Cosa ci fanno le Ong nel Mediterraneo?

di Daniele Tempera | 08/07/2019

  • Mentre in rete si scatena il complottismo, la realtà sembra essere ben diversa

  • Dalla fine dell'operazione "Mare Nostrum" nel 2014, le autorità europee non sono riusciti a coordinare delle operazioni di salvataggio strutturate

  • E le famigerate Ong coprono sempre più il vuoto istituzionale e quello di un'Europa che vorrebbe rimuovere il problema dell'immigrazione

Per il ministro dell’Interno Salvini sono “trafficanti di esseri umani”. Per la miriade di commentatori dei gruppi complottisti sono nientemeno che massoni stipendiati dal fantomatico Soros. Il loro compito? Favorire l’immigrazione clandestina per sostituire progressivamente le popolazioni europee.

È uno strano tempo quello in cui chi salva vite viene additato da politici e larga parte dell’opinione pubblica come criminale, o peggio, come cospiratore. È un tempo addirittura inquietante quello in cui deliri politici come il fantomatico piano Kalergi o la teoria della sostituzione di Renaud Camus diventano “sentire comune”. Ma la domanda è tuttavia ineludibile: perché ONG come la Sea Watch o Mediterranea operano nel Mediterraneo Centrale?

Stragi nel Mediterraneo: un film muto che si ripete

Per avere un’idea dobbiamo tornare indietro nel tempo. Le stragi nel Mediterraneo e nel Canale di Sicilia non sono purtroppo una novità. La striscia di mare che separa il nostro Paese dal Nord Africa è sempre stata una rotta fondamentale per molti migranti e i mezzi con i quali molti approdano sulle nostre coste sono spesso di fortuna.

E le tragedie non mancano. Come quella del 25 dicembre 1996 , ricordata come la “Strage di Natale”, quando una vecchia nave di legno, gravemente sovraccarica dal trasporto di clandestini provenienti da India, Pakistan e Sri Lanka affondò, causando la morte di almeno 283 persone. Ad accorgersi dei morti, furono i pescatori del luogo, ma la tragedia fu resa nota solo nel 2001 grazie a un’inchiesta giornalistica.

O come il terribile Naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 , quando un’imbarcazione libica si inabissò a mezzo miglio dall’isola siciliana provocando la morte di ben 368 persone. Una quantità di vittime da brivido che si andavano a sommare a quel cimitero silenzioso che stava  progressivamente diventando il Mediterraneo. Sembra strano ricordarlo, ma a distanza di nemmeno sei anni, l’impatto che quella strage di innocenti ebbe sull’opinione pubblica italiana fu evidente. E la risposta del Governo immediata.

Dall’Operazione “Mare Nostrum” alle missioni europee

Gli anni tra il 2013 e il 2014 è il momento in cui il flusso migratorio verso l’Europa, e in particolar modo verso il nostro Paese fanno registrare numeri da record. L’allora Governo Letta, per evitare stragi come quella di Lampedusa, varò un’operazione di salvataggio, interamente finanziata dal Governo Italiano denominata “Mare Nostrum”. I mezzi furono all’altezza della sfida: quasi 9 milioni di euro al mese investiti nel salvataggio dei profughi e nel contrasto all’immigrazione clandestina, e i risultati furono palpabili. Furono oltre 100mila le persone soccorse e 728 scafisti arrestati in un anno.

La soppressione della missione nell’autunno del 2014 scatenò le dure critiche delle associazioni umanitarie e della stessa UNHCR, l’organizzazione Onu per i rifugiati. “Mare Nostrum” fu sostituita infatti nel novembre 2014 da Triton, l’operazione dell’agenzia europea Frontex, per il controllo delle frontiere. E le differenze furono subito sostanziali.

Il mandato di “Mare Nostrum” si spingeva fino alle Coste Libiche, mentre la missione Triton si limitava al pattugliamento delle coste italiane; il controllo delle acque esercitato nella nuova missione UE si limitava ad appena 30 miglia a largo di Sicilia, Calabria e Puglia con un budget mensile di appena di 2,9 milioni di euro. In sostanza Triton si limitava al controllo delle frontiere demandando di fatto agli stati membri le operazioni di soccorso in mare. Una sconfitta enorme per chi sognava una missione europea di largo respiro, con una UE capace di assumersi la responsabilità di un problema epocale.  E il conto dei morti è di fatto continuato a salire, raggiungendo un vero e proprio picco nel 2016.  . L’episodio che riportò simbolicamente agli occhi del mondo, il dramma dell’emigrazione, fu la strage del 18 aprile 2015 quando un’imbarcazione eritrea naufragò al largo della Libia causando dai 50 ai 700 morti (non esistono stime ufficiali). Fu grazie a questa strage che si decise, nuovamente, di estendere l’are di intervento di “Triton”.

La funzione essenziale svolta dalle ONG

Nel maggio del 2015 il raggio di attività dell’operazione Triton fu ampliato e portato fino a 138 miglia nautiche a Sud della Sicilia.  Ma le morti sono continuate, secondo alcuni anche grazie all’inattività delle autorità UE.

La denuncia più eclatante venne da un report denominato “Death By Rescue” del 2016  (con prefazione dell’allora europarlamentare Barbara Spinelli) in cui venivano riportate le colpe delle autorità Ue nelle stragi del Mediterraneo, prima fra tutte quella di ignorare le  le richieste di soccorso fatte dai migranti con i telefoni satellitari, violando  di fatto le leggi internazionali.

Il resto è storia recente. Nel febbraio 2018, Triton viene sostituita dall’operazione “Themis”: le acque da pattugliare sono solo 24 miglia nautiche dalle coste territoriali (contro le 30 di Triton), mentre il focus non è solo l’immigrazione, ma anche il contrasto al traffico di droga. L’aprile del 2018 segna anche il definitivo affossamento, grazie al governo gialloverde, della missione “Sophia”: un’operazione nata nel 2015 con l’obiettivo di sgominare i trafficanti di esseri umani, addestrare la Guardia Costiera libica e (occasionalmente) svolgere operazioni di soccorso. Attualmente la missione si regge solo sulle forze aeree: le navi militari non sono di fatto più operative, rendendo di fatto impraticabile il raggiungimento degli obiettivi prefissati.

In questo contesto appare evidente che l’opera delle organizzazioni non governative nel Mediterraneo Centrale, supplisce l’enorme la mancanza della politica europea e dei compiti che dovrebbero essere svolti dalle autorità governative propriamente dette. Secondo stime Unhcr solo nel 2017 il 33% dei salvataggi in mare sono stati opera delle famigerate ONG. Non è un caso che molte ONG segnalano come la loro discesa in campo nel Mediterraneo la fine della missione “Mare Nostrum” e della costruzione di un’alternativa internazionale credibile, mentre un Paese come l’Italia affida il salvataggio dei disperati a un Paese distrutto, e in piena guerra civile, come la Libia.

Perché, mentre diminuiscono gli sbarchi, aumenta drammaticamente anche il tasso di mortalità nel Mediterraneo. È solo tutto più invisibile. Sembra allora che il peccato delle famigerate ONG (nel Mediterraneo quelle operative sono appena 4) sia questo: dare visibilità alla disperazione, al nostro senso di colpa e quello che non vorremmo vedere. Dare corpo a un’impotenza politica che non è italiana, ma europea. Approdare direttamente nella nostra coscienza e ricordarci che, a vario titolo, siamo coinvolti anche noi. Con buona pace di Soros e di tutti gli eventuali piani Kalergi ai quali all’estrema destra continua ad appellarsi.