Camilla Brossa (CAIA Consulting): “L’AI non fa miracoli. Prima le aziende devono digitalizzare i processi”

Federica Basili 2 Lug 2026
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Torinese, formazione internazionale, anni in Silicon Valley e due licenziamenti nel pieno della crisi del tech che, invece di fermarla, l’hanno spinta a fondare qualcosa di suo. Oggi Camilla Brossa guida CAIA Consulting, società di consulenza strategica su intelligenza artificiale, blockchain e Web3, insegna ad Harvard e con CAIA Music aiuta gli artisti a trasformare la tecnologia da minaccia in alleato. Il suo approccio ribalta la logica dominante del mercato: prima di implementare l’AI, dice, bisogna capire come funziona davvero un’azienda e avere il coraggio di sconsigliare una tecnologia quando non serve.

Ci ha raccontato cosa ha portato in Italia dalla Silicon Valley (e cosa ha dovuto lasciare indietro), perché il panico da intelligenza artificiale è l’errore più comune tra le imprese italiane e quale trasformazione, secondo lei, non possiamo più permetterci di rimandare.

Il suo percorso parte da Torino, passa per la Silicon Valley e torna in Italia con CAIA Consulting. Cosa l’ha spinta a riportare in Italia un approccio “made in Silicon Valley”, e cosa ha dovuto adattare al contesto imprenditoriale italiano?
Credo profondamente che l’Italia abbia un potenziale enorme. Quando vivi all’estero te ne rendi conto ancora di più. Abbiamo il Made in Italy, una creatività incredibile e una capacità di risolvere i problemi che spesso diamo per scontata. Il problema è che, a volte, siamo i primi a non credere abbastanza nelle nostre potenzialità.
Quello che ho imparato in Silicon Valley non è tanto una tecnologia o un modello di business, ma un modo di pensare: sperimentare velocemente, collaborare, non avere paura di sbagliare e costruire con una visione di lungo termine.
Oggi credo che l’intelligenza artificiale rappresenti una grande opportunità proprio per l’Italia. Se deleghiamo all’AI gran parte dell’esecuzione tecnica, possiamo concentrare il nostro tempo su ciò che ci rende davvero unici: creatività, pensiero strategico e capacità di innovare.
Naturalmente non tutto ciò che funziona in Silicon Valley può essere copiato in Italia. La nostra cultura imprenditoriale è diversa, così come il modo di prendere decisioni. Il mio lavoro è proprio questo: prendere il meglio di quell’approccio e adattarlo alla nostra realtà.

Ha lavorato in contesti molto diversi. Qual è stato il momento in cui ha capito che doveva fondare qualcosa di suo?
L’ho capito nel 2024.
Avevo appena perso il lavoro per la seconda volta a causa dei grandi licenziamenti che hanno colpito il settore tech. La prima volta l’avevo vissuta come un fallimento personale. La seconda, invece, ho deciso di guardarla in modo completamente diverso.
Mi sono detta: magari l’universo sta cercando di dirmi qualcosa.
Così ho deciso di smettere di cercare il prossimo lavoro e provare a costruire qualcosa di mio.
Col senno di poi è stata probabilmente una delle decisioni migliori della mia vita.

Come si bilancia il ruolo di imprenditrice con quello di docente e ricercatrice?
In realtà si alimentano continuamente.
La ricerca è sempre stata una delle cose che mi appassionano di più. Scherzando dico spesso che il mio lavoro è fare la “professional overthinker”: mi piace fare domande, continuare a chiedermi “perché?” e andare sempre un livello più in profondità.
Quando trovo un argomento che mi incuriosisce entro completamente nel cosiddetto “rabbit hole”: continuo a studiare finché non ho davvero capito come funziona.
Poi ho scoperto che questa curiosità è una competenza preziosa anche nella ricerca e nell’imprenditoria. È lo stesso approccio che porto quando scrivo articoli, insegno ad Harvard o lavoro con un cliente: cercare di capire il problema alla radice, invece di fermarmi alla superficie.

Quanto pesa ancora essere una donna alla guida di un’azienda di innovazione?
Cerco sempre di affrontare questo tema con molta cautela.
Credo che il modo migliore per raggiungere una vera parità sia smettere, per prime, di considerarci diverse.
È vero, qualche episodio di paternalismo mi è capitato. Qualche volta mi è successo che qualcuno cercasse di spiegarmi il mio lavoro. Però, se devo essere sincera, mi è successo molto di più negli Stati Uniti che in Italia.
La mia esperienza personale è stata positiva e preferisco concentrarmi sulle competenze piuttosto che sul genere. Alla fine quello che convince davvero sono i risultati.

C’è un progetto che racconta meglio di altri il vostro metodo di lavoro?
Negli ultimi anni abbiamo seguito molti progetti di integrazione dell’intelligenza artificiale in aziende di settori completamente diversi.
Quello che mi entusiasma di più, però, è quando la tecnologia può generare un impatto anche sociale.
In questo momento, ad esempio, stiamo lavorando a un progetto dedicato al supporto delle donne vittime di violenza e di relazioni tossiche. Non posso ancora raccontarne i dettagli, ma è esattamente il tipo di progetto che vorrei vedere sempre di più.
Per me la tecnologia ha senso quando migliora concretamente la vita delle persone.

Cosa unisce CAIA Music alla consulenza strategica?
L’idea è molto semplice: aiutare gli artisti a vedere la tecnologia come un alleato e non come un nemico.
Con CAIA Music li aiutiamo a capire come utilizzare strumenti come blockchain e AI per creare nuove opportunità economiche e costruire un rapporto più diretto con la propria community.
La tecnologia non sostituisce l’arte. Può però dare agli artisti più indipendenza e più possibilità di vivere del proprio lavoro.

Che ruolo hanno istituzioni e fondi europei?
Sono fondamentali.
Da una parte ci sono i fondi europei, che spesso finanziano progetti di innovazione e permettono anche alle aziende più piccole di fare investimenti importanti.
Dall’altra c’è tutta la parte normativa.
Penso ad esempio all’AI Act, che sta cambiando profondamente il modo in cui le aziende utilizzano l’intelligenza artificiale. Oggi non basta più adottare questi strumenti: bisogna anche sapere come usarli in modo responsabile e conforme alle normative europee.

I social sono divulgazione o business?
Entrambe le cose.
I social sono stati la mia più grande macchina di lead generation.
La cosa di cui vado più fiera è che non ho praticamente mai dovuto cercare clienti. Sono sempre stati loro a trovare me.
All’inizio è stato il passaparola, poi sono arrivati i social e il personal branding ha amplificato tutto questo.
Credo che quando condividi valore con costanza, la fiducia arrivi prima ancora della vendita.

Qual è l’errore più comune che vede nelle aziende?
Farsi prendere dal panico.
Molte aziende vedono che tutti parlano di AI e pensano di doverla implementare il prima possibile.
Il problema è che spesso lo fanno senza aver prima analizzato i propri processi.
L’intelligenza artificiale non è il punto di partenza.
Prima bisogna capire come funziona l’azienda, dove si perde tempo e dove si crea valore.
Solo dopo si sceglie se e come utilizzare l’AI.

AI, blockchain e Web3.
In realtà sono tecnologie molto diverse.
L’intelligenza artificiale è estremamente trasversale e oggi può creare valore praticamente in qualsiasi settore.
Blockchain e Web3, invece, sono tecnologie molto più verticali. Non devono essere utilizzate ovunque, ma solo dove risolvono davvero un problema.
Credo che in passato ci sia stato molto hype attorno alla blockchain, spesso legato alla speculazione.
L’AI, invece, è diventata molto più concreta e quotidiana: oggi chiunque la utilizza, magari senza nemmeno rendersene conto.
E probabilmente tra qualche anno inizieremo a fare lo stesso discorso anche sul quantum computing.

Le è mai capitato di sconsigliare una tecnologia?
Molto spesso.
Ci sono aziende che arrivano dicendo: “Vogliamo implementare l’intelligenza artificiale.”
Poi analizziamo insieme i processi e ci rendiamo conto che il loro problema non è l’AI.
Magari hanno bisogno prima di digitalizzare i processi o semplicemente di implementare un buon CRM.
Credo che il valore di un consulente sia anche avere il coraggio di dire: “Non è ancora il momento.”

La sua visione è ancora sostenibile?
Oggi più che mai.
Stiamo iniziando a delegare all’intelligenza artificiale sempre più responsabilità e persino parte dei processi decisionali.
Proprio per questo è fondamentale progettare queste tecnologie mettendo al centro l’essere umano.
L’obiettivo non dovrebbe essere sostituire le persone.
Dovrebbe essere renderle più libere di dedicarsi a ciò che solo gli esseri umani sanno fare davvero bene.

Qual è la trasformazione che non possiamo più rimandare?
La digitalizzazione dei processi.
Molte aziende vogliono implementare l’intelligenza artificiale senza rendersi conto che manca ancora lo step precedente.
Se i dati sono sparsi, i processi non sono digitalizzati e l’organizzazione non è chiara, l’AI non può fare miracoli.
Prima si costruiscono delle fondamenta solide.
Poi si decide dove l’intelligenza artificiale può realmente creare valore.

Un approccio che in Silicon Valley chiamerebbero “human-centered” e che adesso suona quasi come un ritorno al buon senso: costruire fondamenta solide prima di correre.

L’intelligenza artificiale non fa miracoli, sostiene Camilla Brossa, ma nelle mani giuste può liberare ciò che di più prezioso abbiamo: il tempo per pensare, creare e innovare.