Lega, la famiglia Bossi salvata da Matteo Salvini e dal Pd

di Enzo Boldi | 24/01/2019

Bossi, Matteo Salvini
  • La IV Corte d'Appello di Milano ha dato il non luogo a procedere nei confronti dei Bossi

  • Nel processo che vedeva coinvolta la Lega Nord, solo l'ex tesoriere Belsito è stato condannato

  • Il Senatùr e il figlio salvati da una legge del Pd che ha permesso a Salvini di non presentare querela contro di loro

La IV Corte d’Appello ha dato il non luogo a procedere nei confronti di Umberto Bossi e il figlio Renzo nel processo che li vedeva coinvolti con l’accusa di appropriazione indebita. Il fondatore della Lega, in primo grado, era stato condannato a due anni e tre mesi di reclusione, mentre il figlio a un anno e sei mesi. Confermata, invece, la pena per l’ex tesoriere del Carroccio Francesco Belsito, la cui condanna è stata rimodulata passando dai due anni e sei mesi del primo grado a un anno e otto mesi. Esulta la famiglia Bossi, scagionata grazie a Matteo Salvini e a una legge del Pd.

Proprio il Partito Democratico, nel corso del governo guidato da Paolo Gentiloni, aveva approvato una legge che ha fatto molto comodo sia al Senatùr che al figlio. La norma, infatti, prevede l’obbligo di querela ad personam per questi reati, cosa che non è stata fatta dalla Lega che, per volontà di Matteo Salvini, l’ha presentata solamente nei confronti dell’ex tesoriere Francesco Belsito. Per questo motivo la Corte d’Appello non ha potuto far altro che dare il non luogo a procedere nei confronti dei Bossi.

La querela ad personam voluta dal Pd e che ha salvato i Bossi

«Sicuramente grazie a Salvini e alla Lega i quali hanno valutato i documenti delle indagini e hanno visto che le spese a me imputate non sono state pagate dal partito – ha detto Renzo Bossi a margine della sentenza che lo ha scagionato, insieme al padre, dall’accusa di appropriazione indebita dei fondi -. Sicuramente Salvini avrà valutato che tutti quei documenti che noi negli anni abbiamo portato, difendendoci in tutte queste udienze, dimostravano che quei soldi non li avevo mai presi e che quelle spese le avevo pagate io».

L’accordo privato tra Salvini e il Senatùr

Come riporta Il Fatto Quotidiano, dietro la mossa di Salvini di non querelare Umberto e Renzo Bossi – al netto delle prove scagionanti in suo possesso, come spiegato dal figlio Renzo – c’è un accordo siglato tra l’attuale leader del Carroccio e il fondatore della Lega Nord. Un patto d’acciaio firmato nel 2014 in cui Salvini si impegnava a tutelare il Senatùr, finito già allora nel bel mezzo di inchieste giudiziarie.

(foto di copertina: ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)