Torniamo a essere gli angeli del fango. 50 anni dopo

di Boris Sollazzo | 04/11/2016

Angeli del fango

ANGELI DEL FANGO –

Quattro novembre 1966, l’alluvione di Firenze. L’Arno straripa. L’apocalisse investe la città più orgogliosa e delicata, piena d’arte e di grandezza. Quella città ora celebrata da una discussa serie tv – I Medici -, quella città da cui è partita la scalata dell’attuale premier, Matteo Renzi, quella città che si sente capitale anche se non ne ha i numeri, ma “solo” i quarti di nobiltà. Nei giorni seguenti, 50 anni fa, viene inondata ancora. Dagli angeli del fango.

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Immagini devastanti, lacerano il cuore di molti e investono monumenti, musei, libri. Tanti, troppi. Una generazione intera si mobilità, celebrata anche da un film che è passato alla storia (recente) per aver riscritto la coscienza collettiva di chi allora c’era e inseguiva la sua chimera, La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana.

Luigi Lo Cascio e Alessio Boni, Nicola e Matteo Carati, fratelli diversi, uno psicologo bagagliano e l’altro che ha scelto la divisa, si ritrovano, dopo tanto tempo di lontananza, proprio lì. E Giulia suona.

Nel capoluogo toscano ferito a morte, in cui convergono giovani che la allagano con la loro generosità. Di sinistra, di destra, borghesi, proletari. Poco importa.

Sì, se il 4 novembre 1966 Firenze viene investita da uno tsunami fluviale, nei giorni seguenti subisce quello, commovente e inarrestabile, dei sessantottini che non sanno ancora di esserlo e quindi, ancora puri. Salvano migliaia di libri, passandoseli di mano in mano, stivali spessi e camicie a quadri, lavorano per ore. Una riscossa civile laddove adesso c’è “solo” la Protezione civile.

Chi sono gli angeli del fango? Molti di noi sono cresciuti con il loro mito, ma l’immagine di quegli eroi normali si è persa nel tempo e forse nel nostro cinismo indifferente. Sono quelli che fecero dire all’austero critico letterario e cinematografico Giovanni Grazzini “onore ai beats”, perché quei capelloni non potevano più essere considerati una gioventù bruciata da musiche ribelli e un’etica e un’estetica di vita troppo libere per i propri genitori, ma una forza straordinaria fatta di idealismo e orgoglio. Lui, abituato alle immagini epiche e poetiche, non poteva che inventare quell’espressione, “angeli del fango”. Manufatti, libri antichi, opere d’arte, statue furono salvati da questi ragazzi, un mare di volontari che si autogestiscono e si organizzano naturalmente, seguendo le poche direttive di forze dell’ordine e di soccorso. Loro entrano nelle case alluvionate per salvare persone, loro li aiutano a rimettersi in piedi: a mangiare, a vestirsi, a recuperare le loro vite nelle stanze che l’Arno ha violato. Tra loro Don Milani e Zeffirelli, che riprese tutto nel documentario “Per Firenze” (un altro, molto bello, lo manderà in onda Sky Arte HD: Firenze 66 – Dopo l’alluvione di Enrico Pacchiani, il 5 novembre alle 21.15), non sembravano fuori posto.

Grazie a loro la fiorentinità rimase a galla, il loro sorriso alimentò lo spirito gigliato che vide i commercianti reagire con cartelli ironici come “prezzi sott’acqua”, “vendo magliette già bagnate, non si stringeranno mai” fino ai ristoratori che si inventarono il mitico “oggi specialità in umido”. Gli angeli del fango – migliaia – non tennero a galla solo la Storia e l’Arte, ma anche l’anima della città, che li adottò come figli e li amò senza retorica, ricambiata.

Ce li immaginiamo, in scene tagliate di Amici miei atto secondo, aiutare e coprire il Melandri che è a casa dell’amante e che, accortosi dell’esondazione (nella pellicola anche immagini di repertorio), è costretto a scappare a nuoto per mettere in salvo mobili antichi e opere d’arte custodite nel suo appartamento al piano terreno mentre il Perozzi viene sorpreso con la sua amante dal marito di lei. Croce Rossa e forze dell’ordine, esercito Usa e aiuti dalla galassia sovietica, tutti si unirono per salvare Firenze – persino la Fiat che fece una delle prime rottamazioni agevolate con maxisconto solo per l’area alluvionata – proprio perché loro diedero l’immagine di un paese forte, unito, vitale.

80 milioni di metri cubi d’acqua, 1.500 opere d’arte danneggiate, oltre un milione i volumi sommersi, 30 mila auto travolte, 18 mila famiglie alluvionate, quattromila quelle rimaste senza un’abitazione: 35 i morti, 17 in città e 18 nella provincia (ma molti dicono siano stati di più). I numeri li abbiamo tutti, ma quei ragazzi non si contarono mai. Lavoravano, indefessi, e ora che Dario Nardella li aspetta a centinaia per celebrarli, a Firenze, ancora non sanno quanti fossero. Erano anelli di una catena generazionale, che si è spezzata, dopo di loro.

Ecco, ricordando quei giorni, quegli angeli del fango, viene in mente il terremoto perpetuo di questi ultimi due mesi. A un popolo che si sente assolto nel momento in cui manda due euro con un sms, che scrive sui social la sua paura e rimane a casa. Muoviamoci, andiamo là. Dimostriamo al paese, alle altre generazioni, al mondo che non siamo angeli caduti, che Norcia, Amatrice, la stessa Aquila mai più risorta, sono nostre. Che le vogliamo difendere, aiutare, proteggere, ricostruire.

Costringiamo qualcuno a coniare una nuova definizione – allora il 41enne Grazzini, giustamente, era considerato “vecchio” – per una generazione vinta ma non sconfitta. Lasciata sola da tutti, ma che non deve vivere nel vittimismo, ma dimostrarsi migliore di chi ha reso quest’Italia così fragile, in tutti i sensi. Quei ragazzi, nel 1966, volevano riprendersi un paese che non li voleva, li disprezzava. Noi, 50 anni dopo, facciamo lo stesso. Andiamo in quelle terre ferite e sporchiamoci le mani. Non basta quel dito che preme invio dopo aver digitato cinque numeri: 45500. Quello deve essere solo il primo passo.

Prima, però, chiedete ai vostri genitori – o giovani nonni, ormai – chi fossero gli angeli del fango. A loro si illumineranno gli occhi e magari scoprirete che in quel mare di fango e nafta, in quei giorni, nuotavano anche loro.