Manduria, arrivano le prime condanne contro tre dei giovani che vessavano Cosimo Antonio Stano

di Enzo Boldi | 29/05/2020

Cosimo Antonio Stano

La storia di Cosimo Antonio Stano aveva provocato grande sdegno e indignazione. Il 66enne, con problemi psichici, è morto il 23 aprile dello scorso anno per una ulcera gastrica perforante dopo essersi rinchiuso in casa. L’uomo non varcava l’uscio della propria abitazione di Manduria (in provincia di Taranto) dopo aver subito numerose aggressione da parte di una banda di giovani. Urla, sberleffi, schiaffi, pugni e calci: tutti ripresi dagli smartphone dei ‘protagonisti’ di questa assurda vicenda e condivisi sulle chat Whatsapp. Ora arrivano le prime tre condanne per i maggiorenni coinvolti che hanno chiesto il rito abbreviato. Cade, però, l’aggravante per la morte dell’uomo.

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Il giudice per l’udienza preliminare ha condannato a dieci anni di reclusione un 19enne e un 23enne, mentre l’altro 23enne dovrà scontare una pena di 8 anni e 8 mesi. Il reato contestato ai tre giovani è quello di tortura, ma è decaduta l’aggravante della morte sopraggiunta delle vittima e quella di sequestro di persona. Il pubblico ministero, basandosi sui referti del medico legale e dei periti nominati dalla stessa gup, aveva chiesto una pena di 20 anni di carcere per tutti e tre i giovani.

Cosimo Antonio Stano, le prime tre condanne

Secondo i medici, infatti, lo stress provocato da quelle continue vessazioni, dai pugni, dagli schiaffi e dai calci, potevano essere una concausa che poi ha provocato l’ulcera gastrica perforante che ha ucciso Cosimo Antonio Stano. Per il gup del Tribunale di Taranto, però, questi elementi e quella correlazione non sono state ritenute certe e, per questo, ha deciso di far decadere l’accusa di sopraggiunta morte.

Cadute le aggravanti

I tre, che fino a questo momento erano agli arresti domiciliari, facevano parte della cosiddetta ‘Banda degli Orfanelli’ che a Manduria si erano resi protagonisti di molti atti vessatori nei confronti non solo di Cosimo Antonio Stano, ma anche di altre persone. Di quel gruppo facevano parte anche diversi minorenni che non solo partecipavano a questi raid, ma riprendevano il tutto con i loro smartphone condividendo i video delle loro ‘imprese’.