Come i no-vax hanno preso la chiusura del canale Basta dittatura! (male)

È stato pubblicato anche un messaggio che arriva direttamente dalla chat di Pavel Durov, in cui il fondatore di Telegram ricorda la sua infanzia a Torino

28/09/2021 di Gianmichele Laino

Game over. Mentre nei giorni scorsi, nonostante le indagini della procura di Torino e nonostante le richieste delle autorità italiane a Telegram per l’oscuramento del canale, c’era stata comunque una certa spavalderia da parte degli iscritti (che pensavano che mai il canale sarebbe stato chiuso, nonostante questi appelli), oggi c’è delusione e rabbia: è il risultato di Basta dittatura chiuso. La chat che ospitava oltre 40mila iscritti critici nei confronti della vaccinazione anti-Covid e nei confronti del green pass non è più operativa (almeno nel suo canale principale), in seguito alla diffusione di messaggi contenenti generalità di persone che venivano sistematicamente infastidite quando non minacciate. E, ovviamente, appelli alla violenza.

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Basta dittatura chiuso, come l’hanno presa gli utenti

Attualmente, se si cerca il canale Basta dittatura su Telegram ci si imbatterà in una schermata di avviso che annuncia: «Questo canale non può essere visualizzato perché ha violato i termini di servizio di Telegram».

Basta dittatura chiuso

In altri canali paralleli, come ad esempio Basta dittatura – proteste, nato il 28 luglio dopo un primo blocco del gruppo madre, si esprime molta insoddisfazione per il comportamento di Telegram. Gli iscritti, infatti, chiedono di rivolgersi direttamente al fondatore dell’app, Pavel Durov (che ha un canale ufficiale e verificato su Telegram, con cui spesso interagisce con gli iscritti stessi), affermando che, così facendo, Telegram si sia alienato la simpatia di diversi users che, a questo punto, lo abbandoneranno esattamente come fatto con Facebook.

Interessante che, a un messaggio di sollecitazione inviato dall’utente G….b scritto sotto all’ultimo post di Durov sul suo canale Telegram (un post all’interno del quale, tra le altre cose, si trattava di altre limitazioni legate alle policies di utilizzo della piattaforma), il fondatore dell’app di messaggistica ha dato una risposta molto articolata: «Questo canale e la chat di gruppo – ha scritto – hanno incitato alla violenza contro i medici che effettuano la vaccinazione.  Hanno pubblicato dati privati ​​di medici specifici e ne hanno chiesto l’esecuzione. Incitare alla violenza è contro i Termini di servizio di Telegram. Abbiamo avvertito gli amministratori di questi canali prima di fermare la violazione, ma non hanno agito.  Inoltre, è intervenuta anche la procura di Torino, città dove ho frequentato l’asilo e le elementari. Per quanto riguarda i flashmob, sono inutili. Su qualsiasi altra app mobile tali canali sarebbero stati rimossi settimane fa senza preavviso. A differenza della maggior parte delle altre piattaforme, Telegram consente agli utenti di esprimere ragionevoli dubbi e preoccupazioni in merito alla vaccinazione obbligatoria.  Ciò che non permetteremo mai, tuttavia, sono gli appelli pubblici alla violenza, che sono stati limitati su Telegram dal 2015».

Basta dittatura chiuso

Dunque, la motivazione non riguarda la diffusione di disinformazione sulla vaccinazione, ma le azioni di protesta che erano state promosse sull’app di messaggistica istantanea. Nel canale parallelo – che comunque continua a esistere, nonostante l’oscuramento del precedente – si continua a protestare, ora, anche contro lo stesso Telegram, ritenuto del tutto simile a Facebook nel «limitare la libertà d’espressione». Peccato che qui non si tratti di libertà d’espressione, ma di favorire delle indagini di una procura e di impedire (anche se, teoricamente, la stessa cosa potrà avvenire in decine di altri gruppi su Telegram) la reiterazione di comportamenti come quello di divulgare generalità e contatti di medici, giornalisti e politici delle istituzioni.

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