“Cambiando io, cambiava anche mio figlio”: Genitori Diversi, il metodo che parte da dentro

Federica Basili 17 Giu 2026
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Ha lasciato il laboratorio di Biologia Molecolare con un contratto a tempo indeterminato e nessuna garanzia di atterrare da qualche parte. Oggi accompagna migliaia di genitori a costruire relazioni più sane con i propri figli — senza urlare, senza sensi di colpa, senza la perfezione come obiettivo.

Si chiama Giada Zurlo e ha fondato Genitori Diversi; dietro c’è una donna che ha imparato a fidarsi di un sogno letteralmente: è stato un sogno, racconta, a darle la spinta finale per licenziarsi.

Con il metodo scientifico ancora ben piantato nello sguardo e una curiosità che non si è mai spenta, ha costruito un progetto che parte da una premessa scomoda: se vuoi cambiare tuo figlio, inizia a cambiare te.

Vieni da un percorso scientifico, la ricerca in Biologia Molecolare e oggi fai tutt’altro: aiutare i genitori a tempo pieno a diventare guide più sicure ed efficaci. Cosa di quel metodo scientifico è rimasto nel modo in cui osservi, cresci i tuoi figli e accompagni gli altri genitori?

Rimane moltissimo. Anche se oggi faccio un lavoro completamente diverso, il metodo scientifico continua a influenzare il modo in cui osservo i miei figli e accompagno le famiglie. Ho mantenuto l’abitudine di osservare prima di trarre conclusioni: guardare i comportamenti, raccogliere informazioni, notare i trend, fare ipotesi e poi verificarle nella pratica.

Ma forse l’eredità più importante che mi ha lasciato la ricerca è la consapevolezza della complessità. Quando fai ricerca capisci che raramente esistono spiegazioni semplici o relazioni di causa-effetto lineari. E la stessa cosa vale per i bambini. Per questo tendo a diffidare delle visioni in bianco e nero e delle soluzioni universali. Cerco sempre di capire quali fattori stanno contribuendo a una situazione e quale equilibrio si è creato all’interno della famiglia.

Penso che sia anche questo a portarmi ad avere uno sguardo equilibrato: raramente vedo una situazione come una catastrofe o come qualcosa di irrimediabilmente sbagliato. La vedo più come un processo che possiamo osservare, comprendere e modificare un passo alla volta. E poi è rimasta una cosa che amo ancora moltissimo: la curiosità. Fare domande, osservare e continuare a imparare.

A un certo punto hai lasciato il laboratorio per dedicarti completamente a questo. Quando hai capito che non era più un progetto parallelo ma il tuo lavoro vero, e cosa ha pesato di più in quella scelta?

Credo di aver capito che non era più un progetto parallelo quando mi sono resa conta che tutto il mio tempo libero finiva lì. Leggevo, studiavo e ascoltavo contenuti sulla pedagogia, sulla leadership, sulla crescita personale. E mi accorgevo che mi appassionavano molto più della biologia. A un certo punto ho dovuto essere onesta con me stessa: forse era quello che volevo fare davvero.

Non è stata una scelta facile. Avevo un lavoro a tempo indeterminato, una carriera per cui avevo studiato tanti anni e nessuna garanzia che questo nuovo percorso avrebbe funzionato. Ma sentivo sempre più forte una sensazione: andavo al lavoro, facevo il mio dovere, ma non vedevo l’ora di tornare a casa per dedicarmi a quest’altro progetto. L’energia, la curiosità e l’entusiasmo erano ormai altrove.

Per molto tempo ho rimuginato sulla decisione, finché una notte ho fatto un sogno che mi ha dato la spinta finale. Stavo salendo una lunga scala a chiocciola costruita attorno a un albero. Continuavo a salire, sempre più in alto, finché mi rendevo conto che in cima non c’era nulla. E ricordo una sensazione fortissima di ansia e di vicolo cieco. Poi guardavo sotto di me e vedevo altri alberi, più bassi ma rigogliosi. Per raggiungerli avrei dovuto saltare, senza sapere esattamente dove sarei atterrata. Nel sogno ho fatto quel salto. E quando mi sono svegliata ho capito che era esattamente la scelta che stavo evitando da tempo. Quel giorno ho annunciato al mio capo che mi sarei licenziata.

Hai aperto Genitori Diversi dall’idea che “la felicità non è reale finché non viene condivisa”. Cosa stavi vivendo, come mamma, nel momento in cui hai deciso di metterti a scrivere per gli altri?

Ho iniziato a scrivere per gli altri quando ho cominciato a vedere, nella mia famiglia, quanto potere avessero alcuni piccoli cambiamenti nel mio modo di fare il genitore. Fino a quel momento, come tanti genitori, oscillavo spesso tra pensieri come: “Cosa c’è che non va in mio figlio?” oppure “Cosa c’è che non va in me?”. Poi ho iniziato a modificare alcune cose: il modo in cui parlavo, il modo in cui mettevo i limiti, il modo in cui interpretavo certi comportamenti. E ho visto che cambiando io, cambiava anche mio figlio.

Mi sono resa conto che molto spesso non servono grandi rivoluzioni, ma piccoli cambiamenti di prospettiva e di atteggiamento che possono avere un impatto enorme sulla vita quotidiana. E a quel punto non riuscivo più a tenermelo per me. Sentivo il bisogno di condividere quello che stavo imparando, perché sapevo quanto mi fossi sentita persa e sola in certi momenti.

Il nome “Genitori Diversi” è una piccola dichiarazione di intenti. Diversi rispetto a cosa, e da quale modello di genitore hai sentito il bisogno di smarcarti?

Da una parte ci sono i genitori molto severi, con aspettative alte, che però offrono poco supporto. Dall’altra ci sono i genitori molto calorosi e comprensivi, ma con aspettative molto basse. E poi c’è una terza categoria, forse la più comune: i genitori che oscillano continuamente tra questi due poli. Sono molto permissivi finché non ne possono più e allora diventano rigidissimi. Oppure sono molto severi finché la tensione diventa insostenibile e allora mollano tutto.

Io volevo qualcosa di diverso. Volevo uscire dall’idea che dobbiamo scegliere tra fermezza e calore, tra limiti e connessione. Quello che ogni giorno provo a trasmettere è che le due cose possono coesistere. Possiamo avere aspettative alte e allo stesso tempo offrire il supporto necessario per raggiungerle. Possiamo essere gentili senza essere permissivi. E possiamo essere fermi senza essere duri. Per me, un “genitore diverso” è proprio questo: qualcuno che unisce la fermezza di una volta con il calore che oggi sappiamo essere così importante per la crescita dei nostri figli.

C’è un consiglio sulla genitorialità che davi all’inizio e che oggi, qualche anno e tre figli dopo, non daresti più?

Non c’è un consiglio che oggi rinnego completamente, ma sicuramente ci sono alcune cose che oggi tendo a spiegare in modo diverso. All’inizio davo per scontato che il problema principale dei genitori fosse un eccesso di autoritarismo. Con il tempo, però, mi sono resa conto che molti genitori moderni faticano più con il permissivismo che con la severità. Per questo oggi sottolineo molto di più l’importanza dell’equilibrio.

Per esempio, spesso consiglio di dare delle scelte ai bambini. È uno strumento molto utile, soprattutto con bambini che sentono di avere poco controllo. Ma oggi aggiungo sempre una precisazione: non significa trasformare ogni momento della giornata in una trattativa. Perché se un bambino si abitua ad avere una scelta su tutto, finisce per aspettarsi una scelta su tutto. Quello che ho imparato in questi anni, e con tre figli, è che quasi ogni strumento educativo può essere utile o controproducente a seconda della dose. E quindi oggi sono molto più attenta a trasmettere non solo gli strumenti, ma anche il contesto e l’equilibrio con cui usarli.

Uno dei tuoi articoli più spiazzanti è “Perché NON dire ai figli che siamo orgogliosi di loro”. Da dove nasce questa tesi, e che reazioni ti porta dai genitori che ti leggono?

Quell’articolo nasce soprattutto dal lavoro di Carol Dweck e dagli studi sulla motivazione. E sì, è uno degli articoli che genera più reazioni. Molti genitori, leggendo solo il titolo, pensano che io stia dicendo di non fare mai complimenti ai figli o di non esprimere orgoglio. In realtà non c’è nulla di male nel dire “sono orgoglioso di te”. Il problema nasce quando tutte le nostre valutazioni arrivano dall’esterno.

Se un bambino riceve sempre e solo messaggi come “bravo”, “sono orgoglioso di te”, “sei stato fantastico”, rischia di abituarsi a cercare continuamente la conferma degli altri. E quando nessuno lo guarda più, la motivazione può diminuire. Per questo cerco di invitare i genitori ad affiancare alle valutazioni esterne anche domande che aiutino il bambino a sviluppare un proprio giudizio interno: “Tu come ti senti?”, “Sei soddisfatto di come è andata?”, “Di cosa sei più fiero?”, “Cosa hai imparato?”. L’obiettivo è aiutarlo a costruire una motivazione che non dipenda esclusivamente dall’approvazione degli altri.

Insisti molto sul crescere i figli senza urlare né minacciare. È un metodo che regge davvero nella vita quotidiana, o anche a te capita di non riuscirci? Come lo racconti senza far sentire in colpa chi ti legge?

Come dico sempre ai miei studenti, l’obiettivo non è la perfezione, ma il progresso. Quindi no, non credo che esistano genitori che non urlano mai. A me capita ancora oggi. La differenza è che oggi è l’eccezione, non la regola.

Penso alle nostre emozioni come a un sistema di allarme: se suona continuamente, per qualsiasi cosa, a un certo punto nessuno ci fa più caso. Molti genitori, me compresa all’inizio, reagiscono con la stessa intensità a un bicchiere di latte rovesciato e a un bambino che sta per attraversare la strada senza guardare. Ma non credo nemmeno che l’obiettivo sia non mostrare mai irritazione. Ci sono situazioni in cui è giusto che i nostri figli percepiscano che hanno oltrepassato un limite. L’obiettivo non è spegnere completamente l’allarme, ma fare in modo che funzioni bene. Che suoni quando serve. La cosa che mi aiuta di più è ricordarmi che sono un allenatore, non un giudice. Un allenatore non si aspetta che l’atleta sia già perfetto. Sa che gli errori fanno parte dell’apprendimento.

Hai una serie, Un influencer per amico, in cui intervisti persone comuni su esperienze fortissime: un cammino, una perdita, una rinascita, perfino una mamma che racconta la morte del figlio. Cosa cerchi in queste storie, e cosa ti hanno insegnato sul tuo essere genitore?

In quelle storie cerco soprattutto insegnamenti. Ho una convinzione molto forte: gli insegnanti possono essere ovunque. Non solo nei libri, nei corsi o negli esperti, ma anche nelle persone comuni che hanno attraversato qualcosa di difficile, di coraggioso o di straordinario. La verità è che sono innamorata delle storie. Mi nutrono.

Ascoltare le esperienze degli altri mi aiuta ad allargare la mia prospettiva, a vedere possibilità che prima non vedevo e a imparare lezioni che magari non avrei mai imparato da sola. Le storie di resilienza, di perdita, di coraggio, di rinascita mi ricordano continuamente di cosa sono capaci gli esseri umani quando attraversano le difficoltà. Mi aiutano ad avere più fiducia nei miei figli, nelle loro risorse e nella loro capacità di affrontare la vita.

Parli tanto di crescita personale prima ancora che di genitorialità. Qual è il lavoro su te stessa che ha cambiato di più il tuo modo di stare con i tuoi figli — e che oggi porti anche ai genitori che segui?

Probabilmente il lavoro su me stessa che ha cambiato di più il mio modo di essere genitore è stato imparare a prendermi il 100% della responsabilità della mia vita. In passato tendevo più facilmente a sentirmi vittima delle circostanze. Oggi, quando c’è qualcosa che non mi piace, la domanda che mi faccio è diversa: “In che modo sto contribuendo a questa situazione?”. Quando ci sentiamo vittime, siamo impotenti. Quando ci assumiamo la responsabilità della nostra parte, possiamo agire.

E questa è una delle lezioni più importanti che porto anche ai genitori. Molto spesso pensiamo che il comportamento dei nostri figli sia un problema che appartiene esclusivamente a loro. In realtà le dinamiche familiari sono quasi sempre una co-creazione. Noi influenziamo i loro comportamenti molto più di quanto immaginiamo. E questa è una splendida notizia. Perché significa che, cambiando qualcosa nel nostro atteggiamento, nelle nostre reazioni o nelle nostre abitudini, possiamo spesso modificare profondamente anche i comportamenti dei nostri figli — senza doverli controllare.

Genitori Diversi nasce come blog, ma vivi anche di Instagram e Facebook. Cosa puoi dire in un articolo lungo, o dentro un percorso formativo, che un post non ti permette, e cosa invece i social fanno meglio?

Per me i social sono un po’ la vetrina del negozio. Servono a catturare l’attenzione, a far riflettere, a offrire uno spunto o una prospettiva diversa. Ma soprattutto, danno un ingrediente della ricetta. Ed è importante ricordarselo. Perché se prendi un ingrediente da una ricetta, un altro da un’altra e un altro ancora da una terza, è possibile che il risultato finale non funzioni, anche se ogni singolo ingrediente è ottimo. La vera trasformazione avviene quando ti viene data l’intera ricetta.

Detto questo, penso che i social abbiano comunque un valore enorme. Perché possono fare una cosa molto preziosa: ricordarci ciò che sappiamo già. Molto spesso dietro c’è un libro, un corso o un percorso che ho fatto con loro. I loro contenuti diventano piccoli promemoria quotidiani che mi aiutano a tenere vivi certi concetti. Ed è una cosa che mi dicono spesso anche i miei studenti: continuano a seguirmi non tanto per imparare qualcosa di completamente nuovo ogni giorno, ma perché i contenuti li aiutano a ricordarsi, nel caos della vita quotidiana, il genitore che vogliono essere.

Oggi i social sono pieni di contenuti sulla genitorialità, spesso in pillole e molto assertivi. Che rapporto hai con questa “iper-educazione” online e con il rischio che generi più ansia che aiuto nei genitori?

Penso che il rischio esista. Ma penso anche che sia inutile cercare di cambiare il “fuori”. Ci saranno sempre più persone che parlano di genitorialità online, sempre più opinioni e sempre più informazioni. La vera domanda è: come impariamo a usare bene tutto questo?

Faccio spesso un paragone con l’alimentazione. Se mi affacciassi ai social senza avere alcuna conoscenza di nutrizione, probabilmente dopo dieci minuti chiuderei Instagram senza sapere più cosa mangiare. Se invece ho delle basi solide e dei principi chiari, allora posso ascoltare idee diverse senza perdermi. Il problema non è la quantità di informazioni — è quando vengono consumate senza avere un filtro. Per questo credo che il vero obiettivo non sia seguire più contenuti possibile, ma costruire una propria bussola. C’è una frase che uso spesso, non solo per la genitorialità ma per la vita in generale: “Prendo ciò che mi serve e lascio il resto.”

Tema delicato e molto attuale: lo sharenting, cioè quanto esporre i propri figli online. Tu come ti regoli con i tuoi figli, e dove metti il confine tra raccontare e mostrare?

Personalmente sono piuttosto prudente su questo tema. Ho scelto di non mostrare il volto dei miei figli online. Se compaiono nei miei contenuti, è molto raro e generalmente di spalle o in modo da non renderli riconoscibili. Ma, più in generale, cerco proprio di usare poco il telefono quando sono con loro. Quando sono con i miei figli preferisco esserci davvero.

Per questo il mio modo di raccontare la genitorialità è più narrativo che visivo. Mi annoto episodi, conversazioni, intuizioni o situazioni che mi colpiscono e poi le trasformo in newsletter, articoli o contenuti. Racconto ciò che ho imparato dall’esperienza, più che mostrare l’esperienza stessa. Per me il confine sta proprio qui.

I tuoi figli crescono in un mondo digitale che tu da bambina non avevi. È la sfida educativa che ti spaventa di più, o la vedi diversamente?

È sicuramente una sfida enorme. Ma devo essere sincera: le sfide tendono più a incuriosirmi che a spaventarmi. Quando qualcosa mi preoccupa, la mia reazione naturale è cercare di capirla meglio. Cerco di tenermi aggiornata il più possibile sulla tecnologia, sui social media, sui videogiochi, sull’intelligenza artificiale e su tutto ciò che potrebbe entrare nella vita dei miei figli. Perché credo che sia molto difficile guidare bene qualcuno in un territorio che non conosciamo.

Non penso che la soluzione sia demonizzare la tecnologia o fare finta che non esista. Penso che la soluzione sia conoscerla abbastanza bene da poter insegnare ai nostri figli a usarla con consapevolezza. Allo stesso tempo cerco di fare un’altra cosa che considero altrettanto importante: fare in modo che i miei figli si innamorino del mondo reale. Perché il problema del mondo digitale è che può far impallidire quello reale — è più veloce, più stimolante, più immediatamente gratificante. Il nostro compito non è solo insegnare ai figli a usare bene il mondo digitale, ma anche assicurarci che non si perdano la straordinaria ricchezza di quello reale.

Oggi corsi, coaching e percorsi per genitori sono il tuo lavoro a tempo pieno. Cosa cambia quando smetti di “scrivere per” i genitori e cominci ad accompagnarli uno a uno o in gruppo?

È completamente diverso. Quando scrivi contenuti, in qualche modo stai parlando ai genitori. Quando li accompagni in un percorso, invece, stai parlando con loro. Possono raccontarti le loro difficoltà, le loro resistenze, i loro dubbi. Possono dirti cosa ha funzionato e cosa no. E questo permette di andare molto più in profondità.

La cosa che amo di più è vedere gli strumenti prendere vita nella quotidianità delle famiglie. Sentire i racconti di chi ha provato qualcosa, di chi ha cambiato prospettiva, di chi è riuscito a uscire da una situazione che sembrava senza via d’uscita. E poi c’è un’altra cosa che non mi aspettavo all’inizio: quanto imparino gli uni dagli altri. Spesso una domanda di una persona aiuta altre dieci. E vedere questa rete di supporto che si crea spontaneamente è una delle parti più belle del mio lavoro. A quel punto non sono più io che insegno qualcosa a qualcuno. Diventa una comunità di persone che si sostengono a vicenda.

La pubblicazione sul blog ha rallentato negli ultimi tempi. È una conseguenza naturale di questo spostamento verso corsi e coaching, o c’è anche un ripensamento su che cosa vuoi essere Genitori Diversi da qui in avanti?

Sì, è vero, la pubblicazione sul blog è rallentata parecchio negli ultimi anni. In parte è una conseguenza molto naturale dello spostamento verso corsi, percorsi e coaching. A un certo punto mi sono resa conto che attraverso un articolo spesso potevo offrire solo un pezzo del puzzle. Quello che desideravo fare era accompagnare le persone nell’intera ricetta.

E poi, se devo essere sincera, quando ho aperto il blog non sapevo esattamente cosa stessi facendo. Sentivo semplicemente un forte desiderio di condividere quello che stavo imparando. Non avevo una strategia, non avevo un piano preciso. Ho iniziato un po’ a tentoni, seguendo la curiosità e l’entusiasmo. Col tempo ho scoperto altri modi per raggiungere e aiutare i genitori, e mi sono accorta che mi viene molto più naturale parlare che scrivere. Detto questo, non credo ci sia stato un ripensamento rispetto alla missione. È cambiato più il mezzo che il messaggio.

Dove ti piacerebbe portare il progetto adesso — un libro, un podcast, una community più strutturata attorno ai tuoi percorsi? E con chi sogneresti di collaborare?

Se guardo al futuro, il podcast è probabilmente una delle direzioni che mi attira di più. Ascolto podcast da anni. Mi accompagnano durante le mie passeggiate. Sono uno dei mezzi che più hanno influenzato il mio modo di pensare e di crescere. Per questo mi piacerebbe molto, prima o poi, creare uno spazio del genere anche per Genitori Diversi.

In questo momento, però, ho un bambino piccolo a casa oltre agli altri due, e sto cercando di proteggere il più possibile il tempo dedicato alla famiglia. Ho imparato che ogni stagione della vita ha le sue priorità. Più in generale, mi piacerebbe continuare a costruire una comunità di genitori che hanno voglia di mettersi in discussione, imparare e crescere figli forti, autonomi e capaci di affrontare le difficoltà della vita. Per quanto riguarda le collaborazioni, penso a Paolo Crepet, Osvaldo Poli e Alberto Pellai — persone che stimo profondamente e dalle quali sento di avere ancora moltissimo da imparare. Sarebbe un grande privilegio poter confrontarmi con loro.

Genitori Diversi non è un manuale. È il frutto di una trasformazione personale che qualcuno ha avuto il coraggio di rendere pubblica, con la convinzione che condividere ciò che si impara sia già, di per sé, un atto educativo.