Si era presentato come la «cattivissima Giulia» per manipolare tre bambine

di Redazione | 18/06/2019

vicini di numero

Era il vicino di casa in apparenza tranquillo. Con una scusa banale era riuscito a ottenere il numero di cellulare di una bambina di 11 anni. Aveva dedicato uno smartphone soltanto a quella chat. Ed è proprio in quella chat che si faceva chiamare «cattivissima Giulia», fingendosi una bambina e chiedendo alle sue ‘vittime’ di fare delle cose dietro minaccia.

Cattivissima Giulia, la vicenda e le indagini a Lodi

Dopo cinque mesi di indagini, i carabinieri del comando provinciale di Lodi hanno arrestato un uomo di 48 anni che aveva importunato e soggiogato almeno tre ragazzine nel suo luogo di origine. Il numero delle altre due bambine era stato ottenuto attraverso il passaparola con la sua prima vittima. Quello che alle bambine sembrava un gioco con un’amica virtuale era in realtà la perversione di un uomo che riusciva, in questo modo, ad avere contatti con le sue vittime.

La ‘cattivissima Giulia’, infatti, chiedeva alle bambine di andare a casa sua (dove tornava a essere il tranquillo signore di 48 anni), di scattarsi delle fotografie, di sottoporsi a rituali purificatori con il latte. Una vicenda davvero devastante, di cui i genitori delle bambine – che all’epoca del primo contatto erano nell’estate del passaggio dalla scuola elementare alla scuola media – non sospettavano assolutamente nulla.

Come si è arrivati all’individuazione della ‘cattivissima Giulia’

Qualcosa è scattato soltanto quando la ‘cattivissima Giulia’ era riuscita a entrare in contatto anche con una quarta ragazzina. Quando quest’ultima ha detto alla madre che sarebbe andata in quella casa, i genitori si sono preoccupati e hanno messo in moto la macchina delle indagini. Le altre tre ragazzine sono rimaste in silenzio: l’uomo minacciava la loro famiglia e le loro amiche. Stando alle dichiarazioni di chi ha condotto le indagini, a quell’età, pur di mantenere dei segreti, le ragazze sono disposte a tacere su qualsiasi cosa. Ora l’incubo è finito.

Photo: Julian Stratenschulte/dpa

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