sue banche di finanziarsi sui mercati. L’esplosione del costo del debito ha così spinto l’esecutivo di Brian Cowen a chiedere assistenza finanziaria alle istituzioni dell’Unione europea e al Fondo monetario internazionale, seguendo così il destino della Grecia e anticipando di pochi mesi il Portogallo.

Crisi Irlanda Troika –

Dopo diverse settimane di trattative il governo di Dublino ha annunciato a fine novembre del 2010 l’intesa raggiunta con i creditori internazionali. Gli Stati dell’Eurogruppo con l’eccezione della Grecia, il Fondo monetario internazionale e la Banca centrale europea hanno disegnato un programma di aggiustamento economico da rispettare per l’erogazione di un volume di prestiti da 85 miliardi di euro. 22.5 miliardi di euro sono stati elargiti dai fondi salva euro EFSF e EFSM – il primo con garanzie fornite dai Paesi membri dell’unione monetaria, il secondo invece tramite il bilancio UE – con un tasso di interesse di riferimento del 3%. Lo stesso volume di crediti è stato stanziato dal FMI, con un tasso di interesse di riferimento vicino al 5%, mentre ulteriori prestiti bilaterali per circa 5 miliardi sono stati concessi dai governi di Regno Unito, Svezia e Danimarca, tre Paesi al di fuori dell’eurozona. Il volume complessivo del pacchetto di salvataggio ha raggiunto gli 85 miliardi di euro grazie ai contributi del fondo pensionistico e del ministero del Tesoro della stessa Irlanda. Il programma di assistenza finanziaria ha previsto 35 miliardi di euro per interventi ulteriori di stabilizzazione del sistema bancario, e 50 miliardi per finanziare le attività correnti dell’Irlanda. Il Memorandum of Understanding della Troika per l’Irlanda si è posto tre obiettivi: un sistema creditizio meno sovradimensionato e più capitalizzato, misure di consolidamento fiscale aggressive, e riforme strutturali meno incisive rispetto a quanto visto in Grecia e Portogallo visto l’elevato livello di flessibilità e dinamicità dell’economia. Due delle più grandi banche del Paese, Anglo Irish e INBS, sono state prima fuse in un nuovo istituto, e poi chiuse nel 2013, Permanent TSB ristrutturata e poi venduta a una banca svedese, con una complessiva diminuzione dei bilanci del sistema creditizio di circa 70 miliardi di euro. L’intervento complessivo di ristrutturazione delle banche irlandesi finanziato dal programma di assistenza internazionale è costato 24 miliardi di euro, una cifra inferiore rispetto alle aspettative iniziali. Per consolidare i bilanci pubblici il nuovo governo di Enda Kenny, arrivato al potere nelle elezioni anticipate del 2011, ha proseguito le severe misure di austerità introdotte negli anni precedenti.

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Gli stipendi pubblici sono stati ridotti del 15% tra il 2009 e il 2010, con una significativa riduzione dei benefit sociali, l’Iva è stata alzata dal 21 al 23%, è stata aumentata in modo significativo la quota di persone sottoposte alla tassazione sul reddito con contemporanea riduzione degli sgravi fiscali, e sono state introdotte due nuove imposte, un contributo generale e un’imposta sulla casa legata al valore immobiliare, che sono diventati particolarmente impopolari. Altrettanto avversata dalla popolazione è stata l’adozione di una tariffa fissa sull’acqua. L’Irlanda era l’unico Paese industrializzato a non far pagare i consumi idrici ai cittadini.

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CRISI IRLANDA 2014 –

I governi di Dublino hanno difeso il modello irlandese fatto di un prelievo minimo sulle garanzie, garantito da bassi contributi sociali per il finanziamento della previdenza, e soprattutto la minima tassazione a cui sono sottoposte le imprese. In Irlanda l’imposizione sui redditi delle società è pari al 12,5%, un valore così basso che ha favorito l’arrivo di centinaia di aziende americane e internazionali che hanno scelto Dublino o altre città irlandesi come sedi sociali. Gli Stati europei, in particolare Germania e Francia, hanno storicamente avversato la concorrenza fiscale fatta dall’Irlanda, rimproverata di esser sleale visto il livello molto più basso dell’aliquota rispetto alla media dell’unione monetaria. I governi di Cowen e Kenny hanno difeso questo pilastro del sistema Irlanda e i fatti gli hanno dato ragione. Il Paese è uscito dal programma di assistenza finanziaria dopo 3 anni, e alcuni rimborsi al Fondo monetario internazionale sono stati anticipati sfruttando la discesa dei tassi di interesse che ha caratterizzato l’eurozona dall’autunno del 2012 in poi. Dopo esser saliti sopra al 10% nei primi mesi del programma di assistenza finanziario, i rendimenti dei bond decennali irlandesi sono scesi sotto al 2%, con spread rispetto ai Bund significativamente inferiori ai 100 punti base. La convergenza del costo del debito irlandese con l’area core dell’eurozona è stata favorita dal buon andamento economico registrata in questi anni. La stabilizzazione del sistema bancario, la crescita del mercato immobiliare e la ripresa di Stati Uniti e Regno Unito, economie a cui l’ Irlanda è particolarmente legata viste le numerose società di questi Paesi che vi hanno dislocato la sede sociale, hanno favorito un incremento del Pil ben superiore all’eurozona. Dopo la stagnazione di 2012 e 2013, l’Irlanda è cresciuta del 4,8% del 2014, il migliore risultato all’interno dell’unione monetaria, con una crescita del gettito erariale che ha consentito al governo di Kenny di annunciare la fine dell’austerità. Il disavanzo è sceso costantemente, dopo il record negativo del 32% annuo, passando dal meno 12,7% del 2011 al meno 4,1% dell’anno scorso. Il debito pubblico ha mostrato una dinamica di aumento contenuto e poi calo negli anni del programma di assistenza finanziaria, diminuendo nel 2014 al 109%, 2 punti percentuali in meno rispetto al 111%, il valore da cui era iniziato il supporto della Troika.

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Il tasso di disoccupazione, che era salito sopra il 15%, ora è sceso sotto al 10%, anche se rimangono elevati i senza lavoro di lungo termine, circa la metà delle persone che ricevono i sussidi sociali. Il tasso di disoccupazione giovanile, che aveva superato il 30%, si è abbassato fino al 20%. Valori ancora molti distanti da quelli precedenti alla crisi, ma che testimoniano una ripresa dell’economia che sta provocando benefici gradualmente avvertiti anche dalla popolazione. Il lascito più amaro della crisi è stata la forte crescita della povertà. Secondo l’ufficio di statistica irlandese 1,4 milione di irlandesi vivono in condizioni di forzata deprivazione, circa il 30% della popolazione, una percentuale raddoppiata rispetto al 2007. Poco meno del 10% vive sotto la soglia della povertà assoluta, anch’essa percentuale più che raddoppiata rispetto allo scoppio della crisi, e tra le più alte in Europa.

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