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Ha vinto Donald Trump. Ecco perché ci siamo sbagliati

DONALD TRUMP PRESIDENTE –

Non ci nascondiamo dietro a un dito. Donald Trump è il 45imo presidente degli Stati Uniti. Abbiamo studiato, abbiamo analizzato, abbiamo cercato in ogni angolo di sondaggi, registrazioni al voto, urne anticipate e abbiamo detto Hillary Clinton è già il presidente degli Stati Uniti”. Abbiamo trovato ben 10 motivi per spiegarvelo e sebbene il pezzo fosse a firma di uno solo di noi (e personalmente continuo a difendere il valore e la completezza dell’articolo di Andrea Mollica), era idealmente figlio soprattutto di chi scrive qui e ora.

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Non siamo qui a fare una difesa corporativa, ma a cercare di capire dov’è il Trump bug che ha portato all’errore decine di opinionisti, analisti, giornalisti, addetti ai lavori che, magari con più prudenza di noi, hanno puntato sulla prima donna presidente degli Stati Uniti. Di Nate Silver, vate dei sondaggi USA, che dava la Clinton vincente al 75% o del New York Times che si era spinto fino all’80%. Della stessa Hillary Clinton che andando a votare già parlava da presidente.

Proviamo a portare l’analisi su due piani. Uno più immediato, emotivo, quasi antropologico. Potremmo chiamarla “sindrome Berlusconi”. Una malattia sociopolitica che in Italia ha portato per più di due decenni a vedere un uomo discusso e odiato da media e politici di molti schieramenti a conseguire un consenso popolare senza precedenti. Silvio veniva denigrato ovunque, era difficile tra una consultazione e l’altra trovare qualcuno che ammettesse di aver infilato nell’urna una scheda con il suo nome e il suo simbolo, e poi si trovava regolarmente vincitore di ogni competizione elettorale, anche nei rari casi in cui non finiva al governo. Ecco, per Donald Trump è successo lo stesso.
Cosa, di preciso? Nei sondaggi in molti, soprattutto tra i bianchi (in particolare quelli dell’upper class: hanno votato per Trump il 54% di loro e il 45% delle donne che hanno fatto il college: dato clamoroso per una candidata donna) e ispanici hanno mentito, dichiarando che non avrebbero votato per lui – da qui il basso indice di popolarità del miliardario – perché considerato più socialmente e politicamente accettabile come comportamento. Per poi però, nel segreto dell’urna, votare “l’impresentabile”. Potrebbero essere loro il bacino nascosto unito alla mobilitazione di massa dei bianchi non laureati che hanno votato in percentuali bulgare (basta vedere come le contee rurali hanno sostenuto Trump, con un elettorato maschile molto consistente, più del 70% – e più del 60% tra le donne con bassa scolarità – mentre nelle regioni più multietniche la Clinton si è comunque difesa, anche se con valori minimi rispetto al previsto).

Donald Trump presidente vittoria
Di contro l’elettorato a sinistra che a queste stesse interrogazioni conoscitive dichiarava che avrebbe votato la candidata democratica, magari turandosi il naso, ha finito per delusione “interna” per andare nell’urna e dare un voto di protesta o, in maggioranza, evitare proprio di recarsi al seggio.

Ora, al di là, dell’effetto Berlusconi, suggestivo e non esaustivo, proviamo ad andare più a fondo. Abbiamo un partito di centrosinistra – scusate la semplificazione, ma proviamo a riportare il tutto alle nostre categorie per una maggiore comprensione – che si rivela troppo moderato e legato all’establishment, fin dalle primarie: preferisce al progressista e idealista Bernie Sanders, che entusiasma giovani (millenials in testa) e minoranze (seppur meno: si erano divise alle primarie, fino a scegliere lei alla fine), la perdente Hillary Clinton, figlia di un ceto politico legato a lobby e poteri forti, già punita dalla base del proprio partito ai tempi di Barack Obama. E reagisce con una forte astensione alle presidenziali, probabilmente consistente tra i bianchi, limitata ma visibile tra i neri, piuttosto sconcertante tra le donne (solo il 51% delle donne l’ha votata, nonostante il sostegno di Obama: Barack e soprattutto Michelle). E con gli ispanici che, nonostante le offese e le minacce di Trump nei loro confronti, devono aver disertato “a macchia di leopardo” la Clinton per quell’uomo che tra muri ed espatri promessi comunque gli assicura un argine verso quei clandestini che minaccerebbero loro, ormai regolari. Una legione di questa fetta di popolo americano deve essere stata sedotta da questa visione egoistica.

Un voto opportunista, certo, cinico, persino irresponsabile. Ma anche quell’effetto Sesto San Giovanni (la Leningrado italiana) che portò, a un certo punto della storia italiana, la classe operaia a scegliere la Lega invece che le formazioni sedicenti di centrosinistra ma che si erano irrimediabilmente allontanate dagli interessi di chi doveva difendere.
Ancora più facile che questo tipo di scollamento sia avvenuto in America, dove i dem non sono certo il punto di riferimento delle fasce medio-basse della società, ma che magari hanno spesso volato alto sui diritti civili e l’empatia emotiva e politica legata al sogno americano, al mito della grande democrazia statunitense. E con una Clinton che non ha saputo accendere gli animi né prendere posizioni coraggiose sui temi “alti” (preferendo invece accettare il clima da rissa trumpiano), la frittata è stata cucinata in un attimo. Non c’era il Kennedy che molti avevano visto in Obama in lei, non c’era neanche la simpatia del marito Bill. Neanche il rigore, sia pur respingente, di Al Gore. Lei è establishment e quel passato grigio di mosse degne della coppia Underwood quand’erano ancora avvocati, quella fondazione in cui è figlia Chelsea che nel 2011 è entrata a far la moralizzatrice (e non lei), quello scandalo delle mail e quella FBI così puntuale a ricordarle con un tempismo sospetto, hanno fatto il resto.

L’ultima considerazione, anche autocritica, è sulla marginalità sempre più evidente dei media e delle sue icone. Giornali, tv, i tre dibattiti, lo show business (Hollywood, escluso quel Clint Eastwood che forse come ispettore Callaghan da attore e come regista di Gran Torino e simili rappresenta più l’americano medio di Madonna e De Niro), persino gli eroi dello sport – a nulla è valso l’endorsement di LeBron James, re incontrastato dell’Ohio, alla candidata dem – sono risultati ininfluenti. E anzi, con il clima di demonizzazione ai danni di The Donald, con il clima “fine del mondo” che hanno creato, hanno probabilmente contribuito a spingere gli indecisi verso un voto di lotta e di governo nei confronti del “peggior candidato della storia”. E torniamo alla “sindrome Berlusconi”.

Molti, e li abbiamo sottovalutati, negli Stati Uniti dicevano, in questi ultimi giorni “chiunque vincerà sarà il peggior presidente della storia degli Stati Uniti”. E allora, se proprio devo morire, avranno pensato in molti negli USA, facciamolo consegnandoci al più pazzo, a quello che ci illude ancora di essere grandi, a chi fa la voce grossa e non ha paura di dire quello che pensa. A chi ha abbastanza soldi da comprarseli, i poteri forti. All’uomo forte per soluzioni semplici. Bugie populiste e pericolose, ma che funzionano ovunque. E noi lo sappiamo bene.

Vi chiediamo scusa, dunque, non amiamo far finta di nulla. Vi chiedo scusa soprattutto io, Boris Sollazzo, e presento queste scuse anche ai colleghi che ho convinto di una posizione infine condivisa, dopo una lunga e approfondita riflessione comune. I prossimi giorni ci diranno se c’era un bacino nascosto di voti, se l’affluenza che ha visto la fuga di alcuni ha fatto in modo di aprire lo spazio giusto ad altri, chiamati alle armi da Trump. Questa vittoria schiacciante e inattesa  – il libertario Johnson, che in diversi stati ha preso percentuali corpose per un candidato terzo, ha rubato voti più a lui che a lei – deve farci riflettere, tutti, su molte cose. E dire alla politica, tutta, americana ma anche europea, che deve tornare in strada, ricostruire una rete sociale, politica, sentimentale. Altrimenti, se finisce per essere solo una partita a scacchi tra potenti, basta una mossa sbagliata perché arrivi lo scacco matto. E alla fine rimpiangi i pedoni, sacrificati a interessi che ti si ritorcono contro.

Abbiamo sbagliato, ho sbagliato.

E’ giusto riconoscerlo, come provare a capire il perché. Dare la colpa al popolo bue, all’elettorato che sbaglia è facile. Hillary Clinton non ha replicato il 2000 – fu una sconfitta discussa e di misura quella e Bill Clinton come padre tutelare del nuovo candidato era logoro e “respinto”, altro che Obama – ha perso almeno 4 stati che sembravano blindati (il Michigan era riuscito a perderlo giusto il povero Dukakis, Al Gore in quel Mid West aveva fatto praticamente bottino pieno). E’ una sconfitta senza appello che hanno capito solo i cronisti, come la brava Giulia Cerino che ieri, a Radio Sonica, in controtendenza rispetto a tutti, ha profetizzato la vittoria di The Donald. Lei per la trasmissione di Rai 3 “Casa Bianca” era andata sul campo, dove si deve stare, aveva parlato con le persone comuni, e ha capito.
E’ una disfatta clamorosa dell’informazione e della politica. Come la Brexit, come l’avanzata di tanti movimenti estremisti e populisti nel mondo. Questo 2016 ci dice che i nostri parametri di giudizio e di analisi sono arcaici e superati, dobbiamo imparare tutti, non solo i politici e i sondaggisti (sui cui dati tutti abbiamo lavorato e ragionato) a capire questo mondo, le sue dinamiche. Ad esempio, la prossima domanda da farsi è: un Trump presidente con i repubblicani che mantengono il Senato (ma lo odiano, da Cruz a McCain) potrebbero essere la maledizione l’uno degli altri?

Chi scrive pensa di poter fare un errore, ma spera di non essere ottuso e queste non sono giustificazioni, ma analisi. Questa volta, speriamo, giuste o almeno ben indirizzate.

Ora perdonatemi, ma vado a cercarmi un bunker antiatomico.