Ciao Carola

Federica Basili 10 Giu 2026
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Se ne va una delle voci più lucide del giornalismo tecnologico italiano, capace di spiegare la cybersicurezza senza mai dimenticare le persone.

Si fa fatica a scriverne al passato. La notizia è arrivata qualche giorno fa dal sito di Guerre di Rete, il progetto che porta più di ogni altro la sua firma, con parole che chi l’ha conosciuta riconoscerà subito come vere: era stata “anima e linfa” di quel lavoro.

Chi ha avuto modo di lavorarci accanto ricorda la stessa cosa: la precisione, l’assenza di scorciatoie, l’abitudine a verificare prima di raccontare.

Guerre di Rete, l’idea diventata un presidio

Il progetto che porta più di ogni altro la sua firma nasce in un momento di svolta. Nell’estate del 2018, mentre dopo diciotto anni decideva di lasciare il giornalismo come professione,Carola lanciava la newsletter Guerre di Rete, nello stesso anno del saggio omonimo edito da Laterza. All’inizio era una cosa minima: una mail settimanale, gratuita, scritta nel tempo libero, senza sponsor né pubblicità. È cresciuta fino a oltre 14.000 iscritti, e da marzo 2022 si è aggiunto il sito GuerrediRete.it, nato unendo le forze con l’associazione Cyber Saiyan, community indipendente di professionisti della cybersicurezza.

A renderlo diverso era il metodo. Un modello di “slow journalism”: non rincorrere la notizia quotidiana, ma dare senso e completezza alle vicende, con toni misurati e in modo trasparente, su tre principi semplici e oggi non scontati: accuratezza, verifica delle fonti, originalità. Con una scelta di fondo che spiega molto di lei: un progetto del tutto no profit, costruito sul volontariato, senza editori né inserzionisti, sostenuto direttamente dai lettori. Negli anni si è allargato senza tradirsi, fino alla newsletter in inglese Digital Conflicts nel 2024. Una mappa, più che una rubrica, su cybersicurezza, sorveglianza, privacy, intelligenza artificiale, diritti umani, politica e lavoro.

Quello che distingueva Carola non era solo la competenza tecnica. Era lo sguardo.

La cybersicurezza non era soltanto protezione di sistemi e dati: era difesa di persone vulnerabili, attivisti, giornalisti, comunità esposte a sorveglianza e repressione. Non un caso, allora, se una parte importante del suo lavoro si è svolta fuori dalle redazioni: aveva fatto parte del team dedicato alla sicurezza globale del Segretariato internazionale di Amnesty International e poi del dipartimento globale di sicurezza informatica di Human Rights Watch.

Le anime belle lasciano sempre un segno.