«Avevo ragione ad avere paura, torto a fermarmi» Andrea Petroni si racconta

Federica Basili 23 Set 2026
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Da economista con il posto fisso in banca a travel content creator tra i più seguiti d’Italia. Andrea Petroni, il fondatore di VoloGratis si racconta.

C’è una versione della sua storia che sembra un film: uno molla tutto di colpo e comincia a vivere di viaggi. Non è la sua. Quella di Andrea Petroni è la storia molto più vera di un sognatore prudente, cresciuto quando “prendere un aereo era un lusso” e sognare non era contemplato prima lo studio, poi il posto fisso, il mutuo, la casa.

Il sogno, Andrea, l’ha rimesso nel cassetto per anni, mentre VoloGratis diventava uno dei blog di viaggio più letti del Paese e le radio e i giornali cominciavano a cercarlo. Poi il destino ha aperto la porta che lui, da solo, non aveva il coraggio di spingere. Oggi è un travel content creator affermato, autore di libri e con TravelTag imprenditore del viaggio. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare tutto.

Chi era Andrea Petroni prima di VoloGratis, e cosa cercava che il posto fisso non gli dava?

Sono sempre stato un sognatore, fin da bambino. Mentre i miei amici passavano le giornate con un pallone tra i piedi, sognando di diventare calciatori, io sognavo un palco, una chitarra e il coraggio di vincere una timidezza che mi portavo dietro — e che, alla fine, grazie al blog ho vinto. Ma erano gli anni in cui non c’era molto spazio per sognare: bisognava studiare, trovare il posto fisso, accendere un mutuo, comprare casa. Così quel sogno l’ho messo in un cassetto per rincorrere qualcosa di più concreto. Mi sono laureato in economia, ho trovato il posto fisso, ho comprato casa con il mutuo. Eppure sentivo che mancava qualcosa: la libertà di essere davvero me stesso, un modo per raccontare quella parte di me che una vita così ordinata non sapeva contenere. Quella libertà l’ho trovata viaggiando.

La caccia ai voli Ryanair a 0,01 euro: cosa diceva di te, oltre al risparmio?

Non vengo da una famiglia ricca. Sono nato alla fine degli anni Settanta e sono cresciuto tra gli Ottanta e i Novanta, quando prendere un aereo era un lusso riservato a pochi. Quella caccia ai voli a un centesimo non era solo il modo di viaggiare spendendo poco: era la mia rivincita personale, la possibilità concreta di conoscere quell’Europa che fino ad allora avevo solo immaginato sui libri e in tv. E soprattutto era il modo per dare un taglio netto a una routine in cui non mi riconoscevo affatto.

Quando hai capito che quella “scocciatura” poteva diventare la cosa più importante della tua vita?

L’ho capito quasi subito, e mi ha sorpreso. Il blog era nato per aiutare amici e parenti a scovare l’offerta giusta e a rifare i viaggi che avevo vissuto con Valentina, con guide dettagliate delle mie esperienze. Ebbe un boom di visitatori fin dai primi mesi. Arrivarono le prime chiamate dalle radio nazionali, le interviste sui quotidiani, i messaggi di persone che mi ringraziavano e aspettavano ogni settimana i miei post. Eppure, nonostante tutto questo, non trovavo ancora il coraggio di lasciare il posto fisso per inseguire quello che stava diventando un sogno vero.

Nel 2012 radio, tv e giornali iniziano a cercarti. Perché non hai avuto il coraggio di mollare tutto, e quanto ti pesa oggi quella prudenza?

I motivi erano tanti e si intrecciavano tra loro. C’era l’incertezza di inseguire un mestiere che all’epoca semplicemente non esisteva ancora. E c’era la paura di deludere la mia famiglia, che aveva sempre creduto nella sicurezza del posto fisso come base su cui costruire una vita. Oggi quella prudenza mi pesa fino a un certo punto, perché guardando indietro penso che il cambiamento sia arrivato proprio nel momento in cui ero pronto a viverlo davvero.

Cos’è servito per fare davvero il salto? Un fatto preciso o una maturazione lenta?

Ci è voluto un licenziamento. La mia non è una di quelle storie da film, in cui uno molla tutto di punto in bianco e comincia a vivere di viaggi. L’azienda in cui lavoravo ha chiuso, e nella seconda tornata di licenziamenti sono rientrato anch’io — proprio mentre tornavo da un viaggio in Irlanda del Nord. È stato il destino a spingermi oltre quella porta che da solo non avevo il coraggio di aprire. E, soprattutto, è stata la lungimiranza di mia moglie, che ha sempre creduto in me e in questo progetto.

VoloGratis è “Andrea e Vale”: come si tiene insieme un matrimonio quando il partner è anche socio, collega e compagno di viaggio ventiquattro ore su ventiquattro?

Tutto è cominciato con Valentina, e viaggiamo insieme ormai da vent’anni. Se dovessi dire chi tra noi due parte più volentieri, direi lei senza esitare: e questo racconta già molto del nostro equilibrio. Valentina, però, ha anche una vita professionale ben distinta: è biologa nutrizionista, ha un suo studio e si divide con naturalezza tra i pazienti e le valigie.

Blogger, autore, voce radiofonica, content creator: in quale ti sei sentito più te stesso, e quale ti stava stretta?

In radio sono stato per circa dieci anni, con piccoli spazi settimanali su m2o, Radio Capital e Rai Radio 2: un’esperienza che mi ha fatto conoscere anche da chi non mi seguiva online. Ma è nei panni di blogger e content creator che mi sono sempre riconosciuto davvero. La parte che invece mi ha pesato di più, pur rendendomi orgoglioso, è stata la scrittura dei libri: tre titoli, di cui uno — il primo manuale italiano per diventare travel content creator — arrivato a tre edizioni. Di fatto ho scritto cinque libri, portando avanti in parallelo tutto il lavoro quotidiano da creator. È stata una delle esperienze più faticose della mia carriera.

Ti definisci “un semplice viaggiatore che ama raccontare i propri viaggi”: vera modestia o anche una difesa, in un settore di autoproclamati influencer ed esperti?

Non mi sento affatto un influencer, e a dirla tutta è una parola che non mi è mai piaciuta. Io non voglio influenzare nessuno. Voglio semplicemente essere utile a chi viaggia come me, esattamente come provo a fare fin dal 2009, il giorno in cui ho aperto il mio blog.

Qual è la cosa più difficile del restare rilevante per così tanti anni senza snaturarti?

Restare sempre te stesso. Detto così può sembrare scontato, eppure è tutto qui. I social cambiano, i formati cambiano, il modo di comunicare cambia di continuo; ma se riesci a rimanere fedele a chi sei, adattandoti ai nuovi linguaggi senza tradire la tua voce, allora resti a galla e continui a dire la tua, anno dopo anno.

C’è stato un momento in cui il viaggio è diventato più dovere che piacere? Come ne sei uscito?

Non ho mai pensato che questo lavoro avesse smesso di divertirmi. Ma ho attraversato un periodo molto difficile durante la malattia di mia mamma: quattro anni in cui, ogni volta che mi allontanavo da casa, stavo malissimo. Quel peso me lo sono portato addosso a lungo, più di quanto avrei voluto ammettere.

Da dove nasce il bisogno di non fermarti al racconto, ma di portare fisicamente le persone in viaggio?

Dopo tanti anni vissuti dietro uno schermo, ho sentito il bisogno di trasformare il virtuale in reale, di portare fuori da un display quel legame che si era creato online in tutti questi anni. Anche se lavoro sul web da diciassette anni, sono sempre stato convinto che gli incontri reali abbiano un valore che nessuna piattaforma può replicare: uno sguardo e un sorriso, semplicemente, dietro a uno schermo non si vedono.

Cosa cambia quando è chi racconta i luoghi a costruire il viaggio, e cosa rende TravelTag diverso da un’agenzia tradizionale o dai soliti “viaggi con l’influencer”?

Cambia tutto, perché il viaggio non nasce da un catalogo ma da un racconto vissuto e verificato con i propri occhi. Con TravelTag non sono io da solo a guidare le esperienze: al progetto partecipano anche altri content creator, ognuno con la propria voce e la propria sensibilità, ed è proprio questo il cuore della nostra mission editoriale. Raccontiamo il viaggio che abbiamo fatto e che ci è piaciuto, e poi lo riviviamo insieme a chi ci segue sui social, trasformando il racconto virtuale in un’esperienza reale da vivere insieme. Le tappe, i tempi, i luoghi meno scontati nascono dalla stessa cura con cui ciascuno di noi sceglie cosa raccontare ai propri follower. E non è un “viaggio con l’influencer” nel senso classico: chi accompagna il gruppo non è lì per fare da testimonial a un prodotto confezionato da altri, ma perché quel viaggio lo ha pensato, vissuto e ora lo condivide con il gruppo, con la stessa curiosità con cui lo racconterebbe a un amico prima di partire.

Se potessi parlare con l’Andrea del 2012, quello che non ebbe il coraggio di lasciare la banca: cosa gli diresti oggi, guardando TravelTag e tutto il percorso fatto?

Gli direi che aveva ragione ad avere paura, ma torto a pensare che quella paura fosse un buon motivo per fermarsi. Gli direi che quella prudenza non è stata tempo perso, ma la strada più lenta: quella che, però, gli ha permesso di costruire le fondamenta giuste per arrivare fin qui — con TravelTag e con tutto il resto.